martedì 1 giugno 2010

Father Mine

Uno

“Bella sembra essersi rimessa completamente.”

Davanti al ripiano della cucina della Confraternita Zsadist prese in mano un coltello e tenendo ferma la lattuga con la sinistra, iniziò a tagliarla con precisione in striscioline larghe pochi centimetri. “Sì.”

Gli piaceva Doc Jane. Cavolo, le era immensamente grato per ciò che aveva fatto per Bella, ma comunque doveva ricordarsi continuamente di fare attenzione a come comportarsi: sarebbe stato maledettamente scortese strappare via la testa della donna che non solo era la shellan di suo fratello, ma che aveva salvato l'amore della sua vita dal morire durante il parto.

"Lei ha recuperato meravigliosamente a due mesi dal parto." Continuò Doc Jane guardandolo attraverso la tavola, la sua borsa da dottore, accanto alla sua mano spettrale.

"E Nalla cresce che è una meraviglia. Gente, i piccoli vampiri crescono molto più veloci dei bambini umani. E’come se lei avesse nove mesi non due."

"Si, è vero loro stanno proprio bene."

Lui continuò ad affettare meccanicamente la lattuga, le cui foglie si aprivano libere in nastri ricci verdi come se stessero applaudendo alla loro libertà.

"E tu come ti senti ad essere un papà..?"

"Cazzo!"

Lasciando cadere il coltello, lui bestemmiò e alzò su la mano con cui stava tenendo la lattuga. Il taglio era profondo, giù fino all'osso, ed il suo sangue rosso colava copiosamente.

Doc Jane si avvicinò a lui. "Ok, andiamo sul lavandino."

Intelligentemente, lei non lo toccò sul braccio o tentò di condurlo con una spinta sulla sua spalla; lei appena è apparsa in lontananza indicando il lavello.

A Z non piaceva essere toccato da nessuno tranne Bella, anche se lui aveva fatto dei progressi: ora, se il contatto fosse inaspettato, la sua prima mossa non era raggiungere un'arma nascosta e tagliare la gola di chiunque avesse osato toccarlo.

Quando loro erano di fronte al lavandino, Doc Jane aprii il rubinetto al massimo così che c'era un caldo afflusso che scendeva nel lavello di porcellana.

"Sotto" lei disse.

Lui allungò il suo braccio e mise il suo pollice sotto l'acqua calda. Il taglio bruciò da morire, ma lui non si lamentò.

"Permettimi di indovinare. Bella ti ha chiesto di venire a parlarmi?."

"No." Quando lui le sparò un'occhiata, il buon dottore scosse la sua testa.

"Ho esamino lei e la bambina. Tutto qua."

"Bene, perché io sto bene."

"Immaginavo che avresti detto questo." Doc Jane incrociò le sue braccia e lo fissò con uno sguardo che gli ha fatto venir voglia di costruire un muro di mattoni fra loro due. Non era importante che lei fosse in uno stato solido o traslucido, come lei era in questo momento. Quando lui si trovava ad essere guardato dalla donna in questo modo, era come se il suo corpo venisse interamente raschiato. Non c’era da domandarsi come mai lei e V andassero così d’accordo.

"Bella ha accennato al fatto che tu non ti nutri del suo sangue."

Z alzò le sue spalle "Nalla ha bisogno di quello che il corpo di Bella può darle più di me."

"Tuttavia una cosa non esclude l’altra. Bella è giovane e sana. E tu hai lasciato che lei si alimentasse da te."

"Chiaramente. Qualsiasi cosa per lei. Lei e la sua bambina."

C'era un silenzio lungo. “Vuoi forse parlare con Mary?"

"Di cosa?" Z spense l'acqua e scosse il suo palmo. "Solo perché sono rispettoso delle richieste della mia shellan, tu pensi che io ho bisogno di uno psicologo? Che diavolo!"

Lui strappò un asciugamano di carta dal rotolo montato sotto gli armadietti ed asciugò la sua mano.

“Per chi è l'insalata che stai preparando, Z?" il dottore chiese.

"Cosa?"

"L'insalata, per chi è?"

Lui aprì il bidone dell’immondizia e gettò la carta dentro. "Bella. È per Bella. Guarda, non offenderti, ma…."

"E quando è stata l'ultima volta che tu hai mangiato?"

Lui alzò le sue mani "Stop! Per l’amor del cielo!" "Basta. Io capisco che tu vuoi aiutare, ma io sono al limite e l'ultima cosa di cui noi abbiamo bisogno è che Vishous si presenti da me perché io ti ho azzannato. Ho capito il tuo punto….."

"Guarda la tua mano!"

Lui gettò uno sguardo in giù. Il sangue stava scorrendo dal tampone di carta del suo pollice giù al suo polso e ancora più giù al suo avambraccio. Se lui non avesse avuto addosso una maglietta a maniche corte, il sangue l’avrebbe macchiata fino al gomito. Invece, stava gocciolando sopra la piastrella di terracotta.

"Tu fai un lavoro pericoloso dove conti sul tuo corpo per fare tutte le cose che ti tengono dall’essere ucciso. Non vuoi parlare con Mary? Bene. Ma tu hai bisogno di mantenere il tuo corpo in salute. Quel taglio ad ora, avrebbe dovuto essere chiuso. Non ha, e io sono disposta a scommettere che sanguinerà per la prossima ora." Lei si scosse la testa.

"Wrath mi ha nominato il medico personale della Confraternita. Per cui ti avviso, se tu continui a mangiare, alimentarti e dormire in modo tale che danneggia le tue prestazioni, io metto il suo fondoschiena in panchina!."

Z fissò le goccioline rosse e lucenti che colavano dalla ferita. La pista di sangue passava diritta sul nastro nero largo un paio di centimetri che era stato tatuato sul suo polso quasi duecento anni fa, il simbolo della sua schiavitù di sangue. Z ne aveva uno anche sull’altro braccio ed uno sul suo collo.

Allungandosi, strappò via un'altra sezione di asciugamano di carta passandolo sulla pista di sangue. Il sangue venne via facilmente, ma non c'era nessuno modo di tirare via i marchi che la sua padrona ammalata gli aveva lasciato. L'inchiostro era imbevuto nella sua pelle, simbolo perenne che lui era una proprietà, da usare e non un individuo che poteva vivere la sua vita.

Per nessuna buona ragione, lui pensò alla pelle di Nalla, così incredibilmente liscia e completamente perfetta. Tutti avevano notato quanto era soffice: Bella, tutti i suoi fratelli, tutte le shellans della casa. Quando la prendevano in braccio era la prima cosa che dicevano. Lei era morbida come un cuscino, lei era così perfetta da abbracciare.

"Hai mai tentato di rimuovere i tatuaggi?" chiese leggermente Doc Jane.

"Loro non possono essere rimossi", Z risposte, abbassando la sua mano."All'inchiostro è stato aggiunto il sale e questo lo rende permanente sulla nostra pelle."

"Ma hai mai tentato? Ora usano il laser per rimuovere i tatuaggi."

"Farei meglio a prendermi cura di questo taglio così io posso finire di fare l’insalata." Lui afferrò un altro pezzo di asciugamano di carta. "Avrò bisogno di garza e nastro." Z disse

"Li ho nella mia borsa." Lei si girò per muoversi fino alla tavola.

"No grazie, posso prendermi cura da solo di questo."

Doc Jane lo fissò "Chiariamo una cosa: Non mi interessa se sei indipendente, io non starò qui guardandoti comportare come uno stupido. Quella panca ha il tuo nome scritto sopra."

Se lei fosse stata uno dei suoi fratelli, lui avrebbe scoperto le sue zanne e gli avrebbe soffiato. Ma lui non poteva fare questo a Doc Jane e non solo perché lei era una donna, il fatto era, che lui non poteva veramente contestare niente che lei aveva detto. Infatti lei gli aveva dato niente più che un’obiettiva opinione medica.

“Ci siamo capiti?” lei incitò, improvvisamente non impressionata da come lui la stava guardando.

"Sì."

"Buono."

"Lui ha questi incubi. . . . Dio, gli incubi."

Bella si inclinò giù e mise il pannolino sporco nel bidone. Lei prese un altro pannolino da sotto il fasciatoio e tirò fuori il talco e le salviette per bambino. Prendendo con le mani le caviglie di Nalla, lei sollevò sua figlia, una passata veloce con una salvietta, spruzzò il talco e poi scivolò il pannolino fresco al suo posto.

Attraverso la stanza dei bambini, la voce di Phury era bassa. "Incubi, su essere uno schiavo di sangue?"

"Deve essere quello." Lei abbassò il sederino di Nalla e fissò con il nastro i lati del pannolino. "Perché lui non vuole parlarmene."

"Sta mangiando? Alimentando?"

Bella scosse la testa come lei chiudeva le clip del body di Nalla. Il body era rosa pastello e sopra aveva dei piccoli teschi con ossa incrociate. "Sta mangiando molto poco come cibo ed assolutamente niente di sangue. È come. . . Io non so,… il giorno in cui lei è nata, lui era così stupito ed occupato e felice. Ma poi è come se qualcosa in lui è scattato e lui si e chiuso in se. E’ ritornato pressoché com’ era all'inizio."

Lei fissò giù Nalla che stava accarezzando il disegno sul suo piccolo pancino.

"Mi dispiace ti averti fatto venire quaggiù. . . . e che non so più che altro fare."

"Io sono contento che mi hai chiamato. Sai che io ci sarò sempre per te, ..per entrambi."

Bella si voltò cullando Nalla sulla sua spalla. Phury stava inclinandosi contro il muro color crema della stanza dei bambini, il suo corpo enorme che copre il modello di coniglietti e scoiattoli e daini dipinti a mano sul muro.

"Io non voglio metterti in una posizione difficile o portati via da Cormia inutilmente."

"Bella, non preoccuparti!" Lui scosse la sua testa, i suoi capelli multicolore luccicarono.

"Se io sono calmo, è solo perché sto tentando di pensare qual’è la migliore cosa da fare. Parlare con lui non è sempre la soluzione."

"Vero. Ma io non ho più idee e sto perdendo la pazienza." Bella si mosse sedendosi sulla sedia a dondolo e spostando la bambina nelle sue braccia.

Dalla piccola faccia angelica, gli occhi giallo brillante di Nalla guardavano in giro ed il riconoscimento era nel suo sguardo fisso. Lei seppe precisamente chi era con lei. . . e chi non c’era. La consapevolezza era entrata nell'ultima settimana più o meno. E cambiò tutto.

"Z non la tiene in braccio, Phury. Lui non la prende in braccio."

"Dici sul serio?"

"Dannazione, quand’è che la depressione dopo parto finirà? Frigno per nulla."

"Aspetta Bella, neppure una volta? Lui non l’ha presa dalla culla ...?"

"Lui non vuole toccarla. Cavolo, puoi passarmi dei fazzoletti?." Quando Phury le passò la scatola dei fazzolettini di carta, lei tirò fuori uno e lo pigiò ai suoi occhi. "Io sono tale confusione. Tutto quello al quale io posso pensare è Nalla che passa la sua intera vita che si chiede perché suo padre non l'ama." Lei bestemmiò leggermente come caddero più lacrime. "Ok, questo è ridicolo."

"Non è ridicolo", lui disse. "Veramente non è."

Phury si inginocchiò, tenendo la scatola dei fazzoletti. Assurdamente, Bella notò che la scatola aveva un disegno di una via di alberi frondosi con una bella strada che si allungava via nella distanza. Su entrambi i lati i cespugli erano fioriti con fiori rosa e gli alberi stavano indossando gonne di tulle.

Lei immaginò di camminare in quella strada . . . in un luogo che fosse migliore di quello in cui lei ora era.

Lei prese un altro fazzoletto. "La cosa è, che io sono cresciuta senza un padre, ma almeno io avevo Rehvenge. Io non posso immaginare come sarebbe avere un papà che è vivo, ma morto per sua figlia." Con un piccolo suono, Nalla sbadiglio e tirò su col nasino, strofinando la sua faccia con la schiena del suo pugnetto. "Guardala. Lei è così innocente. E lei ricambia l’amore così bene. . . Io voglio dire. . . Oh, per la causa di Dio, io comprerò una scorta di fazzoletti di carta!."

Con un rumore disgustato lei strappò fuori un altro fazzolettino. Bella asciugò le sue lacrime evitando di guardare Phury, e lasciò i suoi occhi vagare nella stanza allegra che, prima della nascita di Nalla, era stata una stanza armadio. Ora era tutto per la bambina, per la famiglia, con la sedia a dondolo che Fritz aveva fatto a mano, appaiata con il fasciatoio, e la culla che era ancora decorata con fiocchi multicolori.

Quando il suo sguardo fisso si fermò sulla libreria con tutti i suoi grandi, grossi libri, lei si sentì anche più male. Lei e gli altri fratelli erano gli unici che leggessero a Nalla, che fecero sedere la bimba sul loro grembo piegandola nella sua coperta luccicante e le raccontassero le storie rimando le parole.

Non era mai suo padre, anche se Z aveva imparato a leggere pressoché un anno fa.

"Lui non parla di lei come sua figlia. È mia figlia. Per lui, lei è la mia, non la nostra."

Phury fece un suono disgustato. "Mh, io sto tentando di resistere alla spinta di prenderlo a pugni”

"Non è colpa sua. Io voglio dire, dopo tutto quello che lui ha dovuto superare. . . Forse, io avrei dovuto aspettarmi questo." Lei schiarì la sua gola. "Io voglio dire, la gravidanza non fu progettata, ed io mi chiedo. . . e se lui è seccato con me e si pente di aver avuto Nalla?"

"Bella tu sei il suo miracolo. Tu lo sai."

Lei prese più fazzoletti e scosse la sua testa. "Ma non sono più solo io. Ed io non posso crescere Nalla qui se lui non può affrontare la vita con entrambe. . . . Io voglio lasciarlo."

"Whoa, io penso che quello è un po’ prematuro."

"Lei sta cominciando a riconoscere le persone, Phury. Lei sta cominciando a capire che suo padre l’ha chiusa fuori. Z ha avuto tre mesi per essere usato all'idea. Col tempo, lui è diventato peggiore, non migliore."

Come Phury bestemmiò, lei alzò i suoi occhi guardando gli occhi giallo brillante del gemello del suo hellren. Dio, lo stesso colore giallo che splendeva negli occhi di sua figlia, così non c'era verso di guardare Nalla senza pensare a suo padre.

Ed ancora. . .

"Seriamente" Bella disse, "come pensi che sarà la situazione da qui ad un anno? Non c’è niente di più solitario che dormire vicino a qualcuno che è perso, è come se Z se ne fosse andato, o avendolo come un padre."

Nalla alzò la sua manina grassoccia ed afferrò uno dei fazzoletti.

"Non sapevo che tu eri qui."

Gli occhi di Bella si spostarono velocemente alla via d'accesso. Zsadist stava stando là in piedi, un vassoio nelle sue mani con un insalata ed una brocca di limonata. C'era una benda bianca sulla sua mano destra ed un completo “non chiedere” sulla sua faccia.

Apparendo là in lontananza, sul limite della stanza della bambina lui appariva precisamente come quando lei l’aveva visto e si era innamorata: un maschio gigantesco con un cranio rasato ed una cicatrice che scendeva giù sulla sua faccia, i nastri di schiavo ai suoi polsi e sul suo collo e con gli anelli ai capezzoli che si intravedevano attraverso la maglietta nera che lo fasciava.

Lei ripensò alla prima volta che lei l'aveva visto, Z stava boxando con il sacco, giù nella palestra d’addestramento del centro. Lui si muoveva incredibilmente veloce sui suoi piedi, ed i suoi pugni volavano più veloci che il suo occhio potesse seguire, con il sacco che sbatteva ferocemente dai colpi e senza neppure una pausa, lui aveva sguainato un pugnale nero dalla fondina nel suo torace ed aveva pugnalato il sacco, lacerando la lama attraverso il cuoio e facendo cadere fuori l’imbottitura come se fossero gli organi interni di un Lesser.

Con il passare del tempo lei imparò che il combattente fiero non era tutto quello che c’era in lui. Le sue mani avevano in loro, grande gentilezza e quella faccia rovinata, con il suo labbro superiore distorto, sapeva sorriderle e guardarla con amore indicibile.

"Io venni per vedere Wrath", disse Phury, alzandosi.

Gli occhi di Z andarono subito alla scatola dei fazzolettini di carta che il suo gemello stava tenendo e subito dopo ai batuffoli di fazzoletti nella mano di Bella. "Ah, si?."

Z entrò e mise giù il vassoio sulla scrivania dove erano appoggiati i vestiti di Nalla, senza guardare sua figlia comunque, lei seppe che lui era nella stanza. La bambina girò la faccina nella sua direzione, i suo occhi concentrati con supplica e le sue piccole paffute braccia alzate verso lui.

Z indietreggiò fuori nella sala. "Buona riunione. Io sto andando fuori a caccia."

"Io ti accompagnerò alla porta", disse Phury.

"Non ho tempo ora. Più tardi." Gli occhi di Z incontrarono Bella per un momento. "Ti amo."

Bella abbracciò Nalla più vicino al suo cuore. "Anche Io ti amo. Abbi cura di te."

Lui accennò col capo una volta e poi lui fu andato.

"Lui ha questi incubi. . . . Dio, gli incubi."

Bella si inclinò giù e mise il pannolino sporco nel bidone. Lei prese un altro pannolino da sotto il fasciatoio e tirò fuori il talco e le salviette per bambino. Prendendo con le mani le caviglie di Nalla, lei sollevò sua figlia, una passata veloce con una salvietta, spruzzò il talco e poi scivolò il pannolino fresco al suo posto.

Attraverso la stanza dei bambini, la voce di Phury era bassa. "Incubi, su essere uno schiavo di sangue?"

"Deve essere quello." Lei abbassò il sederino di Nalla e fissò con il nastro i lati del pannolino. "Perché lui non vuole parlarmene."

"Sta mangiando? Alimentando?"

Bella scosse la testa come lei chiudeva le clip del body di Nalla. Il body era rosa pastello e sopra aveva dei piccoli teschi con ossa incrociate. "Sta mangiando molto poco come cibo ed assolutamente niente di sangue. È come. . . Io non so,… il giorno in cui lei è nata, lui era così stupito ed occupato e felice. Ma poi è come se qualcosa in lui è scattato e lui si e chiuso in se. E’ ritornato pressoché com’ era all'inizio."

Lei fissò giù Nalla che stava accarezzando il disegno sul suo piccolo pancino.

"Mi dispiace ti averti fatto venire quaggiù. . . . e che non so più che altro fare."

"Io sono contento che mi hai chiamato. Sai che io ci sarò sempre per te, ..per entrambi."

Bella si voltò cullando Nalla sulla sua spalla. Phury stava inclinandosi contro il muro color crema della stanza dei bambini, il suo corpo enorme che copre il modello di coniglietti e scoiattoli e daini dipinti a mano sul muro.

"Io non voglio metterti in una posizione difficile o portati via da Cormia inutilmente."

"Bella, non preoccuparti!" Lui scosse la sua testa, i suoi capelli multicolore luccicarono.

"Se io sono calmo, è solo perché sto tentando di pensare qual’è la migliore cosa da fare. Parlare con lui non è sempre la soluzione."

"Vero. Ma io non ho più idee e sto perdendo la pazienza." Bella si mosse sedendosi sulla sedia a dondolo e spostando la bambina nelle sue braccia.

Dalla piccola faccia angelica, gli occhi giallo brillante di Nalla guardavano in giro ed il riconoscimento era nel suo sguardo fisso. Lei seppe precisamente chi era con lei. . . e chi non c’era. La consapevolezza era entrata nell'ultima settimana più o meno. E cambiò tutto.

"Z non la tiene in braccio, Phury. Lui non la prende in braccio."

"Dici sul serio?"

"Dannazione, quand’è che la depressione dopo parto finirà? Frigno per nulla."

"Aspetta Bella, neppure una volta? Lui non l’ha presa dalla culla ...?"

"Lui non vuole toccarla. Cavolo, puoi passarmi dei fazzoletti?." Quando Phury le passò la scatola dei fazzolettini di carta, lei tirò fuori uno e lo pigiò ai suoi occhi. "Io sono tale confusione. Tutto quello al quale io posso pensare è Nalla che passa la sua intera vita che si chiede perché suo padre non l'ama." Lei bestemmiò leggermente come caddero più lacrime. "Ok, questo è ridicolo."

"Non è ridicolo", lui disse. "Veramente non è."

Phury si inginocchiò, tenendo la scatola dei fazzoletti. Assurdamente, Bella notò che la scatola aveva un disegno di una via di alberi frondosi con una bella strada che si allungava via nella distanza. Su entrambi i lati i cespugli erano fioriti con fiori rosa e gli alberi stavano indossando gonne di tulle.

Lei immaginò di camminare in quella strada . . . in un luogo che fosse migliore di quello in cui lei ora era.

Lei prese un altro fazzoletto. "La cosa è, che io sono cresciuta senza un padre, ma almeno io avevo Rehvenge. Io non posso immaginare come sarebbe avere un papà che è vivo, ma morto per sua figlia." Con un piccolo suono, Nalla sbadiglio e tirò su col nasino, strofinando la sua faccia con la schiena del suo pugnetto. "Guardala. Lei è così innocente. E lei ricambia l’amore così bene. . . Io voglio dire. . . Oh, per la causa di Dio, io comprerò una scorta di fazzoletti di carta!."

Con un rumore disgustato lei strappò fuori un altro fazzolettino. Bella asciugò le sue lacrime evitando di guardare Phury, e lasciò i suoi occhi vagare nella stanza allegra che, prima della nascita di Nalla, era stata una stanza armadio. Ora era tutto per la bambina, per la famiglia, con la sedia a dondolo che Fritz aveva fatto a mano, appaiata con il fasciatoio, e la culla che era ancora decorata con fiocchi multicolori.

Quando il suo sguardo fisso si fermò sulla libreria con tutti i suoi grandi, grossi libri, lei si sentì anche più male. Lei e gli altri fratelli erano gli unici che leggessero a Nalla, che fecero sedere la bimba sul loro grembo piegandola nella sua coperta luccicante e le raccontassero le storie rimando le parole.

Non era mai suo padre, anche se Z aveva imparato a leggere pressoché un anno fa.

"Lui non parla di lei come sua figlia. È mia figlia. Per lui, lei è la mia, non la nostra."

Phury fece un suono disgustato. "Mh, io sto tentando di resistere alla spinta di prenderlo a pugni”

"Non è colpa sua. Io voglio dire, dopo tutto quello che lui ha dovuto superare. . . Forse, io avrei dovuto aspettarmi questo." Lei schiarì la sua gola. "Io voglio dire, la gravidanza non fu progettata, ed io mi chiedo. . . e se lui è seccato con me e si pente di aver avuto Nalla?"

"Bella tu sei il suo miracolo. Tu lo sai."

Lei prese più fazzoletti e scosse la sua testa. "Ma non sono più solo io. Ed io non posso crescere Nalla qui se lui non può affrontare la vita con entrambe. . . . Io voglio lasciarlo."

"Whoa, io penso che quello è un po’ prematuro."

"Lei sta cominciando a riconoscere le persone, Phury. Lei sta cominciando a capire che suo padre l’ha chiusa fuori. Z ha avuto tre mesi per essere usato all'idea. Col tempo, lui è diventato peggiore, non migliore."

Come Phury bestemmiò, lei alzò i suoi occhi guardando gli occhi giallo brillante del gemello del suo hellren. Dio, lo stesso colore giallo che splendeva negli occhi di sua figlia, così non c'era verso di guardare Nalla senza pensare a suo padre.

Ed ancora. . .

"Seriamente" Bella disse, "come pensi che sarà la situazione da qui ad un anno? Non c’è niente di più solitario che dormire vicino a qualcuno che è perso, è come se Z se ne fosse andato, o avendolo come un padre."

Nalla alzò la sua manina grassoccia ed afferrò uno dei fazzoletti.

"Non sapevo che tu eri qui."

Gli occhi di Bella si spostarono velocemente alla via d'accesso. Zsadist stava stando là in piedi, un vassoio nelle sue mani con un insalata ed una brocca di limonata. C'era una benda bianca sulla sua mano destra ed un completo “non chiedere” sulla sua faccia.

Apparendo là in lontananza, sul limite della stanza della bambina lui appariva precisamente come quando lei l’aveva visto e si era innamorata: un maschio gigantesco con un cranio rasato ed una cicatrice che scendeva giù sulla sua faccia, i nastri di schiavo ai suoi polsi e sul suo collo e con gli anelli ai capezzoli che si intravedevano attraverso la maglietta nera che lo fasciava.

Lei ripensò alla prima volta che lei l'aveva visto, Z stava boxando con il sacco, giù nella palestra d’addestramento del centro. Lui si muoveva incredibilmente veloce sui suoi piedi, ed i suoi pugni volavano più veloci che il suo occhio potesse seguire, con il sacco che sbatteva ferocemente dai colpi e senza neppure una pausa, lui aveva sguainato un pugnale nero dalla fondina nel suo torace ed aveva pugnalato il sacco, lacerando la lama attraverso il cuoio e facendo cadere fuori l’imbottitura come se fossero gli organi interni di un Lesser.

Con il passare del tempo lei imparò che il combattente fiero non era tutto quello che c’era in lui. Le sue mani avevano in loro, grande gentilezza e quella faccia rovinata, con il suo labbro superiore distorto, sapeva sorriderle e guardarla con amore indicibile.

"Io venni per vedere Wrath", disse Phury, alzandosi.

Gli occhi di Z andarono subito alla scatola dei fazzolettini di carta che il suo gemello stava tenendo e subito dopo ai batuffoli di fazzoletti nella mano di Bella. "Ah, si?."

Z entrò e mise giù il vassoio sulla scrivania dove erano appoggiati i vestiti di Nalla, senza guardare sua figlia comunque, lei seppe che lui era nella stanza. La bambina girò la faccina nella sua direzione, i suo occhi concentrati con supplica e le sue piccole paffute braccia alzate verso lui.

Z indietreggiò fuori nella sala. "Buona riunione. Io sto andando fuori a caccia."

"Io ti accompagnerò alla porta", disse Phury.

"Non ho tempo ora. Più tardi." Gli occhi di Z incontrarono Bella per un momento. "Ti amo."

Bella abbracciò Nalla più vicino al suo cuore. "Anche Io ti amo. Abbi cura di te."

Lui accennò col capo una volta e poi lui fu andato.

Due

Zsadist si svegliò in un attacco di panico, lui tentò di calmare la sua respirazione e dedurre dove si trovava, ma i suoi occhi non erano molto d’aiuto, tutto era scuro. . . lui era avvolto in una nerezza densa, fredda attraverso la quale non poteva vedere, nonostante tutto il suo impegno.

Sarebbe potuto essere in una camera da letto, fuori in un campo . . . in una cella.

Si svegliò in questo modo molte, molte volte. Per cento anni come uno schiavo di sangue, lui si svegliò in un attacco di panico, nella completa cecità chiedendosi che cosa gli sarebbe stato fatto e da chi.

E dopo che lui era libero, gli incubi gli causarono la stessa cosa. In entrambi i casi era una completa schifezza. Quando lui era stato di proprietà della Padrona, preoccuparsi di chi, cosa e quando non l'aveva aiutato. L'abuso era inevitabile sia che lui fosse a faccia su o a faccia in giù nel suo letto: lui sarebbe stato usato finché lei ed i suoi stalloni erano sazi per poi lasciarlo giacere degradato e perduto, da solo nella sua prigione.

Ed ora, grazie ai suoi incubi lui si risvegliava nello stesso terrore in cui lui si era destato così tante volte come uno schiavo; il suo subconscio insisteva a scatenare ancora e ancora i suoi orrori passati.

Almeno. . . lui pensò stava sognando.

Il vero panico lo colpì quando lui si chiese in quale buio lui si trovò. Era il buio della cella o il buio della sua camera da letto con Bella? Lui non seppe. Entrambi sembrarono uguali quando non c'erano indizi visuali per decifrare e con solamente il suono del battito del suo cuore che batte nei suoi orecchi.

Soluzione? Lui tenterebbe di spostare le sue braccia e gambe. Se fossero libere dalle catene, se non era ammanettate, allora era, ancora una volta, il caso di essere imbrigliato nella presa soffocante della sua mente. Se lui potesse spostare le sue braccia e gambe attraverso lenzuola pulite, allora sarebbe a posto.

Ok. Muovere le braccia e le gambe.

Le sue braccia. Le sue gambe. Hanno bisogno di muoversi.

Muovetevi.

Oh, Dio. . . dannazione, muovetevi.

I suoi muscoli non si spostarono e nella paralisi del suo corpo la verità lo artigliò e lo lacerò.

Lui si trovava nell'oscurità della cella della sua Padrona, imprigionato con spessi ceppi di ferro che lo tenevano incatenato al letto. Lei ed i suoi innamorati starebbero venendo di nuovo per lui, e loro farebbero a lui qualunque cosa che loro hanno voluto, marchiando la sua pelle, sporcandolo dall'interno.

Lui si lamentò, il suono patetico vibrò dal suo torace aprendo una breccia attraverso la sua bocca, come se fosse sollevato di essere libero da lui.

Bella era il sogno. Lui visse in un incubo.

Bella era il sogno. . . .

Dei passi si stavano avvicinarono dalla scala nascosta che scendeva giù dalla camera da letto della sua padrona, il suono echeggiò divenendo sempre più forte. E c'erano più di una persona sugli scalini di pietra.

Con l'orrore di un animale, i suoi muscoli afferrarono, e tirarono contro il suo scheletro, lottando disperatamente per diventare liberi dal legame ad una carne che sarebbe accarezzata, invasa ed usata. Il sudore bagnò la sua faccia, mentre un macigno si posava sul suo stomaco, ed il sapore di bile assaltava l’esofago alla base della sua lingua.

Qualcuno stava piangendo.

No. . . gemendo.

Dall’angolo lontano della cella si sentiva il pianto di un bambino.

La sua lotta fermò mentre lui si chiese cosa stesse facendo un bambino in questo luogo. La padrona non aveva discendenti, né lei era rimasta incinta durante tutti gli anni in cui lui era stato abusato da lei.

No. . . un attimo. . . lui aveva portato la bambina qui. Era la sua bambina che pianse e la Padrona stava per trovarla. Lei stava per trovare la bambina e . . . Oh, Dio.

Questa era colpa sua. Lui aveva portato la bambina qui.

Esca la bambina. Trovi la bambina.

Z chiuse i suoi pugni e ficcò i suoi gomiti nel letto, e con ogni oncia di forza che lui aveva cercò di sollevarsi. Il potere venne da più del suo corpo; esso nasceva della sua volontà. Con un fiotto massiccio, lui. . .. . . non andò assolutamente da nessuna parte. Le catene tagliarono attraverso i suoi polsi e le sue caviglie giù fino alle sue ossa, tagliando la sua pelle così che il sangue si mescolò col suo sudore.

La porta si aprì, la bambina stava piangendo e lui non poteva salvarla. La padrona stava andando da..

La luce lo trascinò su, sollevandolo come un razzo alla vera coscienza.

Z scattò fuori dal letto, nella posizione di lotta con i pugni alzati al suo torace, le spalle allineate e le cosce pronte per saltare.

Bella si ritirò lentamente dalla lampada che lei aveva acceso, come se lei non volesse spaventarlo.

Lui esaminò la camera da letto. Come al solito, non c’era nessuno con cui lottare, ma era riuscito a svegliare tutti. Nell'angolo, Nalla stava piangendo nella sua culla e lui aveva, di nuovo, spaventato a morte la sua shellan.

Non c'era la Padrona, nessuno dei suoi consorti, nessuna cella o catene che lo incatenarono ad un letto. Nessuna bambina nella cella con lui.

Bella scivolò fuori del letto ed andò fino alla culla, prendendo in braccio una Nalla arrossita e strillante. La bambina tenne le sue piccole braccia paffute diritte fuori per Zsadist, gemendo per suo padre e grondando lacrime. Bella aspettò un momento, come se lei stesse sperando che questa volta sarebbe diverso e lui prenderebbe Nalla nelle sue braccia e conforterebbe la bambina che, chiaramente lo volle.

Z si ritirò fino a toccare il muro, incrociando le sue braccia.

Bella si girò e incominciò a parlare a bassa voce alla piccola mentre entrambe si spostavano nell'adiacente stanza dei bambini. La porta avviluppò le frigna della bimba come scivolò chiusa.

Z si accosciò a terra. "Cazzo."

Lui si strofinò il cranio e poi, con le sue braccia allacciò insieme le sue ginocchia. Dopo un momento, Z si ricordò, che si era seduto nella stessa posizione che assumeva nella sua cella, la sua schiena contro il muro di fronte alla porta, le sue ginocchia su, il suo corpo nudo che rabbrividisce. Lui guardò i nastri di schiavo sui suoi polsi. Il nero era così denso nella sua pelle, così solido, era come i ceppi di ferro che lui aveva portato una volta.

Dio solamente sa, dopo quanto tempo, la porta alla stanza dei bambini scivolò aperta e Bella ritornò indietro con la bimba. Nalla era addormentata di nuovo, Bella la mise giù nella culla, con cura meticolosa come se fosse una bomba che stesse per esplodere da un momento o altro.

"Mi dispiace", lui disse leggermente, strofinando i suoi polsi.

Bella si mise una vestaglia ed andò alla porta che ha condotto fuori nella sala.

Con la sua mano sulla manopola, lei lo guardò, i suoi occhi lontani.“Io non posso più dire che questo è ok."

"Io sono veramente spiacente sui sogni."

"Io sto parlando di Nalla! Io non posso dire che il tuo evitarla è ok. . .e che io capisco, e che diventerà migliore e che io sarò paziente! Il fatto è, che lei è la tua bambina così come la mia, e mi spezza il cuore vedere che ti ritiri da lei!... Io so quello che tu hai dovuto superare, ed io non voglio puntarmi, ma. . . tutto ora è diverso per me. Io ho bisogno di pensare a ciò che è meglio per lei, ed un padre che neppure la tocca, bhè questo non è di sicuro il meglio per Nalla."

Z aprì le sue mani e fissò i suoi palmi, tentando di immaginare di prendere in braccio la bambina. I nastri di schiavo gli sembrarono enormi. Enormi. . . e contagiosi, e le parole che passavano nella sua mente non erano “non voglio” Z pensò ma erano “non posso”. Se lui confortasse Nalla e giocasse con lei e leggesse per lei, vorrebbe dire lei l'aveva per padre, ed il suo lascito non era nulla che lui ha voluto dare alla bambina. La figlia nata da Bella meritò molto, molto di più di questo!

"Io ho bisogno che tu decida quello che vuoi fare", disse Bella. "Se tu non puoi essere suo padre, io ti sto lasciando. Io so che suona aspro, ma. . . io devo pensare a quello che è migliore per lei. Io ti amo ed io ti amerò sempre, ma non si tratta più di me."

Per un momento, pensò, che non aveva sentito bene. Lasciandolo?

Bella uscì nella sala delle statue. "Io sto andando a prendere qualcosa da mangiare. Non ti preoccupare di lei. Io ritornerò velocemente."

Lei chiuse la porta dietro a lei senza un suono.

Due ore più tardi, quella sera, Z stava ancora pensando al modo in cui la porta si era chiusa così quietamente.

Stando in piedi di fronte al suo armadio pieno di camicie nere e pantaloni di pelle ed anfibi, lui cercò di analizzare le sue intenzioni, inseguendole attraverso il labirinto delle sue emozioni.

Sicuramente, lui volle superare la confusione mentale con sua figlia. Indubbiamente lui voleva, il problema era che gli sembrava semplicemente insormontabile. Certamente quello che gli era stato fatto era nel passato, ma tutto quello che lui doveva fare, era guardare i suoi polsi per vedere che lui ancora ne era sporcato, che il passato non era chiuso dietro alle sue spalle. E lui non volle assolutamente qualsiasi cosa così sporco vicino a Nalla. Lui aveva avuto lo stesso problema all'inizio della relazione con Bella, ed era riuscito a venirne fuori con la sua shellan, ma le implicazioni erano più gravi con la bambina. Lui era, in qualche modo, l'incarnazione corporale di quanta crudeltà è esistita nel mondo e lui non volle che sua figlia conoscesse che tali profondità di depravazione esistessero e tanto meno che lei vedesse i loro effetti ritardati su suo padre.

Cazzo.

Cosa diamine farò quando lei sarà abbastanza grande per guardare il suo viso e chiedergli perché lui sfregiato e come gli era successo? Cosa le dirà quando lei vorrà sapere perché lui aveva dei nastri neri sulla sua pelle? Cosa le risponderà zio Phury quando lei gli chiederà perché lui non aveva una gamba?

Z tirò su una camicia ed un paio di pantaloni di cuoio, poi la sua fondina per i pugnali ed aprì l'armadio delle pistole. Tirò fuori un paio di SIG Sauer, le controllò rapidamente. Merda, lui lottava con null’altro che le sue mani nude. Sin da quando Bella era entrata nella sua vita, comunque, lui era stato più accurato.

E questa, chiaramente era l'altra parte che ingarbugliava il suo cervello: Lui uccise per vivere, Quello era il suo lavoro. Nalla stava per dovere crescere preoccupandosi per lui ogni notte, come faceva Bella.

Lui chiuse a chiave l'armadio contenenti le pistole, poi mise le pistole nella fondina sulle sue anche, controllò i suoi pugnali, e indossò la sua giacca di cuoio.

Dette uno sguardo alla culla dove Nalla ancora stava dormendo.

Pistole, lame, stelle da lancio. Cristo, la bimba ebbe bisogno di essere circondato da sonagli ed orsacchiotti di pezza di lusso non da questa roba.

Forse la verità era che lui non era tagliato per essere un padre. La biologia, comunque, l’aveva visto vincente in quel ruolo, ed ora loro erano tutti imprigionati al suo passato. Tanto quanto lui non poteva immaginare di vivere senza Bella, non c’era nessuno modo che lui potesse diventare il papà che Nalla meritò.

Con un cipiglio, lui si immaginò, Nalla al suo debutto in società, cosa che tutte le donne della glymera facevano un anno dopo la loro transizione. Le figlie avevano sempre il loro primo ballo con il proprio padre, e lui vide Nalla vestita in un meraviglioso vestito rosso, i suoi capelli multicolori elegantemente sistemati sopra la testa, dei rubini ad adornare il suo collo. . . e lui con la sua faccia sfregiata ed i suoi polsini di schiavo che sbirciano fuori dal suo smoking.

Vai, Grande ritratto!!.

Bestemmiando, Z si diresse verso il bagno, dove Bella si stava preparando per la sera.

Lui stava per dirle che lui stava andando fuori per seguire una pista della notte prima e che appena avesse finito, lui ritornerebbe a casa e loro parlerebbero. Come lui girò l’angolo tuttavia, lui si bloccò.

Nella nebbia attardata dal vapore della doccia, Bella si stava asciugando. I suoi capelli furono avvolti in un asciugamano, il suo collo lungo esposto, i muscoli delle sue spalle che si muovono in modo così armonioso come lei passava velocemente l’asciugamano attraverso la sua schiena.

I suoi seni ondeggiarono, rapendo i suoi occhi e.. indurendolo.

Mentre lui la guardò, tutto al quale lui potrebbe pensare era sesso. Dio, lei era bellissima. Le era piaciuta arrotondata dalla gravidanza ma le piaceva immensamente anche come lei era ora. Bella era dimagrita rapidamente dopo la nascita di Nalla, il suo stomaco era stretto come era stato prima e le sue anche avevano riguadagnano i loro contorni magri. Tuttavia i suoi seni erano più grandi e più pesanti ed i capezzoli un rosa più profondo.

Il suo membro diede una tirata nei suoi pantaloni, un criminale che voleva uscire dalla sua prigione.

Come cercò di riordinarsi, comprese che lui e Bella non erano stati insieme da prima della nascita di Nalla. La gravidanza era stata difficile, e dopo il parto Bella aveva giustamente, avuto bisogno di guarire e di riposo stancandosi parecchio per prendersi cura della sua bambina.

Cavolo, le mancò lei e peggio ancora lui veramente la desiderò. Dio, lei era la femmina più spettacolosamente erotica sulla faccia del pianeta.

Bella lasciò cadere il suo accappatoio di fronte allo specchio, e si fissò.

Con una smorfia, lei si inclinò in avanti, pungolò i suoi zigomi, la linea della sua mascella, sotto il suo mento. Drizzandosi, aggrottò le sue ciglia e si girò di lato, tirando dentro il suo stomaco.

Lui schiarì la sua gola per trovare la sua attenzione. "Io sto andando fuori."

Al suono della sua voce, Bella si tuffò sul suo accappatoio. Tirandolo su rapidamente, lei l’allacciò strettamente tirando sù i risvolti vicino alla sua gola. "Oh, non ti ho sentito arrivare."

"ok. . ." L’erezione sgonfiò. "Sono qui!"

"Stai andando via?" Bella chiese come liberò i capelli dall’asciugamano.

Z pensò che lei non aveva sentito neppure le sue parole. "Sì, io sto quasi per andare fuori. Come sempre però sarò raggiungibile."

"ok, noi staremo bene." Lei si curvò per prendere il phon e poi cominciò a strofinare i suoi capelli con l'asciugamano.

Anche se lei distava solo 3 metri, lui non poteva raggiungerla. Non poteva chiederle perché il suo primo istinto era stato nascondere il suo corpo da lui. Z aveva veramente troppa paura di quella che probabilmente, sarebbe stata la sua risposta.

"Buona serata", lui disse rudemente. Lui aspettò un momento, pregando che lei lo guardasse, gli desse un piccolo sorriso, lo saluti con un bacio.

"Anche a te" Lei liberò i suoi capelli e si piegò per prendere il phon. "Abbi cura di te."

"Certo."

Bella accese il phon e prese la sua spazzola per sembrare occupata mentre Z andò via. Quando lei era sicura che lui era andato, lei smise di recitare, spegnendo il phon e lasciandolo cadere sul piano di marmo del bagno.

Dio, il cuore le fece così male, lei era nauseata, e come lei fissò il suo riflesso, lei volle veramente fracassare in mille pezzi lo specchio di fronte lei.

Loro due non erano stati insieme, come “stato insieme”, da allora. . . Dio, dovevano essere quattro o cinque mesi, prima che lei cominciasse ad avere le perdite di sangue.

Lui non pensò sessualmente più a lei. Non da quando Nalla era nata. Era come se la nascita avesse spento quella parte della loro relazione. Quando lui la toccata, era con la gentilezza e compassione di un fratello, mai con passione.

Inizialmente, Bella aveva pensato che forse era perché lei non era magra come lei era stata prima, ma nelle ultime quattro settimane il suo corpo si era ripreso.

Almeno, lei pensò. Si stava prendendo in giro?

Sciogliendo il laccio dell'accappatoio, lei aprii le due metà, si mise di lato per misurare il suo stomaco. Si ricordò che durante la sua crescita, suo padre era ancora vivo, e lui le aveva stampato a fuoco nella sua mente con severa rigidità, l'importanza per tutte le donne della glymera di essere magre, per cui addirittura ora, dopo tanti anni dalla sua morte, quegli avvertimenti austeri riguardo ad essere magri riecheggiavano ancora nella sua mente.

Il dolore la colpì di nuovo e con un sospiro lei si riallacciò stretto l’accappatoio.

Sì, lei volle che Nalla avesse suo padre, e questa era la preoccupazione primaria. Ma a lei mancò il suo hellren. La gravidanza era venuta così rapidamente che loro non avevano avevo l'opportunità di godere il primo periodo insieme. Per essere semplicemente due piccioncini che si divertono nella compagnia l’uno dell’altro.

Come lei riprese il phon e lo riaccese, lei tentò di non contare il numero dei giorni da quando lui la aveva cercata come un uomo. Era stato così tanto tempo da quando lui aveva frugato attraverso le lenzuola con le sue grandi, calde mani e l’aveva svegliata con le sue labbra sul suo collo ed una stimolazione dura che preme sulla sua anca.

E’ vero, neanche lei lo aveva cercato. Ma lei non stava prendendo per concesso il genere di accoglienza che lei riceverebbe. L'ultima cosa di cui lei ora ebbe bisogno era che lui non fosse più attirato da lei. Lei già era emotivamente distrutta come madre; Grazie mille ma un fallimento anche sul fronte femminile era troppo da confrontare.

Quando i suoi capelli erano asciutti, lei gli diede una spazzolata rapida e poi andò fuori a controllare Nalla. Stando in piedi sulla culla, guardando loro figlia lei non poteva credere che le cose erano arrivate ad un ultimatum. Lei aveva saputo sempre che Z avrebbe avuto problemi dopo quello che lui aveva dovuto sopportare, ma non aveva mai pensato che loro non potessero fare un ponte sul suo passato.

Il loro amore era sembrato abbastanza forte per fargli superare tutto.

Forse non lo era.

TRE

La casa era lontana dalla strada sterrata e circondata da grossi cespugli e alberi frondosi ricoperti di foglie marroni. L’architettura della cosa era un miscuglio di vari stili e l’unico elemento che li univa era il fatto che erano stati tutti riprodotti malamente. Aveva un tetto tipo Cape Cod, ma era a un solo piano come un ranch; aveva colonne sul porticato come una casa coloniale ma era rivestita di plastica come una roulotte; era piantata sulla sua piazzola come un castello eppure aveva la stessa dignità di un cassonetto ammaccato.

Oh, ed era dipinta di verde. Tipo, verde pisello.

Vent’anni prima probabilmente il posto era stato costruito da un uomo di città dotato di cattivo gusto che cercava di rifarsi una vita nei panni del gentiluomo di campagna. Adesso tutto era lasciato andare, tranne per una cosa: la porta era fatta di acciaio inossidabile, splendente e fresca come una rosa, e rinforzata tipo quelle che puoi trovare nei reparti psichiatrici o in prigione.

E sulle finestre erano inchiodate delle assi di legno.

Z si accucciò dietro la carcassa arrugginita di quella che era stata una Trans Am dell’92 e rimase in attesa che le nuvole si addensassero e coprissero la luna tanto da permettergli di muoversi. Dall’altro lato del giardino invaso dalle erbacce e del vialetto ricoperto di ghiaia, Rhage aspettava dietro una quercia.

Davvero l’unico albero abbastanza grande per nascondere il figlio di puttana.

La Fratellanza aveva scoperto il posto la notte prima per pura fortuna. Z era in centro città a perlustrare il parco d’aghi sotto i ponti di Caldwell quando aveva beccato un paio di scagnozzi intenti a gettare un corpo nel fiume Hudson. I due si erano disfatti del cadavere in modo veloce e professionale: una berlina anonima si era avvicinata, due ragazzi con felpe nere con cappuccio erano scesi e si erano diretti al bagagliaio, il corpo preso per le spalle e le gambe, i resti buttati nella corrente.

Splish, splash, a farsi un bagno.

Z si era trovato a quasi tre metri di distanza più in giù lungo il fiume, così quando il morto era passato galleggiando, aveva visto dalla smorfia sulla bocca che si trattava di un maschio umano. Normalmente questo sarebbe stato la causa per non fare assolutamente niente. Se qualcuno si era ritrovato in una scena del Padrino, non erano certo affari della Fratellanza.

Ma il vento aveva cambiato direzione e gli aveva portato una zaffata di qualcosa di dolce come zucchero filato.

C’erano solo due cose che Z conosceva con quell’odore e che camminassero eretti: le vecchiette e il nemico della sua razza. Considerando che era improbabile che Berry White e Bea Arthur fossero sotto quei cappucci a dare sfogo al proprio lato Tony Soprano, allora voleva dire che c’erano due lessers poco più su. Quindi la faccenda era decisamente sulla lista delle cosa da fare di Z.

Con perfetto tempismo, la coppia di cacciatori si mise a litigare. Mentre finivano naso contro naso scambiandosi qualche spinta e qualche colpo, Z si dematerializzò accanto al pilone più vicino alla berlina. La targa sul quel catorcio di Impala era 818 NPA, e non sembrava esserci nessun altro passeggero né della varietà stecchiti né di quella vivi.

In un batter d’occhio, Z si dematerializzò di nuovo, questa volta sul tetto del magazzino che fiancheggiava il fiume. Dalla sua posizione strategica, attese con il telefono attaccato all’orecchio e una linea aperta con Qhuinn, puntellandosi contro le folate di vento che salivano dal culo dell’edificio.

I lessers di solito non uccidevano gli umani. Era una perdita di tempo, per un verso, perché non ti faceva guadagnare punti con l’Omega, e un mucchio di problemi se venivi preso, per l’altro. Detto questo, se qualcuno vedeva qualcosa che non avrebbe dovuto, i cacciatori non avrebbero esitato a spedirlo verso la sua ricompensa eterna.

Quando l’Impala finalmente uscì da sotto il ponte, svoltò a destra e si diresse lontano dal centro città. Z parlò al telefono, e un momento dopo emerse un Hummer nero proprio da dove l’Impala era uscita.

Qhuinn e John Matthew stavano passando la serata libera con Blay allo Zerosum, ma quei ragazzi erano sempre pronti all’azione. Non appena Z aveva chiamato, i tre erano corsi verso l’auto nuova di pacca di Qhuinn, che era stata parcheggiata a un isolato e mezzo di distanza.

Secondo le istruzioni di Z, i ragazzi avevano messo a tavoletta per raggiungere la berlina. Mentre si avvicinavano, Z teneva d’occhio i lessers, dematerializzandosi dalla cima di un edificio all’altro mentre i pezzi di merda proseguivano lungo la riva del fiume. Ringraziando la fottuta fortuna, i cacciatori non entrarono in autostrada o sarebbero potuti sfuggire.

Qhuinn aveva delle doti dietro il volante e una volta che l’Hummer si fu attaccato al SUV in modo affidabile, Z smise di fare l’Uomo Ragno e lasciò i ragazzi a fare il loro lavoro. Dopo circa quindici chilometri, Rhage diede loro il cambio con la sua GTO giusto per confondere le acque e ridurre il rischio che i lessers si rendessero conto di essere pedinati.

Appena prima dell’alba, Rhage li aveva seguiti fino a questo posto, ma era stato troppo tardi per qualunque tipo di infiltrazione.

Stasera era il seguito. Alla grande.

E guarda, l’Impala se ne stava bella bella sul vialetto.

Quando le nuvole fecero finalmente la loro parte, Z diede il segnale a Hollywood e i due si dematerializzarono ai lati della porta d’ingresso. Un breve ascolto rivelò discussione in corso, le voci erano le stesse che Z aveva sentito vicino al fiume Hudson la notte precedente. Evidentemente la coppia era ancora allo stadio acqua e olio.

Tre, due…uno…

Rhage aprì la porta con un calcio tanto forte che l’anfibio lasciò un’ammaccatura sul pannello di metallo.

I due lessers nella stanza si girarono e Z non diede loro neanche una possibilità di reagire. La canna della sua SIG ad aprire la strada, Z li prese entrambi in pieno petto e i proiettili li fecero girare come trottole.

Rhage ci andò giù col pugnale, saltando in avanti e colpendo prima uno e poi l’altro. Quando i lampi di luce bianca e i forti suoni scemarono, il fratello saltò in piedi e si immobilizzò come una statua.

Né Z né Rhage si mossero. Usando i loro sensi, passarono al setaccio il silenzio della casa, in cerca di qualunque cosa suggerisse altri inquilini.

Il lamento che gorgogliò in tutta quella quiete proveniva dal retro, e Z si mosse velocemente verso il suono, canna della pistola sempre per prima. In cucina la porta della cantina era aperta, e Z si dematerializzò sulla sua sinistra. Con un movimento veloce della testa diede un’occhiata giù per le scale. Sul fondo una lampadina nuda pendeva dai cavi rossi e neri, ma la pozza di luce non mostrava altro che assi del pavimento macchiate.

Z usò la propria volontà per spegnere la luce giù in basso e Rhage gli assicurò copertura mentre Z bypassava gli scalini malfermi e si dematerializzava nell’oscurità.

Al piano di sotto Z sentì l’odore del sangue fresco e alla sua sinistra udì il rumore ritmico dei denti che battono.

Usò la propria volontà per riaccendere la luce…e rimase senza fiato.

Un vampiro civile era legato mani e piedi ad un tavolo. Era nudo e ricoperto di lividi. Invece di guardare Z, chiuse forte gli occhi, come se non potesse sopportare di sapere quello che stava per raggiungerlo.

Per un momento Z non riuscì a muoversi. Era il suo personale incubo in technicolor, e la realtà si distorse tanto che non fu più sicuro se chi era legato al tavolo fosse lui stesso o il ragazzo che era venuto a salvare.

“Z?” disse Rhage dal piano di sopra. “C’è niente lì?”

Z si riscosse e si schiarì la gola. “Ci sono.”

Mentre si avvicinava al civile, disse piano nella Lingua Antica, “Stai calmo.”

Gli occhi del vampiro si spalancarono e la testa scattò in avanti. Nello sguardo ci fu incredulità e poi sorpresa.

“Stai calmo.” Z controllò due volte gli angoli del seminterrato, la vista penetrava l’oscurità in cerca di segni di un sistema di sicurezza. Tutto ciò che vide fu un mucchio di pareti di cemento e pavimenti di legno, insieme a vecchie tubature e cavi che serpeggiavano sul soffitto. Nessun occhio elettronico o nuove fonti di energia.

Erano da soli e non controllati, ma solo Dio sapeva per quanto ancora. “Rhage, ancora campo libero?” urlò su per la scala.

“Libero!”

“Un civile.” Z fece una stima del corpo dell’uomo. Era stato picchiato e anche se non sembrava avere nessuna ferita aperta, non c’era modo di stabilire se fosse in grado di dematerializzarsi. “Chiama i ragazzi in caso avessimo bisogno di trasporto.”

“Già fatto.”

Z fece un passo avanti…

Il pavimento si frantumò sotto i suoi piedi, spaccandosi proprio sotto di lui.

Mentre la gravità lo acciuffava con forza e con mani bramose e lui precipitava in caduta libera, tutto quello a cui riusciva a pensare era Bella. A seconda di ciò che giaceva sul fondo, questo avrebbe potuto essere…

Atterrò su qualcosa che si frantumò all’impatto, schegge di qualunque cosa fosse gli lacerarono i pantaloni di pelle e le mani prima di rimbalzare e tagliargli il viso e il collo. Mantenne la prese sulla pistola perché era stato addestrato a farlo, e perché la fitta di dolore gli fece contrarre i muscoli dalla testa ai piedi.

Gli ci volle qualche respiro profondo prima di riuscire a riavviare il cervello e a fare la stima dei danni.

Mentre si sedeva lentamente, il suono dei pezzi di vetro che cadevano sul pavimento di pietra gli echeggiò intorno. Nel cerchio di luce che scendeva dalla cantina sopra di lui, Z vide che era seduto nel bel mezzo di un caleidoscopio di cristalli lucenti…

Era caduto su un lampadario grosso quanto un letto.

E il suo piede sinistro era girato all’indietro.

“Cazzo.”

La parte bassa della gamba rotta cominciò a martellare di dolore, facendogli pensare che se solo non avesse guardato la dannata cosa, forse avrebbe continuato a non sentire nulla.

Il viso di Rhage spuntò oltre l’orlo del buco frastagliato. “Tutto okay?”

“Libera il civile.”

“È tutto a posto?”

“La gamba è andata.”

“Andata come?”

“Beh, sto guardando il tacco dell’anfibio e il davanti del ginocchio allo stesso tempo. E c’è una buona probabilità che stia per vomitare.” Deglutì con forza, cercando di convincere il proprio riflesso faringeo a darsi una calmata. “Libera il civile e poi vedremo come tirarmi fuori di qui. Oh, e rimani sulle file di chiodi del pavimento. Chiaramente le tavole sono fragili.”

Rhage annuì, poi sparì. Mentre passi pesanti facevano cadere nuvole di polvere, Z mise una mano nella giacca e tirò fuori la Maglite. La cosa era grossa come un dito ma poteva emanare un raggio di luce potente come quello dei fanali di un’auto.

Mentre faceva scorrere la cosa in giro, il problema alla gamba lo infastidiva un po’ meno. “Che…diavolo?”

Era come stare in una tomba egizia. La stanza misurava dodici metri per lato e traboccava di oggetti che luccicavano, dai quadri a olio nelle cornici dorate ai candelabri d’argento, dalle statue rivestite di pietre preziose a interi mucchi di posateria d’argento. E dall’altra parte della stanza erano accatastate casse che probabilmente contenevano gioielli, e c’era un fila di circa quindici valigette di metallo che dovevano essere piene di soldi.

Era un magazzino del saccheggio, riempito con quello che era stato portato via durante le razzie dell’estate. Tutta quella merda era appartenuta alla glymera, Z riuscì perfino a riconoscere i volti in qualcuno dei dipinti.

Un sacco di cose di valore lì sotto. E guarda. Sulla destra, vicino al pavimento in terra battuta, una luce rossa cominciò a lampeggiare. La sua caduta aveva fatto scattare il sistema d’allarme.

La testa di Rhage rispuntò. “Il civile è libero, ma non riesce a dematerializzarsi. Qhuinn è a meno di un chilometro da qui. Su che cazzo sei seduto?”

“Un lampadario, e non è neanche la metà della storia. Senti, stiamo per ricevere compagnia. Sto posto è collegato a un impianto d’allarme e io l’ho fatto scattare.”

“C’è una scala per venire lì?”

Z si tolse il sudore causato dal dolore passandosi una mano sulla fronte, la merda era fredda e unta sul dorso della mano insanguinata. Dopo aver fatto girare la luce intorno, scosse la testa. “Non ne vedo nessuna, ma devono avere portato il bottino qui in qualche modo, e sicuro come l’inferno che non è stato attraverso il pavimento.”

La testa di Rhage si alzò di scatto e il fratello aggrottò la fronte. Il suono di lui che sfoderava il pugnale era un sospiro di anticipazione di metallo contro metallo. “Questo o è Qhuinn o è un cacciatore. Togliti dalla luce mentre sistemo la faccenda.”

Hollywood sparì dal buco nel pavimento, i suoi passi adesso un quieto sussurro.

Z rimise la pistola nella fondina perché doveva farlo, e tolse alcuni frammenti di cristallo. Portando il culo giù sul pavimento, fece leva con il piede buono e sgattaiolò nell’oscurità, diretto verso la luce di sicurezza. Dopo aver portato il culo vicino alla dannata cosa, visto che era l’unico spazio vuoto che riusciva a vedere tra i mucchi di arte e argento, si sistemò contro il muro.

Quando il piano di sopra rimase decisamente troppo tranquillo, capì che non era Qhuinn con i ragazzi. Eppure non c’era nessun suono di lotta.

E poi la merda passò da brutta a pessima.

Il “muro” su cui stava appoggiato scivolò via e lui cadde di schiena …ai piedi di un paio di incazzati lessers dai capelli bianchi.


QUATTRO

C’erano un sacco di cose positive nell’essere una mamma.

Tenere tra le braccia i tuoi piccoli e cullarli fino a farli addormentare era decisamente una di quelle. Così come piegare i loro vestitini. E nutrirli. E vederli mentre ti guardano con gli occhi pieni di felicità e di sorpresa appena svegli.

Bella cambiò posizione sulla sedia a dondolo, rimbocco la coperta sotto il mento di sua figlia, e accarezzò piano la guancia di Nalla.

Un corollario non tanto bello della maternità, però, era che tutta la cosa dell’intuito femminile era super intensificata.

Seduta al sicuro nella residenza della Fratellanza, Bella sapeva che qualcosa non andava. Anche se lei era al sicuro, in una nursery che veniva dritta da un articolo intitolato “La famiglia perfetta abita qui”, era come se ci fosse uno spiffero che aleggiava per la stanza e puzzava di puzzola morta. E anche Nalla aveva ricevuto quella sensazione. La bimba era stranamente tranquilla e tesa, gli occhi gialli erano focalizzati in un qualche punto mediano come se stesse aspettando lo scoppio di un rumore forte.

Naturalmente, il problema con l’intuito, legato alla maternità o meno che fosse, è che si trattava di una storia senza parole e senza tempo. Anche se ti fa essere pronta per le cattive notizie, non ci sono nomi o verbi che si uniscano all’ansia, nessun timbro con la data e l’ora. Così mentre te ne stai seduta con la paura attaccata al collo come un freddo straccio bagnato, la tua mente deve razionalizzare perché quello è il meglio che chiunque possa fare. Forse era solo il Primo Pasto che le era rimasto sullo stomaco. Forse era solo ansia passeggera.

Forse…

Diavolo, forse quello che le contorceva le budella non era affatto intuizione. Forse era dovuto al fatto che aveva raggiunto una decisione che non le andava giù.

Sì, quella era la causa più probabile. Dopo averci rimuginato sopra e aver sperato ed essersi preoccupata e aver cercato di pensare a un modo per uscire dalla situazione con Z, doveva essere realistica. L’aveva affrontato…e non c’era stata alcuna vera risposta da parte sua.

Nessun voglio che voi due rimaniate qui. Neanche ci proverò.

Tutto quello che aveva ottenuto da lui era che sarebbe uscito per combattere.

Che era una specie di risposta, vero?

Guardandosi intorno nella nursery, Bella fece l’elenco delle cose che avrebbe portato via…non molto, giusto una borsa con le cose di Nalla e una sacca per lei. Poteva procurarsi un altro cestino per i pannolini e una culla e un fasciatoio abbastanza facilmente…

Dove sarebbe andata?

La soluzione più semplice era una delle case di suo fratello. Rehvenge ne aveva parecchie, e tutto quello che doveva fare era chiedere. Cavolo, quanto era ironico? Dopo aver lottato per allontanarsi da lui, adesso stava prendendo in considerazione l’idea di tornare.

Non prendendo in considerazione. Decidendo.

Bella si sporse da un lato, prese il cellulare dalla tasca dei jeans e chiamò Rehv.

Dopo due squilli, una voce profonda e familiare rispose, “Bella?”

C’era il rumore della musica e si sentiva la gente parlare in sottofondo, i suoni che fa una folla che compete per lo spazio.

“Ciao.”

“Pronto? Bella? Aspetta un momento, fammi andare nel mio ufficio.” Dopo una lunga pausa rumorosa, il chiasso si interruppe di colpo. “Ehi, come state tu e il piccolo miracolo?”

“Ho bisogno di un posto dove stare.”

Silenzio totale. Poi suo fratello disse, “Sarebbe per tre o per due?”

“Due.”

Un’altra lunga pausa. “Devo ucciderlo quel pazzo bastardo?”

La note fredda e crudele la spaventò un po’, facendole ricordare che il suo adorato fratello non era un uomo con cui volevi metterti a cazzaggiare. “Dio, no.”

“Parla, sorella mia. Dimmi cosa sta succedendo.”

La morte era un pacchetto nero che aveva un sacco di forme, pesi e misure. Comunque, era il genere di cosa che quando ti arriva sulla porta, ne conosci il mittente senza bisogno di controllare l’indirizzo o di aprire il pacchetto.

Lo sai e basta.

Mentre Z si ritrovava con la schiena a terra sulla strada di quei due lessers, sapeva che questo pacchetto era arrivato per corriere espresso, e l’unica cosa che gli attraversò la mente fu che non era pronto per riceverlo.

Ovvio, non era il tipo di cosa per cui puoi rifiutarti di firmare.

Sopra di lui, illuminati da una qualche debole luce, i lessers si immobilizzarono come se lui fosse stata l’ultima cosa che si erano aspettati di vedere. Poi tirarono fuori le pistole.

Z non aveva un’ultima parola; aveva un’ultima immagine, una che eclissò completamente l’azione a doppia canna che gli si parava diritta in faccia. Nella sua mente vide Bella e Nalla insieme sulla sedia a dondolo nella nursery. Non era un’immagine della notte precedente quando c’erano stati fazzolettini e occhi arrossati e il suo gemello con un’espressione seria. Era di un paio di settimane prima, quando Bella era rimasta a fissare la piccola tra le sue braccia con una tale tenerezza e amore. Come se l’avesse percepito sulla porta, Bella aveva alzato gli occhi e per un momento l’amore che aveva negli occhi aveva avvolto anche lui.

Due colpi di pistola risuonarono, e la cosa più strana fu che l’unico dolore che avvertì fu quello provocato dal rumore nelle sue orecchie.

Seguirono due rumori di caduta, che echeggiarono contro le ricchezze rubate.

Z alzò la testa. Qhuinn e Rhage stavano in piedi proprio dietro a dove si erano trovati i lessers, le pistole che si abbassavano. Blay e John Matthew erano con loro, anche le loro armi spianate.

“Tutto okay?” chiese Rhage.

No. Quello sarebbe stato un grosso grasso peloso cazzo no. “Sì. Sì, sono a posto.”

“Blay, torna nel tunnel con me,” disse Rhage. “John e Qhuinn, voi state qui con lui.”

Z lasciò ricadere la testa e ascoltò due paia di anfibi allontanarsi. Nello strano silenzio che seguì, un’ondata di nausea lo attraversò e ogni centimetro del suo corpo cominciò a tremare, le mani sbattevano come bandiere in un forte vento mentre le portava al viso per controllarlo.

La mano di John gli toccò un braccio e Z fece un salto. “Sto bene…sto bene…”

John con i gesti disse, Ti porteremo fuori di qui.

“Come…” Z si schiarì la gola. “Come faccio a sapere che tutto questo sta succedendo davvero?”

Scusami? Come fai a sapere…?

Zsadist si passò le dita sulla fronte mente cercava di trovare il punto in cui i cacciatori avevano puntato le loro armi. “Come faccio a sapere che tutto questo è reale? E non un… Come faccio a sapere che non sono appena morto?”

John lanciò un’occhiata a Qhuinn dietro di lui come se non avesse idea di cosa rispondere e stesse cercando un sostegno. Poi si batté un pugno sul petto con un colpo solido. Io so che sono qui.

Qhuinn si abbassò e fece lo stesso, un pesante suono basso provenne dal suo torace. “Anch’io.”

Zsadist lasciò di nuovo cadere la testa, il suo corpo tremava così tanto che i piedi sembravano fare il tip-tap sul pavimento di terra battuta. “Non lo so…se questo è reale…oh, merda…”

John lo fissò come a misurare la sua crescente agitazione e cercando di capire che diavolo fare.

All’improvviso il ragazzo allungò una mano verso la gamba rotta di Z e diede all’anfibio girato al contrario un deciso strattone.

Z scattò seduto e abbaiò, “Figliodiputtana!”

Ma andava bene. Il dolore agì come un grosso colpo di spugna sul suo cervello, togliendo le ragnatele delle visioni e sostituendole con una chiarezza focalizzata e martellante.

Era decisamente vivo. Lo era davvero.

Quella realizzazione fu seguita da vicino dal pensiero di Bella. E Nalla.

Doveva raggiungerle.

Z si spostò di lato per prendere il telefono, ma la sua vista divenne sfocata da quello che stava facendo alla gamba. “Merda. Puoi prendere il mio telefono? Nella tasca di dietro?”

John lo fece rotolare con cautela, tirò fuori il RAZR e glielo passò.

“Quindi non credi che ci sia il modo per sistemare sta cosa?” disse Rehv.

Bella scosse la testa in risposta alla domanda di suo fratello, poi si ricordò che lui non poteva vederla. “No, non credo. Almeno non nel breve periodo.”

“Merda. Beh, io sono sempre qui per te, questo lo sai. Vuoi stare con mahmen?”

“No. Voglio dire, sono contenta quando viene a trovarmi durante la notte, ma ho bisogno del mio spazio.”

“Perché speri che lui venga a cercarti.”

“Non lo farà. Questa volta è diverso. Nalla…ha reso tutto diverso.”

La piccola tirò su col naso e si rintanò più vicina nel suo angolo preferito tra l’avambraccio e il seno. Bella tenne fermo il telefono con la spalla e accarezzò i capelli morbidi come piume che le stavano crescendo. I riccioli, quando fossero cresciuti, sarebbero stati multicolori, con ciocche bionde e rosse e castane tutte mescolate insieme, proprio come quelli del padre se non li avesse tenuti sempre rasati.

Mentre Rehv rideva imbarazzato, Bella disse, “Cosa?”

“Dopo tutti questi anni a lottare per tenerti sulla mia proprietà, adesso non voglio che tu te ne vada dalla residenza della Fratellanza. Sul serio, niente è più sicuro di quel posto…ma ho una casa vicino al fiume Hudson che è sicura. È vicina a dove vive una mia amica, non è niente di straordinario, ma c’è un tunnel che unisce le due proprietà. Lei ti terrà al sicuro.”

Dopo che le ebbe dato l’indirizzo, Bella mormorò, “Grazie. Metterò in valigia alcune cose e chiederò a Fritz di portarmi lì fra un’ora.”

“Ti farò riempire subito il frigo.”

Il telefono fece un bip quando arrivò un messaggio. “Grazie.”

“Glielo hai detto?”

“Z sa cosa sta per capitare. E no, non gli impedirò di vedere Nalla se lo vuole, ma deve essere lui a decidere di venire a vederla.”

“E tu?”

“Lo amo…ma tutto questo è stato davvero difficile per me.”

Terminarono la telefonata poco dopo, e mentre spostava il telefono lontano dall’orecchio, Bella vide che c’era un messaggio di Zsadist:

MI DISPIACE. TI AMO. PER FAVORE PERDONAMI…NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Bella si morse un labbro e sbatté forte le palpebre. E gli mandò un messaggio.


cc` s , ?T T corpo nudo che rabbrividisce. Lui guardò i nastri di schiavo sui suoi polsi. Il nero era così denso nella sua pelle, così solido, era come i ceppi di ferro che lui aveva portato una volta.

Dio solamente sa, dopo quanto tempo, la porta alla stanza dei bambini scivolò aperta e Bella ritornò indietro con la bimba. Nalla era addormentata di nuovo, Bella la mise giù nella culla, con cura meticolosa come se fosse una bomba che stesse per esplodere da un momento o altro.

"Mi dispiace", lui disse leggermente, strofinando i suoi polsi.

Bella si mise una vestaglia ed andò alla porta che ha condotto fuori nella sala.

Con la sua mano sulla manopola, lei lo guardò, i suoi occhi lontani.“Io non posso più dire che questo è ok."

"Io sono veramente spiacente sui sogni."

"Io sto parlando di Nalla! Io non posso dire che il tuo evitarla è ok. . .e che io capisco, e che diventerà migliore e che io sarò paziente! Il fatto è, che lei è la tua bambina così come la mia, e mi spezza il cuore vedere che ti ritiri da lei!... Io so quello che tu hai dovuto superare, ed io non voglio puntarmi, ma. . . tutto ora è diverso per me. Io ho bisogno di pensare a ciò che è meglio per lei, ed un padre che neppure la tocca, bhè questo non è di sicuro il meglio per Nalla."

Z aprì le sue mani e fissò i suoi palmi, tentando di immaginare di prendere in braccio la bambina. I nastri di schiavo gli sembrarono enormi. Enormi. . . e contagiosi, e le parole che passavano nella sua mente non erano “non voglio” Z pensò ma erano “non posso”. Se lui confortasse Nalla e giocasse con lei e leggesse per lei, vorrebbe dire lei l'aveva per padre, ed il suo lascito non era nulla che lui ha voluto dare alla bambina. La figlia nata da Bella meritò molto, molto di più di questo!

"Io ho bisogno che tu decida quello che vuoi fare", disse Bella. "Se tu non puoi essere suo padre, io ti sto lasciando. Io so che suona aspro, ma. . . io devo pensare a quello che è migliore per lei. Io ti amo ed io ti amerò sempre, ma non si tratta più di me."

Per un momento, pensò, che non aveva sentito bene. Lasciandolo?

Bella uscì nella sala delle statue. "Io sto andando a prendere qualcosa da mangiare. Non ti preoccupare di lei. Io ritornerò velocemente."

Lei chiuse la porta dietro a lei senza un suono.

Due ore più tardi, quella sera, Z stava ancora pensando al modo in cui la porta si era chiusa così quietamente.

Stando in piedi di fronte al suo armadio pieno di camicie nere e pantaloni di pelle ed anfibi, lui cercò di analizzare le sue intenzioni, inseguendole attraverso il labirinto delle sue emozioni.

Sicuramente, lui volle superare la confusione mentale con sua figlia. Indubbiamente lui voleva, il problema era che gli sembrava semplicemente insormontabile. Certamente quello che gli era stato fatto era nel passato, ma tutto quello che lui doveva fare, era guardare i suoi polsi per vedere che lui ancora ne era sporcato, che il passato non era chiuso dietro alle sue spalle. E lui non volle assolutamente qualsiasi cosa così sporco vicino a Nalla. Lui aveva avuto lo stesso problema all'inizio della relazione con Bella, ed era riuscito a venirne fuori con la sua shellan, ma le implicazioni erano più gravi con la bambina. Lui era, in qualche modo, l'incarnazione corporale di quanta crudeltà è esistita nel mondo e lui non volle che sua figlia conoscesse che tali profondità di depravazione esistessero e tanto meno che lei vedesse i loro effetti ritardati su suo padre.

Cazzo.

Cosa diamine farò quando lei sarà abbastanza grande per guardare il suo viso e chiedergli perché lui sfregiato e come gli era successo? Cosa le dirà quando lei vorrà sapere perché lui aveva dei nastri neri sulla sua pelle? Cosa le risponderà zio Phury quando lei gli chiederà perché lui non aveva una gamba?

Z tirò su una camicia ed un paio di pantaloni di cuoio, poi la sua fondina per i pugnali ed aprì l'armadio delle pistole. Tirò fuori un paio di SIG Sauer, le controllò rapidamente. Merda, lui lottava con null’altro che le sue mani nude. Sin da quando Bella era entrata nella sua vita, comunque, lui era stato più accurato.

E questa, chiaramente era l'altra parte che ingarbugliava il suo cervello: Lui uccise per vivere, Quello era il suo lavoro. Nalla stava per dovere crescere preoccupandosi per lui ogni notte, come faceva Bella.

Lui chiuse a chiave l'armadio contenenti le pistole, poi mise le pistole nella fondina sulle sue anche, controllò i suoi pugnali, e indossò la sua giacca di cuoio.

Dette uno sguardo alla culla dove Nalla ancora stava dormendo.

Pistole, lame, stelle da lancio. Cristo, la bimba ebbe bisogno di essere circondato da sonagli ed orsacchiotti di pezza di lusso non da questa roba.

Forse la verità era che lui non era tagliato per essere un padre. La biologia, comunque, l’aveva visto vincente in quel ruolo, ed ora loro erano tutti imprigionati al suo passato. Tanto quanto lui non poteva immaginare di vivere senza Bella, non c’era nessuno modo che lui potesse diventare il papà che Nalla meritò.

Con un cipiglio, lui si immaginò, Nalla al suo debutto in società, cosa che tutte le donne della glymera facevano un anno dopo la loro transizione. Le figlie avevano sempre il loro primo ballo con il proprio padre, e lui vide Nalla vestita in un meraviglioso vestito rosso, i suoi capelli multicolori elegantemente sistemati sopra la testa, dei rubini ad adornare il suo collo. . . e lui con la sua faccia sfregiata ed i suoi polsini di schiavo che sbirciano fuori dal suo smoking.

Vai, Grande ritratto!!.

Bestemmiando, Z si diresse verso il bagno, dove Bella si stava preparando per la sera.

Lui stava per dirle che lui stava andando fuori per seguire una pista della notte prima e che appena avesse finito, lui ritornerebbe a casa e loro parlerebbero. Come lui girò l’angolo tuttavia, lui si bloccò.

Nella nebbia attardata dal vapore della doccia, Bella si stava asciugando. I suoi capelli furono avvolti in un asciugamano, il suo collo lungo esposto, i muscoli delle sue spalle che si muovono in modo così armonioso come lei passava velocemente l’asciugamano attraverso la sua schiena.

I suoi seni ondeggiarono, rapendo i suoi occhi e.. indurendolo.

Mentre lui la guardò, tutto al quale lui potrebbe pensare era sesso. Dio, lei era bellissima. Le era piaciuta arrotondata dalla gravidanza ma le piaceva immensamente anche come lei era ora. Bella era dimagrita rapidamente dopo la nascita di Nalla, il suo stomaco era stretto come era stato prima e le sue anche avevano riguadagnano i loro contorni magri. Tuttavia i suoi seni erano più grandi e più pesanti ed i capezzoli un rosa più profondo.

Il suo membro diede una tirata nei suoi pantaloni, un criminale che voleva uscire dalla sua prigione.

Come cercò di riordinarsi, comprese che lui e Bella non erano stati insieme da prima della nascita di Nalla. La gravidanza era stata difficile, e dopo il parto Bella aveva giustamente, avuto bisogno di guarire e di riposo stancandosi parecchio per prendersi cura della sua bambina.

Cavolo, le mancò lei e peggio ancora lui veramente la desiderò. Dio, lei era la femmina più spettacolosamente erotica sulla faccia del pianeta.

Bella lasciò cadere il suo accappatoio di fronte allo specchio, e si fissò.

Con una smorfia, lei si inclinò in avanti, pungolò i suoi zigomi, la linea della sua mascella, sotto il suo mento. Drizzandosi, aggrottò le sue ciglia e si girò di lato, tirando dentro il suo stomaco.

Lui schiarì la sua gola per trovare la sua attenzione. "Io sto andando fuori."

Al suono della sua voce, Bella si tuffò sul suo accappatoio. Tirandolo su rapidamente, lei l’allacciò strettamente tirando sù i risvolti vicino alla sua gola. "Oh, non ti ho sentito arrivare."

"ok. . ." L’erezione sgonfiò. "Sono qui!"

"Stai andando via?" Bella chiese come liberò i capelli dall’asciugamano.

Z pensò che lei non aveva sentito neppure le sue parole. "Sì, io sto quasi per andare fuori. Come sempre però sarò raggiungibile."

"ok, noi staremo bene." Lei si curvò per prendere il phon e poi cominciò a strofinare i suoi capelli con l'asciugamano.

Anche se lei distava solo 3 metri, lui non poteva raggiungerla. Non poteva chiederle perché il suo primo istinto era stato nascondere il suo corpo da lui. Z aveva veramente troppa paura di quella che probabilmente, sarebbe stata la sua risposta.

"Buona serata", lui disse rudemente. Lui aspettò un momento, pregando che lei lo guardasse, gli desse un piccolo sorriso, lo saluti con un bacio.

"Anche a te" Lei liberò i suoi capelli e si piegò per prendere il phon. "Abbi cura di te."

"Certo."

Bella accese il phon e prese la sua spazzola per sembrare occupata mentre Z andò via. Quando lei era sicura che lui era andato, lei smise di recitare, spegnendo il phon e lasciandolo cadere sul piano di marmo del bagno.

Dio, il cuore le fece così male, lei era nauseata, e come lei fissò il suo riflesso, lei volle veramente fracassare in mille pezzi lo specchio di fronte lei.

Loro due non erano stati insieme, come “stato insieme”, da allora. . . Dio, dovevano essere quattro o cinque mesi, prima che lei cominciasse ad avere le perdite di sangue.

Lui non pensò sessualmente più a lei. Non da quando Nalla era nata. Era come se la nascita avesse spento quella parte della loro relazione. Quando lui la toccata, era con la gentilezza e compassione di un fratello, mai con passione.

Inizialmente, Bella aveva pensato che forse era perché lei non era magra come lei era stata prima, ma nelle ultime quattro settimane il suo corpo si era ripreso.

Almeno, lei pensò. Si stava prendendo in giro?

Sciogliendo il laccio dell'accappatoio, lei aprii le due metà, si mise di lato per misurare il suo stomaco. Si ricordò che durante la sua crescita, suo padre era ancora vivo, e lui le aveva stampato a fuoco nella sua mente con severa rigidità, l'importanza per tutte le donne della glymera di essere magre, per cui addirittura ora, dopo tanti anni dalla sua morte, quegli avvertimenti austeri riguardo ad essere magri riecheggiavano ancora nella sua mente.

Il dolore la colpì di nuovo e con un sospiro lei si riallacciò stretto l’accappatoio.

Sì, lei volle che Nalla avesse suo padre, e questa era la preoccupazione primaria. Ma a lei mancò il suo hellren. La gravidanza era venuta così rapidamente che loro non avevano avevo l'opportunità di godere il primo periodo insieme. Per essere semplicemente due piccioncini che si divertono nella compagnia l’uno dell’altro.

Come lei riprese il phon e lo riaccese, lei tentò di non contare il numero dei giorni da quando lui la aveva cercata come un uomo. Era stato così tanto tempo da quando lui aveva frugato attraverso le lenzuola con le sue grandi, calde mani e l’aveva svegliata con le sue labbra sul suo collo ed una stimolazione dura che preme sulla sua anca.

E’ vero, neanche lei lo aveva cercato. Ma lei non stava prendendo per concesso il genere di accoglienza che lei riceverebbe. L'ultima cosa di cui lei ora ebbe bisogno era che lui non fosse più attirato da lei. Lei già era emotivamente distrutta come madre; Grazie mille ma un fallimento anche sul fronte femminile era troppo da confrontare.

Quando i suoi capelli erano asciutti, lei gli diede una spazzolata rapida e poi andò fuori a controllare Nalla. Stando in piedi sulla culla, guardando loro figlia lei non poteva credere che le cose erano arrivate ad un ultimatum. Lei aveva saputo sempre che Z avrebbe avuto problemi dopo quello che lui aveva dovuto sopportare, ma non aveva mai pensato che loro non potessero fare un ponte sul suo passato.

Il loro amore era sembrato abbastanza forte per fargli superare tutto.

Forse non lo era.

TRE

La casa era lontana dalla strada sterrata e circondata da grossi cespugli e alberi frondosi ricoperti di foglie marroni. L’architettura della cosa era un miscuglio di vari stili e l’unico elemento che li univa era il fatto che erano stati tutti riprodotti malamente. Aveva un tetto tipo Cape Cod, ma era a un solo piano come un ranch; aveva colonne sul porticato come una casa coloniale ma era rivestita di plastica come una roulotte; era piantata sulla sua piazzola come un castello eppure aveva la stessa dignità di un cassonetto ammaccato.

Oh, ed era dipinta di verde. Tipo, verde pisello.

Vent’anni prima probabilmente il posto era stato costruito da un uomo di città dotato di cattivo gusto che cercava di rifarsi una vita nei panni del gentiluomo di campagna. Adesso tutto era lasciato andare, tranne per una cosa: la porta era fatta di acciaio inossidabile, splendente e fresca come una rosa, e rinforzata tipo quelle che puoi trovare nei reparti psichiatrici o in prigione.

E sulle finestre erano inchiodate delle assi di legno.

Z si accucciò dietro la carcassa arrugginita di quella che era stata una Trans Am dell’92 e rimase in attesa che le nuvole si addensassero e coprissero la luna tanto da permettergli di muoversi. Dall’altro lato del giardino invaso dalle erbacce e del vialetto ricoperto di ghiaia, Rhage aspettava dietro una quercia.

Davvero l’unico albero abbastanza grande per nascondere il figlio di puttana.

La Fratellanza aveva scoperto il posto la notte prima per pura fortuna. Z era in centro città a perlustrare il parco d’aghi sotto i ponti di Caldwell quando aveva beccato un paio di scagnozzi intenti a gettare un corpo nel fiume Hudson. I due si erano disfatti del cadavere in modo veloce e professionale: una berlina anonima si era avvicinata, due ragazzi con felpe nere con cappuccio erano scesi e si erano diretti al bagagliaio, il corpo preso per le spalle e le gambe, i resti buttati nella corrente.

Splish, splash, a farsi un bagno.

Z si era trovato a quasi tre metri di distanza più in giù lungo il fiume, così quando il morto era passato galleggiando, aveva visto dalla smorfia sulla bocca che si trattava di un maschio umano. Normalmente questo sarebbe stato la causa per non fare assolutamente niente. Se qualcuno si era ritrovato in una scena del Padrino, non erano certo affari della Fratellanza.

Ma il vento aveva cambiato direzione e gli aveva portato una zaffata di qualcosa di dolce come zucchero filato.

C’erano solo due cose che Z conosceva con quell’odore e che camminassero eretti: le vecchiette e il nemico della sua razza. Considerando che era improbabile che Berry White e Bea Arthur fossero sotto quei cappucci a dare sfogo al proprio lato Tony Soprano, allora voleva dire che c’erano due lessers poco più su. Quindi la faccenda era decisamente sulla lista delle cosa da fare di Z.

Con perfetto tempismo, la coppia di cacciatori si mise a litigare. Mentre finivano naso contro naso scambiandosi qualche spinta e qualche colpo, Z si dematerializzò accanto al pilone più vicino alla berlina. La targa sul quel catorcio di Impala era 818 NPA, e non sembrava esserci nessun altro passeggero né della varietà stecchiti né di quella vivi.

In un batter d’occhio, Z si dematerializzò di nuovo, questa volta sul tetto del magazzino che fiancheggiava il fiume. Dalla sua posizione strategica, attese con il telefono attaccato all’orecchio e una linea aperta con Qhuinn, puntellandosi contro le folate di vento che salivano dal culo dell’edificio.

I lessers di solito non uccidevano gli umani. Era una perdita di tempo, per un verso, perché non ti faceva guadagnare punti con l’Omega, e un mucchio di problemi se venivi preso, per l’altro. Detto questo, se qualcuno vedeva qualcosa che non avrebbe dovuto, i cacciatori non avrebbero esitato a spedirlo verso la sua ricompensa eterna.

Quando l’Impala finalmente uscì da sotto il ponte, svoltò a destra e si diresse lontano dal centro città. Z parlò al telefono, e un momento dopo emerse un Hummer nero proprio da dove l’Impala era uscita.

Qhuinn e John Matthew stavano passando la serata libera con Blay allo Zerosum, ma quei ragazzi erano sempre pronti all’azione. Non appena Z aveva chiamato, i tre erano corsi verso l’auto nuova di pacca di Qhuinn, che era stata parcheggiata a un isolato e mezzo di distanza.

Secondo le istruzioni di Z, i ragazzi avevano messo a tavoletta per raggiungere la berlina. Mentre si avvicinavano, Z teneva d’occhio i lessers, dematerializzandosi dalla cima di un edificio all’altro mentre i pezzi di merda proseguivano lungo la riva del fiume. Ringraziando la fottuta fortuna, i cacciatori non entrarono in autostrada o sarebbero potuti sfuggire.

Qhuinn aveva delle doti dietro il volante e una volta che l’Hummer si fu attaccato al SUV in modo affidabile, Z smise di fare l’Uomo Ragno e lasciò i ragazzi a fare il loro lavoro. Dopo circa quindici chilometri, Rhage diede loro il cambio con la sua GTO giusto per confondere le acque e ridurre il rischio che i lessers si rendessero conto di essere pedinati.

Appena prima dell’alba, Rhage li aveva seguiti fino a questo posto, ma era stato troppo tardi per qualunque tipo di infiltrazione.

Stasera era il seguito. Alla grande.

E guarda, l’Impala se ne stava bella bella sul vialetto.

Quando le nuvole fecero finalmente la loro parte, Z diede il segnale a Hollywood e i due si dematerializzarono ai lati della porta d’ingresso. Un breve ascolto rivelò discussione in corso, le voci erano le stesse che Z aveva sentito vicino al fiume Hudson la notte precedente. Evidentemente la coppia era ancora allo stadio acqua e olio.

Tre, due…uno…

Rhage aprì la porta con un calcio tanto forte che l’anfibio lasciò un’ammaccatura sul pannello di metallo.

I due lessers nella stanza si girarono e Z non diede loro neanche una possibilità di reagire. La canna della sua SIG ad aprire la strada, Z li prese entrambi in pieno petto e i proiettili li fecero girare come trottole.

Rhage ci andò giù col pugnale, saltando in avanti e colpendo prima uno e poi l’altro. Quando i lampi di luce bianca e i forti suoni scemarono, il fratello saltò in piedi e si immobilizzò come una statua.

Né Z né Rhage si mossero. Usando i loro sensi, passarono al setaccio il silenzio della casa, in cerca di qualunque cosa suggerisse altri inquilini.

Il lamento che gorgogliò in tutta quella quiete proveniva dal retro, e Z si mosse velocemente verso il suono, canna della pistola sempre per prima. In cucina la porta della cantina era aperta, e Z si dematerializzò sulla sua sinistra. Con un movimento veloce della testa diede un’occhiata giù per le scale. Sul fondo una lampadina nuda pendeva dai cavi rossi e neri, ma la pozza di luce non mostrava altro che assi del pavimento macchiate.

Z usò la propria volontà per spegnere la luce giù in basso e Rhage gli assicurò copertura mentre Z bypassava gli scalini malfermi e si dematerializzava nell’oscurità.

Al piano di sotto Z sentì l’odore del sangue fresco e alla sua sinistra udì il rumore ritmico dei denti che battono.

Usò la propria volontà per riaccendere la luce…e rimase senza fiato.

Un vampiro civile era legato mani e piedi ad un tavolo. Era nudo e ricoperto di lividi. Invece di guardare Z, chiuse forte gli occhi, come se non potesse sopportare di sapere quello che stava per raggiungerlo.

Per un momento Z non riuscì a muoversi. Era il suo personale incubo in technicolor, e la realtà si distorse tanto che non fu più sicuro se chi era legato al tavolo fosse lui stesso o il ragazzo che era venuto a salvare.

“Z?” disse Rhage dal piano di sopra. “C’è niente lì?”

Z si riscosse e si schiarì la gola. “Ci sono.”

Mentre si avvicinava al civile, disse piano nella Lingua Antica, “Stai calmo.”

Gli occhi del vampiro si spalancarono e la testa scattò in avanti. Nello sguardo ci fu incredulità e poi sorpresa.

“Stai calmo.” Z controllò due volte gli angoli del seminterrato, la vista penetrava l’oscurità in cerca di segni di un sistema di sicurezza. Tutto ciò che vide fu un mucchio di pareti di cemento e pavimenti di legno, insieme a vecchie tubature e cavi che serpeggiavano sul soffitto. Nessun occhio elettronico o nuove fonti di energia.

Erano da soli e non controllati, ma solo Dio sapeva per quanto ancora. “Rhage, ancora campo libero?” urlò su per la scala.

“Libero!”

“Un civile.” Z fece una stima del corpo dell’uomo. Era stato picchiato e anche se non sembrava avere nessuna ferita aperta, non c’era modo di stabilire se fosse in grado di dematerializzarsi. “Chiama i ragazzi in caso avessimo bisogno di trasporto.”

“Già fatto.”

Z fece un passo avanti…

Il pavimento si frantumò sotto i suoi piedi, spaccandosi proprio sotto di lui.

Mentre la gravità lo acciuffava con forza e con mani bramose e lui precipitava in caduta libera, tutto quello a cui riusciva a pensare era Bella. A seconda di ciò che giaceva sul fondo, questo avrebbe potuto essere…

Atterrò su qualcosa che si frantumò all’impatto, schegge di qualunque cosa fosse gli lacerarono i pantaloni di pelle e le mani prima di rimbalzare e tagliargli il viso e il collo. Mantenne la prese sulla pistola perché era stato addestrato a farlo, e perché la fitta di dolore gli fece contrarre i muscoli dalla testa ai piedi.

Gli ci volle qualche respiro profondo prima di riuscire a riavviare il cervello e a fare la stima dei danni.

Mentre si sedeva lentamente, il suono dei pezzi di vetro che cadevano sul pavimento di pietra gli echeggiò intorno. Nel cerchio di luce che scendeva dalla cantina sopra di lui, Z vide che era seduto nel bel mezzo di un caleidoscopio di cristalli lucenti…

Era caduto su un lampadario grosso quanto un letto.

E il suo piede sinistro era girato all’indietro.

“Cazzo.”

La parte bassa della gamba rotta cominciò a martellare di dolore, facendogli pensare che se solo non avesse guardato la dannata cosa, forse avrebbe continuato a non sentire nulla.

Il viso di Rhage spuntò oltre l’orlo del buco frastagliato. “Tutto okay?”

“Libera il civile.”

“È tutto a posto?”

“La gamba è andata.”

“Andata come?”

“Beh, sto guardando il tacco dell’anfibio e il davanti del ginocchio allo stesso tempo. E c’è una buona probabilità che stia per vomitare.” Deglutì con forza, cercando di convincere il proprio riflesso faringeo a darsi una calmata. “Libera il civile e poi vedremo come tirarmi fuori di qui. Oh, e rimani sulle file di chiodi del pavimento. Chiaramente le tavole sono fragili.”

Rhage annuì, poi sparì. Mentre passi pesanti facevano cadere nuvole di polvere, Z mise una mano nella giacca e tirò fuori la Maglite. La cosa era grossa come un dito ma poteva emanare un raggio di luce potente come quello dei fanali di un’auto.

Mentre faceva scorrere la cosa in giro, il problema alla gamba lo infastidiva un po’ meno. “Che…diavolo?”

Era come stare in una tomba egizia. La stanza misurava dodici metri per lato e traboccava di oggetti che luccicavano, dai quadri a olio nelle cornici dorate ai candelabri d’argento, dalle statue rivestite di pietre preziose a interi mucchi di posateria d’argento. E dall’altra parte della stanza erano accatastate casse che probabilmente contenevano gioielli, e c’era un fila di circa quindici valigette di metallo che dovevano essere piene di soldi.

Era un magazzino del saccheggio, riempito con quello che era stato portato via durante le razzie dell’estate. Tutta quella merda era appartenuta alla glymera, Z riuscì perfino a riconoscere i volti in qualcuno dei dipinti.

Un sacco di cose di valore lì sotto. E guarda. Sulla destra, vicino al pavimento in terra battuta, una luce rossa cominciò a lampeggiare. La sua caduta aveva fatto scattare il sistema d’allarme.

La testa di Rhage rispuntò. “Il civile è libero, ma non riesce a dematerializzarsi. Qhuinn è a meno di un chilometro da qui. Su che cazzo sei seduto?”

“Un lampadario, e non è neanche la metà della storia. Senti, stiamo per ricevere compagnia. Sto posto è collegato a un impianto d’allarme e io l’ho fatto scattare.”

“C’è una scala per venire lì?”

Z si tolse il sudore causato dal dolore passandosi una mano sulla fronte, la merda era fredda e unta sul dorso della mano insanguinata. Dopo aver fatto girare la luce intorno, scosse la testa. “Non ne vedo nessuna, ma devono avere portato il bottino qui in qualche modo, e sicuro come l’inferno che non è stato attraverso il pavimento.”

La testa di Rhage si alzò di scatto e il fratello aggrottò la fronte. Il suono di lui che sfoderava il pugnale era un sospiro di anticipazione di metallo contro metallo. “Questo o è Qhuinn o è un cacciatore. Togliti dalla luce mentre sistemo la faccenda.”

Hollywood sparì dal buco nel pavimento, i suoi passi adesso un quieto sussurro.

Z rimise la pistola nella fondina perché doveva farlo, e tolse alcuni frammenti di cristallo. Portando il culo giù sul pavimento, fece leva con il piede buono e sgattaiolò nell’oscurità, diretto verso la luce di sicurezza. Dopo aver portato il culo vicino alla dannata cosa, visto che era l’unico spazio vuoto che riusciva a vedere tra i mucchi di arte e argento, si sistemò contro il muro.

Quando il piano di sopra rimase decisamente troppo tranquillo, capì che non era Qhuinn con i ragazzi. Eppure non c’era nessun suono di lotta.

E poi la merda passò da brutta a pessima.

Il “muro” su cui stava appoggiato scivolò via e lui cadde di schiena …ai piedi di un paio di incazzati lessers dai capelli bianchi.


QUATTRO

C’erano un sacco di cose positive nell’essere una mamma.

Tenere tra le braccia i tuoi piccoli e cullarli fino a farli addormentare era decisamente una di quelle. Così come piegare i loro vestitini. E nutrirli. E vederli mentre ti guardano con gli occhi pieni di felicità e di sorpresa appena svegli.

Bella cambiò posizione sulla sedia a dondolo, rimbocco la coperta sotto il mento di sua figlia, e accarezzò piano la guancia di Nalla.

Un corollario non tanto bello della maternità, però, era che tutta la cosa dell’intuito femminile era super intensificata.

Seduta al sicuro nella residenza della Fratellanza, Bella sapeva che qualcosa non andava. Anche se lei era al sicuro, in una nursery che veniva dritta da un articolo intitolato “La famiglia perfetta abita qui”, era come se ci fosse uno spiffero che aleggiava per la stanza e puzzava di puzzola morta. E anche Nalla aveva ricevuto quella sensazione. La bimba era stranamente tranquilla e tesa, gli occhi gialli erano focalizzati in un qualche punto mediano come se stesse aspettando lo scoppio di un rumore forte.

Naturalmente, il problema con l’intuito, legato alla maternità o meno che fosse, è che si trattava di una storia senza parole e senza tempo. Anche se ti fa essere pronta per le cattive notizie, non ci sono nomi o verbi che si uniscano all’ansia, nessun timbro con la data e l’ora. Così mentre te ne stai seduta con la paura attaccata al collo come un freddo straccio bagnato, la tua mente deve razionalizzare perché quello è il meglio che chiunque possa fare. Forse era solo il Primo Pasto che le era rimasto sullo stomaco. Forse era solo ansia passeggera.

Forse…

Diavolo, forse quello che le contorceva le budella non era affatto intuizione. Forse era dovuto al fatto che aveva raggiunto una decisione che non le andava giù.

Sì, quella era la causa più probabile. Dopo averci rimuginato sopra e aver sperato ed essersi preoccupata e aver cercato di pensare a un modo per uscire dalla situazione con Z, doveva essere realistica. L’aveva affrontato…e non c’era stata alcuna vera risposta da parte sua.

Nessun voglio che voi due rimaniate qui. Neanche ci proverò.

Tutto quello che aveva ottenuto da lui era che sarebbe uscito per combattere.

Che era una specie di risposta, vero?

Guardandosi intorno nella nursery, Bella fece l’elenco delle cose che avrebbe portato via…non molto, giusto una borsa con le cose di Nalla e una sacca per lei. Poteva procurarsi un altro cestino per i pannolini e una culla e un fasciatoio abbastanza facilmente…

Dove sarebbe andata?

La soluzione più semplice era una delle case di suo fratello. Rehvenge ne aveva parecchie, e tutto quello che doveva fare era chiedere. Cavolo, quanto era ironico? Dopo aver lottato per allontanarsi da lui, adesso stava prendendo in considerazione l’idea di tornare.

Non prendendo in considerazione. Decidendo.

Bella si sporse da un lato, prese il cellulare dalla tasca dei jeans e chiamò Rehv.

Dopo due squilli, una voce profonda e familiare rispose, “Bella?”

C’era il rumore della musica e si sentiva la gente parlare in sottofondo, i suoni che fa una folla che compete per lo spazio.

“Ciao.”

“Pronto? Bella? Aspetta un momento, fammi andare nel mio ufficio.” Dopo una lunga pausa rumorosa, il chiasso si interruppe di colpo. “Ehi, come state tu e il piccolo miracolo?”

“Ho bisogno di un posto dove stare.”

Silenzio totale. Poi suo fratello disse, “Sarebbe per tre o per due?”

“Due.”

Un’altra lunga pausa. “Devo ucciderlo quel pazzo bastardo?”

La note fredda e crudele la spaventò un po’, facendole ricordare che il suo adorato fratello non era un uomo con cui volevi metterti a cazzaggiare. “Dio, no.”

“Parla, sorella mia. Dimmi cosa sta succedendo.”

La morte era un pacchetto nero che aveva un sacco di forme, pesi e misure. Comunque, era il genere di cosa che quando ti arriva sulla porta, ne conosci il mittente senza bisogno di controllare l’indirizzo o di aprire il pacchetto.

Lo sai e basta.

Mentre Z si ritrovava con la schiena a terra sulla strada di quei due lessers, sapeva che questo pacchetto era arrivato per corriere espresso, e l’unica cosa che gli attraversò la mente fu che non era pronto per riceverlo.

Ovvio, non era il tipo di cosa per cui puoi rifiutarti di firmare.

Sopra di lui, illuminati da una qualche debole luce, i lessers si immobilizzarono come se lui fosse stata l’ultima cosa che si erano aspettati di vedere. Poi tirarono fuori le pistole.

Z non aveva un’ultima parola; aveva un’ultima immagine, una che eclissò completamente l’azione a doppia canna che gli si parava diritta in faccia. Nella sua mente vide Bella e Nalla insieme sulla sedia a dondolo nella nursery. Non era un’immagine della notte precedente quando c’erano stati fazzolettini e occhi arrossati e il suo gemello con un’espressione seria. Era di un paio di settimane prima, quando Bella era rimasta a fissare la piccola tra le sue braccia con una tale tenerezza e amore. Come se l’avesse percepito sulla porta, Bella aveva alzato gli occhi e per un momento l’amore che aveva negli occhi aveva avvolto anche lui.

Due colpi di pistola risuonarono, e la cosa più strana fu che l’unico dolore che avvertì fu quello provocato dal rumore nelle sue orecchie.

Seguirono due rumori di caduta, che echeggiarono contro le ricchezze rubate.

Z alzò la testa. Qhuinn e Rhage stavano in piedi proprio dietro a dove si erano trovati i lessers, le pistole che si abbassavano. Blay e John Matthew erano con loro, anche le loro armi spianate.

“Tutto okay?” chiese Rhage.

No. Quello sarebbe stato un grosso grasso peloso cazzo no. “Sì. Sì, sono a posto.”

“Blay, torna nel tunnel con me,” disse Rhage. “John e Qhuinn, voi state qui con lui.”

Z lasciò ricadere la testa e ascoltò due paia di anfibi allontanarsi. Nello strano silenzio che seguì, un’ondata di nausea lo attraversò e ogni centimetro del suo corpo cominciò a tremare, le mani sbattevano come bandiere in un forte vento mentre le portava al viso per controllarlo.

La mano di John gli toccò un braccio e Z fece un salto. “Sto bene…sto bene…”

John con i gesti disse, Ti porteremo fuori di qui.

“Come…” Z si schiarì la gola. “Come faccio a sapere che tutto questo sta succedendo davvero?”

Scusami? Come fai a sapere…?

Zsadist si passò le dita sulla fronte mente cercava di trovare il punto in cui i cacciatori avevano puntato le loro armi. “Come faccio a sapere che tutto questo è reale? E non un… Come faccio a sapere che non sono appena morto?”

John lanciò un’occhiata a Qhuinn dietro di lui come se non avesse idea di cosa rispondere e stesse cercando un sostegno. Poi si batté un pugno sul petto con un colpo solido. Io so che sono qui.

Qhuinn si abbassò e fece lo stesso, un pesante suono basso provenne dal suo torace. “Anch’io.”

Zsadist lasciò di nuovo cadere la testa, il suo corpo tremava così tanto che i piedi sembravano fare il tip-tap sul pavimento di terra battuta. “Non lo so…se questo è reale…oh, merda…”

John lo fissò come a misurare la sua crescente agitazione e cercando di capire che diavolo fare.

All’improvviso il ragazzo allungò una mano verso la gamba rotta di Z e diede all’anfibio girato al contrario un deciso strattone.

Z scattò seduto e abbaiò, “Figliodiputtana!”

Ma andava bene. Il dolore agì come un grosso colpo di spugna sul suo cervello, togliendo le ragnatele delle visioni e sostituendole con una chiarezza focalizzata e martellante.

Era decisamente vivo. Lo era davvero.

Quella realizzazione fu seguita da vicino dal pensiero di Bella. E Nalla.

Doveva raggiungerle.

Z si spostò di lato per prendere il telefono, ma la sua vista divenne sfocata da quello che stava facendo alla gamba. “Merda. Puoi prendere il mio telefono? Nella tasca di dietro?”

John lo fece rotolare con cautela, tirò fuori il RAZR e glielo passò.

“Quindi non credi che ci sia il modo per sistemare sta cosa?” disse Rehv.

Bella scosse la testa in risposta alla domanda di suo fratello, poi si ricordò che lui non poteva vederla. “No, non credo. Almeno non nel breve periodo.”

“Merda. Beh, io sono sempre qui per te, questo lo sai. Vuoi stare con mahmen?”

“No. Voglio dire, sono contenta quando viene a trovarmi durante la notte, ma ho bisogno del mio spazio.”

“Perché speri che lui venga a cercarti.”

“Non lo farà. Questa volta è diverso. Nalla…ha reso tutto diverso.”

La piccola tirò su col naso e si rintanò più vicina nel suo angolo preferito tra l’avambraccio e il seno. Bella tenne fermo il telefono con la spalla e accarezzò i capelli morbidi come piume che le stavano crescendo. I riccioli, quando fossero cresciuti, sarebbero stati multicolori, con ciocche bionde e rosse e castane tutte mescolate insieme, proprio come quelli del padre se non li avesse tenuti sempre rasati.

Mentre Rehv rideva imbarazzato, Bella disse, “Cosa?”

“Dopo tutti questi anni a lottare per tenerti sulla mia proprietà, adesso non voglio che tu te ne vada dalla residenza della Fratellanza. Sul serio, niente è più sicuro di quel posto…ma ho una casa vicino al fiume Hudson che è sicura. È vicina a dove vive una mia amica, non è niente di straordinario, ma c’è un tunnel che unisce le due proprietà. Lei ti terrà al sicuro.”

Dopo che le ebbe dato l’indirizzo, Bella mormorò, “Grazie. Metterò in valigia alcune cose e chiederò a Fritz di portarmi lì fra un’ora.”

“Ti farò riempire subito il frigo.”

Il telefono fece un bip quando arrivò un messaggio. “Grazie.”

“Glielo hai detto?”

“Z sa cosa sta per capitare. E no, non gli impedirò di vedere Nalla se lo vuole, ma deve essere lui a decidere di venire a vederla.”

“E tu?”

“Lo amo…ma tutto questo è stato davvero difficile per me.”

Terminarono la telefonata poco dopo, e mentre spostava il telefono lontano dall’orecchio, Bella vide che c’era un messaggio di Zsadist:

MI DISPIACE. TI AMO. PER FAVORE PERDONAMI…NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Bella si morse un labbro e sbatté forte le palpebre. E gli mandò un messaggio.


cc` s , ?T T corpo nudo che rabbrividisce. Lui guardò i nastri di schiavo sui suoi polsi. Il nero era così denso nella sua pelle, così solido, era come i ceppi di ferro che lui aveva portato una volta.

Dio solamente sa, dopo quanto tempo, la porta alla stanza dei bambini scivolò aperta e Bella ritornò indietro con la bimba. Nalla era addormentata di nuovo, Bella la mise giù nella culla, con cura meticolosa come se fosse una bomba che stesse per esplodere da un momento o altro.

"Mi dispiace", lui disse leggermente, strofinando i suoi polsi.

Bella si mise una vestaglia ed andò alla porta che ha condotto fuori nella sala.

Con la sua mano sulla manopola, lei lo guardò, i suoi occhi lontani.“Io non posso più dire che questo è ok."

"Io sono veramente spiacente sui sogni."

"Io sto parlando di Nalla! Io non posso dire che il tuo evitarla è ok. . .e che io capisco, e che diventerà migliore e che io sarò paziente! Il fatto è, che lei è la tua bambina così come la mia, e mi spezza il cuore vedere che ti ritiri da lei!... Io so quello che tu hai dovuto superare, ed io non voglio puntarmi, ma. . . tutto ora è diverso per me. Io ho bisogno di pensare a ciò che è meglio per lei, ed un padre che neppure la tocca, bhè questo non è di sicuro il meglio per Nalla."

Z aprì le sue mani e fissò i suoi palmi, tentando di immaginare di prendere in braccio la bambina. I nastri di schiavo gli sembrarono enormi. Enormi. . . e contagiosi, e le parole che passavano nella sua mente non erano “non voglio” Z pensò ma erano “non posso”. Se lui confortasse Nalla e giocasse con lei e leggesse per lei, vorrebbe dire lei l'aveva per padre, ed il suo lascito non era nulla che lui ha voluto dare alla bambina. La figlia nata da Bella meritò molto, molto di più di questo!

"Io ho bisogno che tu decida quello che vuoi fare", disse Bella. "Se tu non puoi essere suo padre, io ti sto lasciando. Io so che suona aspro, ma. . . io devo pensare a quello che è migliore per lei. Io ti amo ed io ti amerò sempre, ma non si tratta più di me."

Per un momento, pensò, che non aveva sentito bene. Lasciandolo?

Bella uscì nella sala delle statue. "Io sto andando a prendere qualcosa da mangiare. Non ti preoccupare di lei. Io ritornerò velocemente."

Lei chiuse la porta dietro a lei senza un suono.

Due ore più tardi, quella sera, Z stava ancora pensando al modo in cui la porta si era chiusa così quietamente.

Stando in piedi di fronte al suo armadio pieno di camicie nere e pantaloni di pelle ed anfibi, lui cercò di analizzare le sue intenzioni, inseguendole attraverso il labirinto delle sue emozioni.

Sicuramente, lui volle superare la confusione mentale con sua figlia. Indubbiamente lui voleva, il problema era che gli sembrava semplicemente insormontabile. Certamente quello che gli era stato fatto era nel passato, ma tutto quello che lui doveva fare, era guardare i suoi polsi per vedere che lui ancora ne era sporcato, che il passato non era chiuso dietro alle sue spalle. E lui non volle assolutamente qualsiasi cosa così sporco vicino a Nalla. Lui aveva avuto lo stesso problema all'inizio della relazione con Bella, ed era riuscito a venirne fuori con la sua shellan, ma le implicazioni erano più gravi con la bambina. Lui era, in qualche modo, l'incarnazione corporale di quanta crudeltà è esistita nel mondo e lui non volle che sua figlia conoscesse che tali profondità di depravazione esistessero e tanto meno che lei vedesse i loro effetti ritardati su suo padre.

Cazzo.

Cosa diamine farò quando lei sarà abbastanza grande per guardare il suo viso e chiedergli perché lui sfregiato e come gli era successo? Cosa le dirà quando lei vorrà sapere perché lui aveva dei nastri neri sulla sua pelle? Cosa le risponderà zio Phury quando lei gli chiederà perché lui non aveva una gamba?

Z tirò su una camicia ed un paio di pantaloni di cuoio, poi la sua fondina per i pugnali ed aprì l'armadio delle pistole. Tirò fuori un paio di SIG Sauer, le controllò rapidamente. Merda, lui lottava con null’altro che le sue mani nude. Sin da quando Bella era entrata nella sua vita, comunque, lui era stato più accurato.

E questa, chiaramente era l'altra parte che ingarbugliava il suo cervello: Lui uccise per vivere, Quello era il suo lavoro. Nalla stava per dovere crescere preoccupandosi per lui ogni notte, come faceva Bella.

Lui chiuse a chiave l'armadio contenenti le pistole, poi mise le pistole nella fondina sulle sue anche, controllò i suoi pugnali, e indossò la sua giacca di cuoio.

Dette uno sguardo alla culla dove Nalla ancora stava dormendo.

Pistole, lame, stelle da lancio. Cristo, la bimba ebbe bisogno di essere circondato da sonagli ed orsacchiotti di pezza di lusso non da questa roba.

Forse la verità era che lui non era tagliato per essere un padre. La biologia, comunque, l’aveva visto vincente in quel ruolo, ed ora loro erano tutti imprigionati al suo passato. Tanto quanto lui non poteva immaginare di vivere senza Bella, non c’era nessuno modo che lui potesse diventare il papà che Nalla meritò.

Con un cipiglio, lui si immaginò, Nalla al suo debutto in società, cosa che tutte le donne della glymera facevano un anno dopo la loro transizione. Le figlie avevano sempre il loro primo ballo con il proprio padre, e lui vide Nalla vestita in un meraviglioso vestito rosso, i suoi capelli multicolori elegantemente sistemati sopra la testa, dei rubini ad adornare il suo collo. . . e lui con la sua faccia sfregiata ed i suoi polsini di schiavo che sbirciano fuori dal suo smoking.

Vai, Grande ritratto!!.

Bestemmiando, Z si diresse verso il bagno, dove Bella si stava preparando per la sera.

Lui stava per dirle che lui stava andando fuori per seguire una pista della notte prima e che appena avesse finito, lui ritornerebbe a casa e loro parlerebbero. Come lui girò l’angolo tuttavia, lui si bloccò.

Nella nebbia attardata dal vapore della doccia, Bella si stava asciugando. I suoi capelli furono avvolti in un asciugamano, il suo collo lungo esposto, i muscoli delle sue spalle che si muovono in modo così armonioso come lei passava velocemente l’asciugamano attraverso la sua schiena.

I suoi seni ondeggiarono, rapendo i suoi occhi e.. indurendolo.

Mentre lui la guardò, tutto al quale lui potrebbe pensare era sesso. Dio, lei era bellissima. Le era piaciuta arrotondata dalla gravidanza ma le piaceva immensamente anche come lei era ora. Bella era dimagrita rapidamente dopo la nascita di Nalla, il suo stomaco era stretto come era stato prima e le sue anche avevano riguadagnano i loro contorni magri. Tuttavia i suoi seni erano più grandi e più pesanti ed i capezzoli un rosa più profondo.

Il suo membro diede una tirata nei suoi pantaloni, un criminale che voleva uscire dalla sua prigione.

Come cercò di riordinarsi, comprese che lui e Bella non erano stati insieme da prima della nascita di Nalla. La gravidanza era stata difficile, e dopo il parto Bella aveva giustamente, avuto bisogno di guarire e di riposo stancandosi parecchio per prendersi cura della sua bambina.

Cavolo, le mancò lei e peggio ancora lui veramente la desiderò. Dio, lei era la femmina più spettacolosamente erotica sulla faccia del pianeta.

Bella lasciò cadere il suo accappatoio di fronte allo specchio, e si fissò.

Con una smorfia, lei si inclinò in avanti, pungolò i suoi zigomi, la linea della sua mascella, sotto il suo mento. Drizzandosi, aggrottò le sue ciglia e si girò di lato, tirando dentro il suo stomaco.

Lui schiarì la sua gola per trovare la sua attenzione. "Io sto andando fuori."

Al suono della sua voce, Bella si tuffò sul suo accappatoio. Tirandolo su rapidamente, lei l’allacciò strettamente tirando sù i risvolti vicino alla sua gola. "Oh, non ti ho sentito arrivare."

"ok. . ." L’erezione sgonfiò. "Sono qui!"

"Stai andando via?" Bella chiese come liberò i capelli dall’asciugamano.

Z pensò che lei non aveva sentito neppure le sue parole. "Sì, io sto quasi per andare fuori. Come sempre però sarò raggiungibile."

"ok, noi staremo bene." Lei si curvò per prendere il phon e poi cominciò a strofinare i suoi capelli con l'asciugamano.

Anche se lei distava solo 3 metri, lui non poteva raggiungerla. Non poteva chiederle perché il suo primo istinto era stato nascondere il suo corpo da lui. Z aveva veramente troppa paura di quella che probabilmente, sarebbe stata la sua risposta.

"Buona serata", lui disse rudemente. Lui aspettò un momento, pregando che lei lo guardasse, gli desse un piccolo sorriso, lo saluti con un bacio.

"Anche a te" Lei liberò i suoi capelli e si piegò per prendere il phon. "Abbi cura di te."

"Certo."

Bella accese il phon e prese la sua spazzola per sembrare occupata mentre Z andò via. Quando lei era sicura che lui era andato, lei smise di recitare, spegnendo il phon e lasciandolo cadere sul piano di marmo del bagno.

Dio, il cuore le fece così male, lei era nauseata, e come lei fissò il suo riflesso, lei volle veramente fracassare in mille pezzi lo specchio di fronte lei.

Loro due non erano stati insieme, come “stato insieme”, da allora. . . Dio, dovevano essere quattro o cinque mesi, prima che lei cominciasse ad avere le perdite di sangue.

Lui non pensò sessualmente più a lei. Non da quando Nalla era nata. Era come se la nascita avesse spento quella parte della loro relazione. Quando lui la toccata, era con la gentilezza e compassione di un fratello, mai con passione.

Inizialmente, Bella aveva pensato che forse era perché lei non era magra come lei era stata prima, ma nelle ultime quattro settimane il suo corpo si era ripreso.

Almeno, lei pensò. Si stava prendendo in giro?

Sciogliendo il laccio dell'accappatoio, lei aprii le due metà, si mise di lato per misurare il suo stomaco. Si ricordò che durante la sua crescita, suo padre era ancora vivo, e lui le aveva stampato a fuoco nella sua mente con severa rigidità, l'importanza per tutte le donne della glymera di essere magre, per cui addirittura ora, dopo tanti anni dalla sua morte, quegli avvertimenti austeri riguardo ad essere magri riecheggiavano ancora nella sua mente.

Il dolore la colpì di nuovo e con un sospiro lei si riallacciò stretto l’accappatoio.

Sì, lei volle che Nalla avesse suo padre, e questa era la preoccupazione primaria. Ma a lei mancò il suo hellren. La gravidanza era venuta così rapidamente che loro non avevano avevo l'opportunità di godere il primo periodo insieme. Per essere semplicemente due piccioncini che si divertono nella compagnia l’uno dell’altro.

Come lei riprese il phon e lo riaccese, lei tentò di non contare il numero dei giorni da quando lui la aveva cercata come un uomo. Era stato così tanto tempo da quando lui aveva frugato attraverso le lenzuola con le sue grandi, calde mani e l’aveva svegliata con le sue labbra sul suo collo ed una stimolazione dura che preme sulla sua anca.

E’ vero, neanche lei lo aveva cercato. Ma lei non stava prendendo per concesso il genere di accoglienza che lei riceverebbe. L'ultima cosa di cui lei ora ebbe bisogno era che lui non fosse più attirato da lei. Lei già era emotivamente distrutta come madre; Grazie mille ma un fallimento anche sul fronte femminile era troppo da confrontare.

Quando i suoi capelli erano asciutti, lei gli diede una spazzolata rapida e poi andò fuori a controllare Nalla. Stando in piedi sulla culla, guardando loro figlia lei non poteva credere che le cose erano arrivate ad un ultimatum. Lei aveva saputo sempre che Z avrebbe avuto problemi dopo quello che lui aveva dovuto sopportare, ma non aveva mai pensato che loro non potessero fare un ponte sul suo passato.

Il loro amore era sembrato abbastanza forte per fargli superare tutto.

Forse non lo era.

TRE

La casa era lontana dalla strada sterrata e circondata da grossi cespugli e alberi frondosi ricoperti di foglie marroni. L’architettura della cosa era un miscuglio di vari stili e l’unico elemento che li univa era il fatto che erano stati tutti riprodotti malamente. Aveva un tetto tipo Cape Cod, ma era a un solo piano come un ranch; aveva colonne sul porticato come una casa coloniale ma era rivestita di plastica come una roulotte; era piantata sulla sua piazzola come un castello eppure aveva la stessa dignità di un cassonetto ammaccato.

Oh, ed era dipinta di verde. Tipo, verde pisello.

Vent’anni prima probabilmente il posto era stato costruito da un uomo di città dotato di cattivo gusto che cercava di rifarsi una vita nei panni del gentiluomo di campagna. Adesso tutto era lasciato andare, tranne per una cosa: la porta era fatta di acciaio inossidabile, splendente e fresca come una rosa, e rinforzata tipo quelle che puoi trovare nei reparti psichiatrici o in prigione.

E sulle finestre erano inchiodate delle assi di legno.

Z si accucciò dietro la carcassa arrugginita di quella che era stata una Trans Am dell’92 e rimase in attesa che le nuvole si addensassero e coprissero la luna tanto da permettergli di muoversi. Dall’altro lato del giardino invaso dalle erbacce e del vialetto ricoperto di ghiaia, Rhage aspettava dietro una quercia.

Davvero l’unico albero abbastanza grande per nascondere il figlio di puttana.

La Fratellanza aveva scoperto il posto la notte prima per pura fortuna. Z era in centro città a perlustrare il parco d’aghi sotto i ponti di Caldwell quando aveva beccato un paio di scagnozzi intenti a gettare un corpo nel fiume Hudson. I due si erano disfatti del cadavere in modo veloce e professionale: una berlina anonima si era avvicinata, due ragazzi con felpe nere con cappuccio erano scesi e si erano diretti al bagagliaio, il corpo preso per le spalle e le gambe, i resti buttati nella corrente.

Splish, splash, a farsi un bagno.

Z si era trovato a quasi tre metri di distanza più in giù lungo il fiume, così quando il morto era passato galleggiando, aveva visto dalla smorfia sulla bocca che si trattava di un maschio umano. Normalmente questo sarebbe stato la causa per non fare assolutamente niente. Se qualcuno si era ritrovato in una scena del Padrino, non erano certo affari della Fratellanza.

Ma il vento aveva cambiato direzione e gli aveva portato una zaffata di qualcosa di dolce come zucchero filato.

C’erano solo due cose che Z conosceva con quell’odore e che camminassero eretti: le vecchiette e il nemico della sua razza. Considerando che era improbabile che Berry White e Bea Arthur fossero sotto quei cappucci a dare sfogo al proprio lato Tony Soprano, allora voleva dire che c’erano due lessers poco più su. Quindi la faccenda era decisamente sulla lista delle cosa da fare di Z.

Con perfetto tempismo, la coppia di cacciatori si mise a litigare. Mentre finivano naso contro naso scambiandosi qualche spinta e qualche colpo, Z si dematerializzò accanto al pilone più vicino alla berlina. La targa sul quel catorcio di Impala era 818 NPA, e non sembrava esserci nessun altro passeggero né della varietà stecchiti né di quella vivi.

In un batter d’occhio, Z si dematerializzò di nuovo, questa volta sul tetto del magazzino che fiancheggiava il fiume. Dalla sua posizione strategica, attese con il telefono attaccato all’orecchio e una linea aperta con Qhuinn, puntellandosi contro le folate di vento che salivano dal culo dell’edificio.

I lessers di solito non uccidevano gli umani. Era una perdita di tempo, per un verso, perché non ti faceva guadagnare punti con l’Omega, e un mucchio di problemi se venivi preso, per l’altro. Detto questo, se qualcuno vedeva qualcosa che non avrebbe dovuto, i cacciatori non avrebbero esitato a spedirlo verso la sua ricompensa eterna.

Quando l’Impala finalmente uscì da sotto il ponte, svoltò a destra e si diresse lontano dal centro città. Z parlò al telefono, e un momento dopo emerse un Hummer nero proprio da dove l’Impala era uscita.

Qhuinn e John Matthew stavano passando la serata libera con Blay allo Zerosum, ma quei ragazzi erano sempre pronti all’azione. Non appena Z aveva chiamato, i tre erano corsi verso l’auto nuova di pacca di Qhuinn, che era stata parcheggiata a un isolato e mezzo di distanza.

Secondo le istruzioni di Z, i ragazzi avevano messo a tavoletta per raggiungere la berlina. Mentre si avvicinavano, Z teneva d’occhio i lessers, dematerializzandosi dalla cima di un edificio all’altro mentre i pezzi di merda proseguivano lungo la riva del fiume. Ringraziando la fottuta fortuna, i cacciatori non entrarono in autostrada o sarebbero potuti sfuggire.

Qhuinn aveva delle doti dietro il volante e una volta che l’Hummer si fu attaccato al SUV in modo affidabile, Z smise di fare l’Uomo Ragno e lasciò i ragazzi a fare il loro lavoro. Dopo circa quindici chilometri, Rhage diede loro il cambio con la sua GTO giusto per confondere le acque e ridurre il rischio che i lessers si rendessero conto di essere pedinati.

Appena prima dell’alba, Rhage li aveva seguiti fino a questo posto, ma era stato troppo tardi per qualunque tipo di infiltrazione.

Stasera era il seguito. Alla grande.

E guarda, l’Impala se ne stava bella bella sul vialetto.

Quando le nuvole fecero finalmente la loro parte, Z diede il segnale a Hollywood e i due si dematerializzarono ai lati della porta d’ingresso. Un breve ascolto rivelò discussione in corso, le voci erano le stesse che Z aveva sentito vicino al fiume Hudson la notte precedente. Evidentemente la coppia era ancora allo stadio acqua e olio.

Tre, due…uno…

Rhage aprì la porta con un calcio tanto forte che l’anfibio lasciò un’ammaccatura sul pannello di metallo.

I due lessers nella stanza si girarono e Z non diede loro neanche una possibilità di reagire. La canna della sua SIG ad aprire la strada, Z li prese entrambi in pieno petto e i proiettili li fecero girare come trottole.

Rhage ci andò giù col pugnale, saltando in avanti e colpendo prima uno e poi l’altro. Quando i lampi di luce bianca e i forti suoni scemarono, il fratello saltò in piedi e si immobilizzò come una statua.

Né Z né Rhage si mossero. Usando i loro sensi, passarono al setaccio il silenzio della casa, in cerca di qualunque cosa suggerisse altri inquilini.

Il lamento che gorgogliò in tutta quella quiete proveniva dal retro, e Z si mosse velocemente verso il suono, canna della pistola sempre per prima. In cucina la porta della cantina era aperta, e Z si dematerializzò sulla sua sinistra. Con un movimento veloce della testa diede un’occhiata giù per le scale. Sul fondo una lampadina nuda pendeva dai cavi rossi e neri, ma la pozza di luce non mostrava altro che assi del pavimento macchiate.

Z usò la propria volontà per spegnere la luce giù in basso e Rhage gli assicurò copertura mentre Z bypassava gli scalini malfermi e si dematerializzava nell’oscurità.

Al piano di sotto Z sentì l’odore del sangue fresco e alla sua sinistra udì il rumore ritmico dei denti che battono.

Usò la propria volontà per riaccendere la luce…e rimase senza fiato.

Un vampiro civile era legato mani e piedi ad un tavolo. Era nudo e ricoperto di lividi. Invece di guardare Z, chiuse forte gli occhi, come se non potesse sopportare di sapere quello che stava per raggiungerlo.

Per un momento Z non riuscì a muoversi. Era il suo personale incubo in technicolor, e la realtà si distorse tanto che non fu più sicuro se chi era legato al tavolo fosse lui stesso o il ragazzo che era venuto a salvare.

“Z?” disse Rhage dal piano di sopra. “C’è niente lì?”

Z si riscosse e si schiarì la gola. “Ci sono.”

Mentre si avvicinava al civile, disse piano nella Lingua Antica, “Stai calmo.”

Gli occhi del vampiro si spalancarono e la testa scattò in avanti. Nello sguardo ci fu incredulità e poi sorpresa.

“Stai calmo.” Z controllò due volte gli angoli del seminterrato, la vista penetrava l’oscurità in cerca di segni di un sistema di sicurezza. Tutto ciò che vide fu un mucchio di pareti di cemento e pavimenti di legno, insieme a vecchie tubature e cavi che serpeggiavano sul soffitto. Nessun occhio elettronico o nuove fonti di energia.

Erano da soli e non controllati, ma solo Dio sapeva per quanto ancora. “Rhage, ancora campo libero?” urlò su per la scala.

“Libero!”

“Un civile.” Z fece una stima del corpo dell’uomo. Era stato picchiato e anche se non sembrava avere nessuna ferita aperta, non c’era modo di stabilire se fosse in grado di dematerializzarsi. “Chiama i ragazzi in caso avessimo bisogno di trasporto.”

“Già fatto.”

Z fece un passo avanti…

Il pavimento si frantumò sotto i suoi piedi, spaccandosi proprio sotto di lui.

Mentre la gravità lo acciuffava con forza e con mani bramose e lui precipitava in caduta libera, tutto quello a cui riusciva a pensare era Bella. A seconda di ciò che giaceva sul fondo, questo avrebbe potuto essere…

Atterrò su qualcosa che si frantumò all’impatto, schegge di qualunque cosa fosse gli lacerarono i pantaloni di pelle e le mani prima di rimbalzare e tagliargli il viso e il collo. Mantenne la prese sulla pistola perché era stato addestrato a farlo, e perché la fitta di dolore gli fece contrarre i muscoli dalla testa ai piedi.

Gli ci volle qualche respiro profondo prima di riuscire a riavviare il cervello e a fare la stima dei danni.

Mentre si sedeva lentamente, il suono dei pezzi di vetro che cadevano sul pavimento di pietra gli echeggiò intorno. Nel cerchio di luce che scendeva dalla cantina sopra di lui, Z vide che era seduto nel bel mezzo di un caleidoscopio di cristalli lucenti…

Era caduto su un lampadario grosso quanto un letto.

E il suo piede sinistro era girato all’indietro.

“Cazzo.”

La parte bassa della gamba rotta cominciò a martellare di dolore, facendogli pensare che se solo non avesse guardato la dannata cosa, forse avrebbe continuato a non sentire nulla.

Il viso di Rhage spuntò oltre l’orlo del buco frastagliato. “Tutto okay?”

“Libera il civile.”

“È tutto a posto?”

“La gamba è andata.”

“Andata come?”

“Beh, sto guardando il tacco dell’anfibio e il davanti del ginocchio allo stesso tempo. E c’è una buona probabilità che stia per vomitare.” Deglutì con forza, cercando di convincere il proprio riflesso faringeo a darsi una calmata. “Libera il civile e poi vedremo come tirarmi fuori di qui. Oh, e rimani sulle file di chiodi del pavimento. Chiaramente le tavole sono fragili.”

Rhage annuì, poi sparì. Mentre passi pesanti facevano cadere nuvole di polvere, Z mise una mano nella giacca e tirò fuori la Maglite. La cosa era grossa come un dito ma poteva emanare un raggio di luce potente come quello dei fanali di un’auto.

Mentre faceva scorrere la cosa in giro, il problema alla gamba lo infastidiva un po’ meno. “Che…diavolo?”

Era come stare in una tomba egizia. La stanza misurava dodici metri per lato e traboccava di oggetti che luccicavano, dai quadri a olio nelle cornici dorate ai candelabri d’argento, dalle statue rivestite di pietre preziose a interi mucchi di posateria d’argento. E dall’altra parte della stanza erano accatastate casse che probabilmente contenevano gioielli, e c’era un fila di circa quindici valigette di metallo che dovevano essere piene di soldi.

Era un magazzino del saccheggio, riempito con quello che era stato portato via durante le razzie dell’estate. Tutta quella merda era appartenuta alla glymera, Z riuscì perfino a riconoscere i volti in qualcuno dei dipinti.

Un sacco di cose di valore lì sotto. E guarda. Sulla destra, vicino al pavimento in terra battuta, una luce rossa cominciò a lampeggiare. La sua caduta aveva fatto scattare il sistema d’allarme.

La testa di Rhage rispuntò. “Il civile è libero, ma non riesce a dematerializzarsi. Qhuinn è a meno di un chilometro da qui. Su che cazzo sei seduto?”

“Un lampadario, e non è neanche la metà della storia. Senti, stiamo per ricevere compagnia. Sto posto è collegato a un impianto d’allarme e io l’ho fatto scattare.”

“C’è una scala per venire lì?”

Z si tolse il sudore causato dal dolore passandosi una mano sulla fronte, la merda era fredda e unta sul dorso della mano insanguinata. Dopo aver fatto girare la luce intorno, scosse la testa. “Non ne vedo nessuna, ma devono avere portato il bottino qui in qualche modo, e sicuro come l’inferno che non è stato attraverso il pavimento.”

La testa di Rhage si alzò di scatto e il fratello aggrottò la fronte. Il suono di lui che sfoderava il pugnale era un sospiro di anticipazione di metallo contro metallo. “Questo o è Qhuinn o è un cacciatore. Togliti dalla luce mentre sistemo la faccenda.”

Hollywood sparì dal buco nel pavimento, i suoi passi adesso un quieto sussurro.

Z rimise la pistola nella fondina perché doveva farlo, e tolse alcuni frammenti di cristallo. Portando il culo giù sul pavimento, fece leva con il piede buono e sgattaiolò nell’oscurità, diretto verso la luce di sicurezza. Dopo aver portato il culo vicino alla dannata cosa, visto che era l’unico spazio vuoto che riusciva a vedere tra i mucchi di arte e argento, si sistemò contro il muro.

Quando il piano di sopra rimase decisamente troppo tranquillo, capì che non era Qhuinn con i ragazzi. Eppure non c’era nessun suono di lotta.

E poi la merda passò da brutta a pessima.

Il “muro” su cui stava appoggiato scivolò via e lui cadde di schiena …ai piedi di un paio di incazzati lessers dai capelli bianchi.


QUATTRO

C’erano un sacco di cose positive nell’essere una mamma.

Tenere tra le braccia i tuoi piccoli e cullarli fino a farli addormentare era decisamente una di quelle. Così come piegare i loro vestitini. E nutrirli. E vederli mentre ti guardano con gli occhi pieni di felicità e di sorpresa appena svegli.

Bella cambiò posizione sulla sedia a dondolo, rimbocco la coperta sotto il mento di sua figlia, e accarezzò piano la guancia di Nalla.

Un corollario non tanto bello della maternità, però, era che tutta la cosa dell’intuito femminile era super intensificata.

Seduta al sicuro nella residenza della Fratellanza, Bella sapeva che qualcosa non andava. Anche se lei era al sicuro, in una nursery che veniva dritta da un articolo intitolato “La famiglia perfetta abita qui”, era come se ci fosse uno spiffero che aleggiava per la stanza e puzzava di puzzola morta. E anche Nalla aveva ricevuto quella sensazione. La bimba era stranamente tranquilla e tesa, gli occhi gialli erano focalizzati in un qualche punto mediano come se stesse aspettando lo scoppio di un rumore forte.

Naturalmente, il problema con l’intuito, legato alla maternità o meno che fosse, è che si trattava di una storia senza parole e senza tempo. Anche se ti fa essere pronta per le cattive notizie, non ci sono nomi o verbi che si uniscano all’ansia, nessun timbro con la data e l’ora. Così mentre te ne stai seduta con la paura attaccata al collo come un freddo straccio bagnato, la tua mente deve razionalizzare perché quello è il meglio che chiunque possa fare. Forse era solo il Primo Pasto che le era rimasto sullo stomaco. Forse era solo ansia passeggera.

Forse…

Diavolo, forse quello che le contorceva le budella non era affatto intuizione. Forse era dovuto al fatto che aveva raggiunto una decisione che non le andava giù.

Sì, quella era la causa più probabile. Dopo averci rimuginato sopra e aver sperato ed essersi preoccupata e aver cercato di pensare a un modo per uscire dalla situazione con Z, doveva essere realistica. L’aveva affrontato…e non c’era stata alcuna vera risposta da parte sua.

Nessun voglio che voi due rimaniate qui. Neanche ci proverò.

Tutto quello che aveva ottenuto da lui era che sarebbe uscito per combattere.

Che era una specie di risposta, vero?

Guardandosi intorno nella nursery, Bella fece l’elenco delle cose che avrebbe portato via…non molto, giusto una borsa con le cose di Nalla e una sacca per lei. Poteva procurarsi un altro cestino per i pannolini e una culla e un fasciatoio abbastanza facilmente…

Dove sarebbe andata?

La soluzione più semplice era una delle case di suo fratello. Rehvenge ne aveva parecchie, e tutto quello che doveva fare era chiedere. Cavolo, quanto era ironico? Dopo aver lottato per allontanarsi da lui, adesso stava prendendo in considerazione l’idea di tornare.

Non prendendo in considerazione. Decidendo.

Bella si sporse da un lato, prese il cellulare dalla tasca dei jeans e chiamò Rehv.

Dopo due squilli, una voce profonda e familiare rispose, “Bella?”

C’era il rumore della musica e si sentiva la gente parlare in sottofondo, i suoni che fa una folla che compete per lo spazio.

“Ciao.”

“Pronto? Bella? Aspetta un momento, fammi andare nel mio ufficio.” Dopo una lunga pausa rumorosa, il chiasso si interruppe di colpo. “Ehi, come state tu e il piccolo miracolo?”

“Ho bisogno di un posto dove stare.”

Silenzio totale. Poi suo fratello disse, “Sarebbe per tre o per due?”

“Due.”

Un’altra lunga pausa. “Devo ucciderlo quel pazzo bastardo?”

La note fredda e crudele la spaventò un po’, facendole ricordare che il suo adorato fratello non era un uomo con cui volevi metterti a cazzaggiare. “Dio, no.”

“Parla, sorella mia. Dimmi cosa sta succedendo.”

La morte era un pacchetto nero che aveva un sacco di forme, pesi e misure. Comunque, era il genere di cosa che quando ti arriva sulla porta, ne conosci il mittente senza bisogno di controllare l’indirizzo o di aprire il pacchetto.

Lo sai e basta.

Mentre Z si ritrovava con la schiena a terra sulla strada di quei due lessers, sapeva che questo pacchetto era arrivato per corriere espresso, e l’unica cosa che gli attraversò la mente fu che non era pronto per riceverlo.

Ovvio, non era il tipo di cosa per cui puoi rifiutarti di firmare.

Sopra di lui, illuminati da una qualche debole luce, i lessers si immobilizzarono come se lui fosse stata l’ultima cosa che si erano aspettati di vedere. Poi tirarono fuori le pistole.

Z non aveva un’ultima parola; aveva un’ultima immagine, una che eclissò completamente l’azione a doppia canna che gli si parava diritta in faccia. Nella sua mente vide Bella e Nalla insieme sulla sedia a dondolo nella nursery. Non era un’immagine della notte precedente quando c’erano stati fazzolettini e occhi arrossati e il suo gemello con un’espressione seria. Era di un paio di settimane prima, quando Bella era rimasta a fissare la piccola tra le sue braccia con una tale tenerezza e amore. Come se l’avesse percepito sulla porta, Bella aveva alzato gli occhi e per un momento l’amore che aveva negli occhi aveva avvolto anche lui.

Due colpi di pistola risuonarono, e la cosa più strana fu che l’unico dolore che avvertì fu quello provocato dal rumore nelle sue orecchie.

Seguirono due rumori di caduta, che echeggiarono contro le ricchezze rubate.

Z alzò la testa. Qhuinn e Rhage stavano in piedi proprio dietro a dove si erano trovati i lessers, le pistole che si abbassavano. Blay e John Matthew erano con loro, anche le loro armi spianate.

“Tutto okay?” chiese Rhage.

No. Quello sarebbe stato un grosso grasso peloso cazzo no. “Sì. Sì, sono a posto.”

“Blay, torna nel tunnel con me,” disse Rhage. “John e Qhuinn, voi state qui con lui.”

Z lasciò ricadere la testa e ascoltò due paia di anfibi allontanarsi. Nello strano silenzio che seguì, un’ondata di nausea lo attraversò e ogni centimetro del suo corpo cominciò a tremare, le mani sbattevano come bandiere in un forte vento mentre le portava al viso per controllarlo.

La mano di John gli toccò un braccio e Z fece un salto. “Sto bene…sto bene…”

John con i gesti disse, Ti porteremo fuori di qui.

“Come…” Z si schiarì la gola. “Come faccio a sapere che tutto questo sta succedendo davvero?”

Scusami? Come fai a sapere…?

Zsadist si passò le dita sulla fronte mente cercava di trovare il punto in cui i cacciatori avevano puntato le loro armi. “Come faccio a sapere che tutto questo è reale? E non un… Come faccio a sapere che non sono appena morto?”

John lanciò un’occhiata a Qhuinn dietro di lui come se non avesse idea di cosa rispondere e stesse cercando un sostegno. Poi si batté un pugno sul petto con un colpo solido. Io so che sono qui.

Qhuinn si abbassò e fece lo stesso, un pesante suono basso provenne dal suo torace. “Anch’io.”

Zsadist lasciò di nuovo cadere la testa, il suo corpo tremava così tanto che i piedi sembravano fare il tip-tap sul pavimento di terra battuta. “Non lo so…se questo è reale…oh, merda…”

John lo fissò come a misurare la sua crescente agitazione e cercando di capire che diavolo fare.

All’improvviso il ragazzo allungò una mano verso la gamba rotta di Z e diede all’anfibio girato al contrario un deciso strattone.

Z scattò seduto e abbaiò, “Figliodiputtana!”

Ma andava bene. Il dolore agì come un grosso colpo di spugna sul suo cervello, togliendo le ragnatele delle visioni e sostituendole con una chiarezza focalizzata e martellante.

Era decisamente vivo. Lo era davvero.

Quella realizzazione fu seguita da vicino dal pensiero di Bella. E Nalla.

Doveva raggiungerle.

Z si spostò di lato per prendere il telefono, ma la sua vista divenne sfocata da quello che stava facendo alla gamba. “Merda. Puoi prendere il mio telefono? Nella tasca di dietro?”

John lo fece rotolare con cautela, tirò fuori il RAZR e glielo passò.

“Quindi non credi che ci sia il modo per sistemare sta cosa?” disse Rehv.

Bella scosse la testa in risposta alla domanda di suo fratello, poi si ricordò che lui non poteva vederla. “No, non credo. Almeno non nel breve periodo.”

“Merda. Beh, io sono sempre qui per te, questo lo sai. Vuoi stare con mahmen?”

“No. Voglio dire, sono contenta quando viene a trovarmi durante la notte, ma ho bisogno del mio spazio.”

“Perché speri che lui venga a cercarti.”

“Non lo farà. Questa volta è diverso. Nalla…ha reso tutto diverso.”

La piccola tirò su col naso e si rintanò più vicina nel suo angolo preferito tra l’avambraccio e il seno. Bella tenne fermo il telefono con la spalla e accarezzò i capelli morbidi come piume che le stavano crescendo. I riccioli, quando fossero cresciuti, sarebbero stati multicolori, con ciocche bionde e rosse e castane tutte mescolate insieme, proprio come quelli del padre se non li avesse tenuti sempre rasati.

Mentre Rehv rideva imbarazzato, Bella disse, “Cosa?”

“Dopo tutti questi anni a lottare per tenerti sulla mia proprietà, adesso non voglio che tu te ne vada dalla residenza della Fratellanza. Sul serio, niente è più sicuro di quel posto…ma ho una casa vicino al fiume Hudson che è sicura. È vicina a dove vive una mia amica, non è niente di straordinario, ma c’è un tunnel che unisce le due proprietà. Lei ti terrà al sicuro.”

Dopo che le ebbe dato l’indirizzo, Bella mormorò, “Grazie. Metterò in valigia alcune cose e chiederò a Fritz di portarmi lì fra un’ora.”

“Ti farò riempire subito il frigo.”

Il telefono fece un bip quando arrivò un messaggio. “Grazie.”

“Glielo hai detto?”

“Z sa cosa sta per capitare. E no, non gli impedirò di vedere Nalla se lo vuole, ma deve essere lui a decidere di venire a vederla.”

“E tu?”

“Lo amo…ma tutto questo è stato davvero difficile per me.”

Terminarono la telefonata poco dopo, e mentre spostava il telefono lontano dall’orecchio, Bella vide che c’era un messaggio di Zsadist:

MI DISPIACE. TI AMO. PER FAVORE PERDONAMI…NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Bella si morse un labbro e sbatté forte le palpebre. E gli mandò un messaggio.


cc` s , ?T T corpo nudo che rabbrividisce. Lui guardò i nastri di schiavo sui suoi polsi. Il nero era così denso nella sua pelle, così solido, era come i ceppi di ferro che lui aveva portato una volta.

Dio solamente sa, dopo quanto tempo, la porta alla stanza dei bambini scivolò aperta e Bella ritornò indietro con la bimba. Nalla era addormentata di nuovo, Bella la mise giù nella culla, con cura meticolosa come se fosse una bomba che stesse per esplodere da un momento o altro.

"Mi dispiace", lui disse leggermente, strofinando i suoi polsi.

Bella si mise una vestaglia ed andò alla porta che ha condotto fuori nella sala.

Con la sua mano sulla manopola, lei lo guardò, i suoi occhi lontani.“Io non posso più dire che questo è ok."

"Io sono veramente spiacente sui sogni."

"Io sto parlando di Nalla! Io non posso dire che il tuo evitarla è ok. . .e che io capisco, e che diventerà migliore e che io sarò paziente! Il fatto è, che lei è la tua bambina così come la mia, e mi spezza il cuore vedere che ti ritiri da lei!... Io so quello che tu hai dovuto superare, ed io non voglio puntarmi, ma. . . tutto ora è diverso per me. Io ho bisogno di pensare a ciò che è meglio per lei, ed un padre che neppure la tocca, bhè questo non è di sicuro il meglio per Nalla."

Z aprì le sue mani e fissò i suoi palmi, tentando di immaginare di prendere in braccio la bambina. I nastri di schiavo gli sembrarono enormi. Enormi. . . e contagiosi, e le parole che passavano nella sua mente non erano “non voglio” Z pensò ma erano “non posso”. Se lui confortasse Nalla e giocasse con lei e leggesse per lei, vorrebbe dire lei l'aveva per padre, ed il suo lascito non era nulla che lui ha voluto dare alla bambina. La figlia nata da Bella meritò molto, molto di più di questo!

"Io ho bisogno che tu decida quello che vuoi fare", disse Bella. "Se tu non puoi essere suo padre, io ti sto lasciando. Io so che suona aspro, ma. . . io devo pensare a quello che è migliore per lei. Io ti amo ed io ti amerò sempre, ma non si tratta più di me."

Per un momento, pensò, che non aveva sentito bene. Lasciandolo?

Bella uscì nella sala delle statue. "Io sto andando a prendere qualcosa da mangiare. Non ti preoccupare di lei. Io ritornerò velocemente."

Lei chiuse la porta dietro a lei senza un suono.

Due ore più tardi, quella sera, Z stava ancora pensando al modo in cui la porta si era chiusa così quietamente.

Stando in piedi di fronte al suo armadio pieno di camicie nere e pantaloni di pelle ed anfibi, lui cercò di analizzare le sue intenzioni, inseguendole attraverso il labirinto delle sue emozioni.

Sicuramente, lui volle superare la confusione mentale con sua figlia. Indubbiamente lui voleva, il problema era che gli sembrava semplicemente insormontabile. Certamente quello che gli era stato fatto era nel passato, ma tutto quello che lui doveva fare, era guardare i suoi polsi per vedere che lui ancora ne era sporcato, che il passato non era chiuso dietro alle sue spalle. E lui non volle assolutamente qualsiasi cosa così sporco vicino a Nalla. Lui aveva avuto lo stesso problema all'inizio della relazione con Bella, ed era riuscito a venirne fuori con la sua shellan, ma le implicazioni erano più gravi con la bambina. Lui era, in qualche modo, l'incarnazione corporale di quanta crudeltà è esistita nel mondo e lui non volle che sua figlia conoscesse che tali profondità di depravazione esistessero e tanto meno che lei vedesse i loro effetti ritardati su suo padre.

Cazzo.

Cosa diamine farò quando lei sarà abbastanza grande per guardare il suo viso e chiedergli perché lui sfregiato e come gli era successo? Cosa le dirà quando lei vorrà sapere perché lui aveva dei nastri neri sulla sua pelle? Cosa le risponderà zio Phury quando lei gli chiederà perché lui non aveva una gamba?

Z tirò su una camicia ed un paio di pantaloni di cuoio, poi la sua fondina per i pugnali ed aprì l'armadio delle pistole. Tirò fuori un paio di SIG Sauer, le controllò rapidamente. Merda, lui lottava con null’altro che le sue mani nude. Sin da quando Bella era entrata nella sua vita, comunque, lui era stato più accurato.

E questa, chiaramente era l'altra parte che ingarbugliava il suo cervello: Lui uccise per vivere, Quello era il suo lavoro. Nalla stava per dovere crescere preoccupandosi per lui ogni notte, come faceva Bella.

Lui chiuse a chiave l'armadio contenenti le pistole, poi mise le pistole nella fondina sulle sue anche, controllò i suoi pugnali, e indossò la sua giacca di cuoio.

Dette uno sguardo alla culla dove Nalla ancora stava dormendo.

Pistole, lame, stelle da lancio. Cristo, la bimba ebbe bisogno di essere circondato da sonagli ed orsacchiotti di pezza di lusso non da questa roba.

Forse la verità era che lui non era tagliato per essere un padre. La biologia, comunque, l’aveva visto vincente in quel ruolo, ed ora loro erano tutti imprigionati al suo passato. Tanto quanto lui non poteva immaginare di vivere senza Bella, non c’era nessuno modo che lui potesse diventare il papà che Nalla meritò.

Con un cipiglio, lui si immaginò, Nalla al suo debutto in società, cosa che tutte le donne della glymera facevano un anno dopo la loro transizione. Le figlie avevano sempre il loro primo ballo con il proprio padre, e lui vide Nalla vestita in un meraviglioso vestito rosso, i suoi capelli multicolori elegantemente sistemati sopra la testa, dei rubini ad adornare il suo collo. . . e lui con la sua faccia sfregiata ed i suoi polsini di schiavo che sbirciano fuori dal suo smoking.

Vai, Grande ritratto!!.

Bestemmiando, Z si diresse verso il bagno, dove Bella si stava preparando per la sera.

Lui stava per dirle che lui stava andando fuori per seguire una pista della notte prima e che appena avesse finito, lui ritornerebbe a casa e loro parlerebbero. Come lui girò l’angolo tuttavia, lui si bloccò.

Nella nebbia attardata dal vapore della doccia, Bella si stava asciugando. I suoi capelli furono avvolti in un asciugamano, il suo collo lungo esposto, i muscoli delle sue spalle che si muovono in modo così armonioso come lei passava velocemente l’asciugamano attraverso la sua schiena.

I suoi seni ondeggiarono, rapendo i suoi occhi e.. indurendolo.

Mentre lui la guardò, tutto al quale lui potrebbe pensare era sesso. Dio, lei era bellissima. Le era piaciuta arrotondata dalla gravidanza ma le piaceva immensamente anche come lei era ora. Bella era dimagrita rapidamente dopo la nascita di Nalla, il suo stomaco era stretto come era stato prima e le sue anche avevano riguadagnano i loro contorni magri. Tuttavia i suoi seni erano più grandi e più pesanti ed i capezzoli un rosa più profondo.

Il suo membro diede una tirata nei suoi pantaloni, un criminale che voleva uscire dalla sua prigione.

Come cercò di riordinarsi, comprese che lui e Bella non erano stati insieme da prima della nascita di Nalla. La gravidanza era stata difficile, e dopo il parto Bella aveva giustamente, avuto bisogno di guarire e di riposo stancandosi parecchio per prendersi cura della sua bambina.

Cavolo, le mancò lei e peggio ancora lui veramente la desiderò. Dio, lei era la femmina più spettacolosamente erotica sulla faccia del pianeta.

Bella lasciò cadere il suo accappatoio di fronte allo specchio, e si fissò.

Con una smorfia, lei si inclinò in avanti, pungolò i suoi zigomi, la linea della sua mascella, sotto il suo mento. Drizzandosi, aggrottò le sue ciglia e si girò di lato, tirando dentro il suo stomaco.

Lui schiarì la sua gola per trovare la sua attenzione. "Io sto andando fuori."

Al suono della sua voce, Bella si tuffò sul suo accappatoio. Tirandolo su rapidamente, lei l’allacciò strettamente tirando sù i risvolti vicino alla sua gola. "Oh, non ti ho sentito arrivare."

"ok. . ." L’erezione sgonfiò. "Sono qui!"

"Stai andando via?" Bella chiese come liberò i capelli dall’asciugamano.

Z pensò che lei non aveva sentito neppure le sue parole. "Sì, io sto quasi per andare fuori. Come sempre però sarò raggiungibile."

"ok, noi staremo bene." Lei si curvò per prendere il phon e poi cominciò a strofinare i suoi capelli con l'asciugamano.

Anche se lei distava solo 3 metri, lui non poteva raggiungerla. Non poteva chiederle perché il suo primo istinto era stato nascondere il suo corpo da lui. Z aveva veramente troppa paura di quella che probabilmente, sarebbe stata la sua risposta.

"Buona serata", lui disse rudemente. Lui aspettò un momento, pregando che lei lo guardasse, gli desse un piccolo sorriso, lo saluti con un bacio.

"Anche a te" Lei liberò i suoi capelli e si piegò per prendere il phon. "Abbi cura di te."

"Certo."

Bella accese il phon e prese la sua spazzola per sembrare occupata mentre Z andò via. Quando lei era sicura che lui era andato, lei smise di recitare, spegnendo il phon e lasciandolo cadere sul piano di marmo del bagno.

Dio, il cuore le fece così male, lei era nauseata, e come lei fissò il suo riflesso, lei volle veramente fracassare in mille pezzi lo specchio di fronte lei.

Loro due non erano stati insieme, come “stato insieme”, da allora. . . Dio, dovevano essere quattro o cinque mesi, prima che lei cominciasse ad avere le perdite di sangue.

Lui non pensò sessualmente più a lei. Non da quando Nalla era nata. Era come se la nascita avesse spento quella parte della loro relazione. Quando lui la toccata, era con la gentilezza e compassione di un fratello, mai con passione.

Inizialmente, Bella aveva pensato che forse era perché lei non era magra come lei era stata prima, ma nelle ultime quattro settimane il suo corpo si era ripreso.

Almeno, lei pensò. Si stava prendendo in giro?

Sciogliendo il laccio dell'accappatoio, lei aprii le due metà, si mise di lato per misurare il suo stomaco. Si ricordò che durante la sua crescita, suo padre era ancora vivo, e lui le aveva stampato a fuoco nella sua mente con severa rigidità, l'importanza per tutte le donne della glymera di essere magre, per cui addirittura ora, dopo tanti anni dalla sua morte, quegli avvertimenti austeri riguardo ad essere magri riecheggiavano ancora nella sua mente.

Il dolore la colpì di nuovo e con un sospiro lei si riallacciò stretto l’accappatoio.

Sì, lei volle che Nalla avesse suo padre, e questa era la preoccupazione primaria. Ma a lei mancò il suo hellren. La gravidanza era venuta così rapidamente che loro non avevano avevo l'opportunità di godere il primo periodo insieme. Per essere semplicemente due piccioncini che si divertono nella compagnia l’uno dell’altro.

Come lei riprese il phon e lo riaccese, lei tentò di non contare il numero dei giorni da quando lui la aveva cercata come un uomo. Era stato così tanto tempo da quando lui aveva frugato attraverso le lenzuola con le sue grandi, calde mani e l’aveva svegliata con le sue labbra sul suo collo ed una stimolazione dura che preme sulla sua anca.

E’ vero, neanche lei lo aveva cercato. Ma lei non stava prendendo per concesso il genere di accoglienza che lei riceverebbe. L'ultima cosa di cui lei ora ebbe bisogno era che lui non fosse più attirato da lei. Lei già era emotivamente distrutta come madre; Grazie mille ma un fallimento anche sul fronte femminile era troppo da confrontare.

Quando i suoi capelli erano asciutti, lei gli diede una spazzolata rapida e poi andò fuori a controllare Nalla. Stando in piedi sulla culla, guardando loro figlia lei non poteva credere che le cose erano arrivate ad un ultimatum. Lei aveva saputo sempre che Z avrebbe avuto problemi dopo quello che lui aveva dovuto sopportare, ma non aveva mai pensato che loro non potessero fare un ponte sul suo passato.

Il loro amore era sembrato abbastanza forte per fargli superare tutto.

Forse non lo era.

TRE

La casa era lontana dalla strada sterrata e circondata da grossi cespugli e alberi frondosi ricoperti di foglie marroni. L’architettura della cosa era un miscuglio di vari stili e l’unico elemento che li univa era il fatto che erano stati tutti riprodotti malamente. Aveva un tetto tipo Cape Cod, ma era a un solo piano come un ranch; aveva colonne sul porticato come una casa coloniale ma era rivestita di plastica come una roulotte; era piantata sulla sua piazzola come un castello eppure aveva la stessa dignità di un cassonetto ammaccato.

Oh, ed era dipinta di verde. Tipo, verde pisello.

Vent’anni prima probabilmente il posto era stato costruito da un uomo di città dotato di cattivo gusto che cercava di rifarsi una vita nei panni del gentiluomo di campagna. Adesso tutto era lasciato andare, tranne per una cosa: la porta era fatta di acciaio inossidabile, splendente e fresca come una rosa, e rinforzata tipo quelle che puoi trovare nei reparti psichiatrici o in prigione.

E sulle finestre erano inchiodate delle assi di legno.

Z si accucciò dietro la carcassa arrugginita di quella che era stata una Trans Am dell’92 e rimase in attesa che le nuvole si addensassero e coprissero la luna tanto da permettergli di muoversi. Dall’altro lato del giardino invaso dalle erbacce e del vialetto ricoperto di ghiaia, Rhage aspettava dietro una quercia.

Davvero l’unico albero abbastanza grande per nascondere il figlio di puttana.

La Fratellanza aveva scoperto il posto la notte prima per pura fortuna. Z era in centro città a perlustrare il parco d’aghi sotto i ponti di Caldwell quando aveva beccato un paio di scagnozzi intenti a gettare un corpo nel fiume Hudson. I due si erano disfatti del cadavere in modo veloce e professionale: una berlina anonima si era avvicinata, due ragazzi con felpe nere con cappuccio erano scesi e si erano diretti al bagagliaio, il corpo preso per le spalle e le gambe, i resti buttati nella corrente.

Splish, splash, a farsi un bagno.

Z si era trovato a quasi tre metri di distanza più in giù lungo il fiume, così quando il morto era passato galleggiando, aveva visto dalla smorfia sulla bocca che si trattava di un maschio umano. Normalmente questo sarebbe stato la causa per non fare assolutamente niente. Se qualcuno si era ritrovato in una scena del Padrino, non erano certo affari della Fratellanza.

Ma il vento aveva cambiato direzione e gli aveva portato una zaffata di qualcosa di dolce come zucchero filato.

C’erano solo due cose che Z conosceva con quell’odore e che camminassero eretti: le vecchiette e il nemico della sua razza. Considerando che era improbabile che Berry White e Bea Arthur fossero sotto quei cappucci a dare sfogo al proprio lato Tony Soprano, allora voleva dire che c’erano due lessers poco più su. Quindi la faccenda era decisamente sulla lista delle cosa da fare di Z.

Con perfetto tempismo, la coppia di cacciatori si mise a litigare. Mentre finivano naso contro naso scambiandosi qualche spinta e qualche colpo, Z si dematerializzò accanto al pilone più vicino alla berlina. La targa sul quel catorcio di Impala era 818 NPA, e non sembrava esserci nessun altro passeggero né della varietà stecchiti né di quella vivi.

In un batter d’occhio, Z si dematerializzò di nuovo, questa volta sul tetto del magazzino che fiancheggiava il fiume. Dalla sua posizione strategica, attese con il telefono attaccato all’orecchio e una linea aperta con Qhuinn, puntellandosi contro le folate di vento che salivano dal culo dell’edificio.

I lessers di solito non uccidevano gli umani. Era una perdita di tempo, per un verso, perché non ti faceva guadagnare punti con l’Omega, e un mucchio di problemi se venivi preso, per l’altro. Detto questo, se qualcuno vedeva qualcosa che non avrebbe dovuto, i cacciatori non avrebbero esitato a spedirlo verso la sua ricompensa eterna.

Quando l’Impala finalmente uscì da sotto il ponte, svoltò a destra e si diresse lontano dal centro città. Z parlò al telefono, e un momento dopo emerse un Hummer nero proprio da dove l’Impala era uscita.

Qhuinn e John Matthew stavano passando la serata libera con Blay allo Zerosum, ma quei ragazzi erano sempre pronti all’azione. Non appena Z aveva chiamato, i tre erano corsi verso l’auto nuova di pacca di Qhuinn, che era stata parcheggiata a un isolato e mezzo di distanza.

Secondo le istruzioni di Z, i ragazzi avevano messo a tavoletta per raggiungere la berlina. Mentre si avvicinavano, Z teneva d’occhio i lessers, dematerializzandosi dalla cima di un edificio all’altro mentre i pezzi di merda proseguivano lungo la riva del fiume. Ringraziando la fottuta fortuna, i cacciatori non entrarono in autostrada o sarebbero potuti sfuggire.

Qhuinn aveva delle doti dietro il volante e una volta che l’Hummer si fu attaccato al SUV in modo affidabile, Z smise di fare l’Uomo Ragno e lasciò i ragazzi a fare il loro lavoro. Dopo circa quindici chilometri, Rhage diede loro il cambio con la sua GTO giusto per confondere le acque e ridurre il rischio che i lessers si rendessero conto di essere pedinati.

Appena prima dell’alba, Rhage li aveva seguiti fino a questo posto, ma era stato troppo tardi per qualunque tipo di infiltrazione.

Stasera era il seguito. Alla grande.

E guarda, l’Impala se ne stava bella bella sul vialetto.

Quando le nuvole fecero finalmente la loro parte, Z diede il segnale a Hollywood e i due si dematerializzarono ai lati della porta d’ingresso. Un breve ascolto rivelò discussione in corso, le voci erano le stesse che Z aveva sentito vicino al fiume Hudson la notte precedente. Evidentemente la coppia era ancora allo stadio acqua e olio.

Tre, due…uno…

Rhage aprì la porta con un calcio tanto forte che l’anfibio lasciò un’ammaccatura sul pannello di metallo.

I due lessers nella stanza si girarono e Z non diede loro neanche una possibilità di reagire. La canna della sua SIG ad aprire la strada, Z li prese entrambi in pieno petto e i proiettili li fecero girare come trottole.

Rhage ci andò giù col pugnale, saltando in avanti e colpendo prima uno e poi l’altro. Quando i lampi di luce bianca e i forti suoni scemarono, il fratello saltò in piedi e si immobilizzò come una statua.

Né Z né Rhage si mossero. Usando i loro sensi, passarono al setaccio il silenzio della casa, in cerca di qualunque cosa suggerisse altri inquilini.

Il lamento che gorgogliò in tutta quella quiete proveniva dal retro, e Z si mosse velocemente verso il suono, canna della pistola sempre per prima. In cucina la porta della cantina era aperta, e Z si dematerializzò sulla sua sinistra. Con un movimento veloce della testa diede un’occhiata giù per le scale. Sul fondo una lampadina nuda pendeva dai cavi rossi e neri, ma la pozza di luce non mostrava altro che assi del pavimento macchiate.

Z usò la propria volontà per spegnere la luce giù in basso e Rhage gli assicurò copertura mentre Z bypassava gli scalini malfermi e si dematerializzava nell’oscurità.

Al piano di sotto Z sentì l’odore del sangue fresco e alla sua sinistra udì il rumore ritmico dei denti che battono.

Usò la propria volontà per riaccendere la luce…e rimase senza fiato.

Un vampiro civile era legato mani e piedi ad un tavolo. Era nudo e ricoperto di lividi. Invece di guardare Z, chiuse forte gli occhi, come se non potesse sopportare di sapere quello che stava per raggiungerlo.

Per un momento Z non riuscì a muoversi. Era il suo personale incubo in technicolor, e la realtà si distorse tanto che non fu più sicuro se chi era legato al tavolo fosse lui stesso o il ragazzo che era venuto a salvare.

“Z?” disse Rhage dal piano di sopra. “C’è niente lì?”

Z si riscosse e si schiarì la gola. “Ci sono.”

Mentre si avvicinava al civile, disse piano nella Lingua Antica, “Stai calmo.”

Gli occhi del vampiro si spalancarono e la testa scattò in avanti. Nello sguardo ci fu incredulità e poi sorpresa.

“Stai calmo.” Z controllò due volte gli angoli del seminterrato, la vista penetrava l’oscurità in cerca di segni di un sistema di sicurezza. Tutto ciò che vide fu un mucchio di pareti di cemento e pavimenti di legno, insieme a vecchie tubature e cavi che serpeggiavano sul soffitto. Nessun occhio elettronico o nuove fonti di energia.

Erano da soli e non controllati, ma solo Dio sapeva per quanto ancora. “Rhage, ancora campo libero?” urlò su per la scala.

“Libero!”

“Un civile.” Z fece una stima del corpo dell’uomo. Era stato picchiato e anche se non sembrava avere nessuna ferita aperta, non c’era modo di stabilire se fosse in grado di dematerializzarsi. “Chiama i ragazzi in caso avessimo bisogno di trasporto.”

“Già fatto.”

Z fece un passo avanti…

Il pavimento si frantumò sotto i suoi piedi, spaccandosi proprio sotto di lui.

Mentre la gravità lo acciuffava con forza e con mani bramose e lui precipitava in caduta libera, tutto quello a cui riusciva a pensare era Bella. A seconda di ciò che giaceva sul fondo, questo avrebbe potuto essere…

Atterrò su qualcosa che si frantumò all’impatto, schegge di qualunque cosa fosse gli lacerarono i pantaloni di pelle e le mani prima di rimbalzare e tagliargli il viso e il collo. Mantenne la prese sulla pistola perché era stato addestrato a farlo, e perché la fitta di dolore gli fece contrarre i muscoli dalla testa ai piedi.

Gli ci volle qualche respiro profondo prima di riuscire a riavviare il cervello e a fare la stima dei danni.

Mentre si sedeva lentamente, il suono dei pezzi di vetro che cadevano sul pavimento di pietra gli echeggiò intorno. Nel cerchio di luce che scendeva dalla cantina sopra di lui, Z vide che era seduto nel bel mezzo di un caleidoscopio di cristalli lucenti…

Era caduto su un lampadario grosso quanto un letto.

E il suo piede sinistro era girato all’indietro.

“Cazzo.”

La parte bassa della gamba rotta cominciò a martellare di dolore, facendogli pensare che se solo non avesse guardato la dannata cosa, forse avrebbe continuato a non sentire nulla.

Il viso di Rhage spuntò oltre l’orlo del buco frastagliato. “Tutto okay?”

“Libera il civile.”

“È tutto a posto?”

“La gamba è andata.”

“Andata come?”

“Beh, sto guardando il tacco dell’anfibio e il davanti del ginocchio allo stesso tempo. E c’è una buona probabilità che stia per vomitare.” Deglutì con forza, cercando di convincere il proprio riflesso faringeo a darsi una calmata. “Libera il civile e poi vedremo come tirarmi fuori di qui. Oh, e rimani sulle file di chiodi del pavimento. Chiaramente le tavole sono fragili.”

Rhage annuì, poi sparì. Mentre passi pesanti facevano cadere nuvole di polvere, Z mise una mano nella giacca e tirò fuori la Maglite. La cosa era grossa come un dito ma poteva emanare un raggio di luce potente come quello dei fanali di un’auto.

Mentre faceva scorrere la cosa in giro, il problema alla gamba lo infastidiva un po’ meno. “Che…diavolo?”

Era come stare in una tomba egizia. La stanza misurava dodici metri per lato e traboccava di oggetti che luccicavano, dai quadri a olio nelle cornici dorate ai candelabri d’argento, dalle statue rivestite di pietre preziose a interi mucchi di posateria d’argento. E dall’altra parte della stanza erano accatastate casse che probabilmente contenevano gioielli, e c’era un fila di circa quindici valigette di metallo che dovevano essere piene di soldi.

Era un magazzino del saccheggio, riempito con quello che era stato portato via durante le razzie dell’estate. Tutta quella merda era appartenuta alla glymera, Z riuscì perfino a riconoscere i volti in qualcuno dei dipinti.

Un sacco di cose di valore lì sotto. E guarda. Sulla destra, vicino al pavimento in terra battuta, una luce rossa cominciò a lampeggiare. La sua caduta aveva fatto scattare il sistema d’allarme.

La testa di Rhage rispuntò. “Il civile è libero, ma non riesce a dematerializzarsi. Qhuinn è a meno di un chilometro da qui. Su che cazzo sei seduto?”

“Un lampadario, e non è neanche la metà della storia. Senti, stiamo per ricevere compagnia. Sto posto è collegato a un impianto d’allarme e io l’ho fatto scattare.”

“C’è una scala per venire lì?”

Z si tolse il sudore causato dal dolore passandosi una mano sulla fronte, la merda era fredda e unta sul dorso della mano insanguinata. Dopo aver fatto girare la luce intorno, scosse la testa. “Non ne vedo nessuna, ma devono avere portato il bottino qui in qualche modo, e sicuro come l’inferno che non è stato attraverso il pavimento.”

La testa di Rhage si alzò di scatto e il fratello aggrottò la fronte. Il suono di lui che sfoderava il pugnale era un sospiro di anticipazione di metallo contro metallo. “Questo o è Qhuinn o è un cacciatore. Togliti dalla luce mentre sistemo la faccenda.”

Hollywood sparì dal buco nel pavimento, i suoi passi adesso un quieto sussurro.

Z rimise la pistola nella fondina perché doveva farlo, e tolse alcuni frammenti di cristallo. Portando il culo giù sul pavimento, fece leva con il piede buono e sgattaiolò nell’oscurità, diretto verso la luce di sicurezza. Dopo aver portato il culo vicino alla dannata cosa, visto che era l’unico spazio vuoto che riusciva a vedere tra i mucchi di arte e argento, si sistemò contro il muro.

Quando il piano di sopra rimase decisamente troppo tranquillo, capì che non era Qhuinn con i ragazzi. Eppure non c’era nessun suono di lotta.

E poi la merda passò da brutta a pessima.

Il “muro” su cui stava appoggiato scivolò via e lui cadde di schiena …ai piedi di un paio di incazzati lessers dai capelli bianchi.

QUATTRO

C’erano un sacco di cose positive nell’essere una mamma.

Tenere tra le braccia i tuoi piccoli e cullarli fino a farli addormentare era decisamente una di quelle. Così come piegare i loro vestitini. E nutrirli. E vederli mentre ti guardano con gli occhi pieni di felicità e di sorpresa appena svegli.

Bella cambiò posizione sulla sedia a dondolo, rimbocco la coperta sotto il mento di sua figlia, e accarezzò piano la guancia di Nalla.

Un corollario non tanto bello della maternità, però, era che tutta la cosa dell’intuito femminile era super intensificata.

Seduta al sicuro nella residenza della Fratellanza, Bella sapeva che qualcosa non andava. Anche se lei era al sicuro, in una nursery che veniva dritta da un articolo intitolato “La famiglia perfetta abita qui”, era come se ci fosse uno spiffero che aleggiava per la stanza e puzzava di puzzola morta. E anche Nalla aveva ricevuto quella sensazione. La bimba era stranamente tranquilla e tesa, gli occhi gialli erano focalizzati in un qualche punto mediano come se stesse aspettando lo scoppio di un rumore forte.

Naturalmente, il problema con l’intuito, legato alla maternità o meno che fosse, è che si trattava di una storia senza parole e senza tempo. Anche se ti fa essere pronta per le cattive notizie, non ci sono nomi o verbi che si uniscano all’ansia, nessun timbro con la data e l’ora. Così mentre te ne stai seduta con la paura attaccata al collo come un freddo straccio bagnato, la tua mente deve razionalizzare perché quello è il meglio che chiunque possa fare. Forse era solo il Primo Pasto che le era rimasto sullo stomaco. Forse era solo ansia passeggera.

Forse…

Diavolo, forse quello che le contorceva le budella non era affatto intuizione. Forse era dovuto al fatto che aveva raggiunto una decisione che non le andava giù.

Sì, quella era la causa più probabile. Dopo averci rimuginato sopra e aver sperato ed essersi preoccupata e aver cercato di pensare a un modo per uscire dalla situazione con Z, doveva essere realistica. L’aveva affrontato…e non c’era stata alcuna vera risposta da parte sua.

Nessun voglio che voi due rimaniate qui. Neanche ci proverò.

Tutto quello che aveva ottenuto da lui era che sarebbe uscito per combattere.

Che era una specie di risposta, vero?

Guardandosi intorno nella nursery, Bella fece l’elenco delle cose che avrebbe portato via…non molto, giusto una borsa con le cose di Nalla e una sacca per lei. Poteva procurarsi un altro cestino per i pannolini e una culla e un fasciatoio abbastanza facilmente…

Dove sarebbe andata?

La soluzione più semplice era una delle case di suo fratello. Rehvenge ne aveva parecchie, e tutto quello che doveva fare era chiedere. Cavolo, quanto era ironico? Dopo aver lottato per allontanarsi da lui, adesso stava prendendo in considerazione l’idea di tornare.

Non prendendo in considerazione. Decidendo.

Bella si sporse da un lato, prese il cellulare dalla tasca dei jeans e chiamò Rehv.

Dopo due squilli, una voce profonda e familiare rispose, “Bella?”

C’era il rumore della musica e si sentiva la gente parlare in sottofondo, i suoni che fa una folla che compete per lo spazio.

“Ciao.”

“Pronto? Bella? Aspetta un momento, fammi andare nel mio ufficio.” Dopo una lunga pausa rumorosa, il chiasso si interruppe di colpo. “Ehi, come state tu e il piccolo miracolo?”

“Ho bisogno di un posto dove stare.”

Silenzio totale. Poi suo fratello disse, “Sarebbe per tre o per due?”

“Due.”

Un’altra lunga pausa. “Devo ucciderlo quel pazzo bastardo?”

La note fredda e crudele la spaventò un po’, facendole ricordare che il suo adorato fratello non era un uomo con cui volevi metterti a cazzaggiare. “Dio, no.”

“Parla, sorella mia. Dimmi cosa sta succedendo.”

La morte era un pacchetto nero che aveva un sacco di forme, pesi e misure. Comunque, era il genere di cosa che quando ti arriva sulla porta, ne conosci il mittente senza bisogno di controllare l’indirizzo o di aprire il pacchetto.

Lo sai e basta.

Mentre Z si ritrovava con la schiena a terra sulla strada di quei due lessers, sapeva che questo pacchetto era arrivato per corriere espresso, e l’unica cosa che gli attraversò la mente fu che non era pronto per riceverlo.

Ovvio, non era il tipo di cosa per cui puoi rifiutarti di firmare.

Sopra di lui, illuminati da una qualche debole luce, i lessers si immobilizzarono come se lui fosse stata l’ultima cosa che si erano aspettati di vedere. Poi tirarono fuori le pistole.

Z non aveva un’ultima parola; aveva un’ultima immagine, una che eclissò completamente l’azione a doppia canna che gli si parava diritta in faccia. Nella sua mente vide Bella e Nalla insieme sulla sedia a dondolo nella nursery. Non era un’immagine della notte precedente quando c’erano stati fazzolettini e occhi arrossati e il suo gemello con un’espressione seria. Era di un paio di settimane prima, quando Bella era rimasta a fissare la piccola tra le sue braccia con una tale tenerezza e amore. Come se l’avesse percepito sulla porta, Bella aveva alzato gli occhi e per un momento l’amore che aveva negli occhi aveva avvolto anche lui.

Due colpi di pistola risuonarono, e la cosa più strana fu che l’unico dolore che avvertì fu quello provocato dal rumore nelle sue orecchie.

Seguirono due rumori di caduta, che echeggiarono contro le ricchezze rubate.

Z alzò la testa. Qhuinn e Rhage stavano in piedi proprio dietro a dove si erano trovati i lessers, le pistole che si abbassavano. Blay e John Matthew erano con loro, anche le loro armi spianate.

“Tutto okay?” chiese Rhage.

No. Quello sarebbe stato un grosso grasso peloso cazzo no. “Sì. Sì, sono a posto.”

“Blay, torna nel tunnel con me,” disse Rhage. “John e Qhuinn, voi state qui con lui.”

Z lasciò ricadere la testa e ascoltò due paia di anfibi allontanarsi. Nello strano silenzio che seguì, un’ondata di nausea lo attraversò e ogni centimetro del suo corpo cominciò a tremare, le mani sbattevano come bandiere in un forte vento mentre le portava al viso per controllarlo.

La mano di John gli toccò un braccio e Z fece un salto. “Sto bene…sto bene…”

John con i gesti disse, Ti porteremo fuori di qui.

“Come…” Z si schiarì la gola. “Come faccio a sapere che tutto questo sta succedendo davvero?”

Scusami? Come fai a sapere…?

Zsadist si passò le dita sulla fronte mente cercava di trovare il punto in cui i cacciatori avevano puntato le loro armi. “Come faccio a sapere che tutto questo è reale? E non un… Come faccio a sapere che non sono appena morto?”

John lanciò un’occhiata a Qhuinn dietro di lui come se non avesse idea di cosa rispondere e stesse cercando un sostegno. Poi si batté un pugno sul petto con un colpo solido. Io so che sono qui.

Qhuinn si abbassò e fece lo stesso, un pesante suono basso provenne dal suo torace. “Anch’io.”

Zsadist lasciò di nuovo cadere la testa, il suo corpo tremava così tanto che i piedi sembravano fare il tip-tap sul pavimento di terra battuta. “Non lo so…se questo è reale…oh, merda…”

John lo fissò come a misurare la sua crescente agitazione e cercando di capire che diavolo fare.

All’improvviso il ragazzo allungò una mano verso la gamba rotta di Z e diede all’anfibio girato al contrario un deciso strattone.

Z scattò seduto e abbaiò, “Figliodiputtana!”

Ma andava bene. Il dolore agì come un grosso colpo di spugna sul suo cervello, togliendo le ragnatele delle visioni e sostituendole con una chiarezza focalizzata e martellante.

Era decisamente vivo. Lo era davvero.

Quella realizzazione fu seguita da vicino dal pensiero di Bella. E Nalla.

Doveva raggiungerle.

Z si spostò di lato per prendere il telefono, ma la sua vista divenne sfocata da quello che stava facendo alla gamba. “Merda. Puoi prendere il mio telefono? Nella tasca di dietro?”

John lo fece rotolare con cautela, tirò fuori il RAZR e glielo passò.

“Quindi non credi che ci sia il modo per sistemare sta cosa?” disse Rehv.

Bella scosse la testa in risposta alla domanda di suo fratello, poi si ricordò che lui non poteva vederla. “No, non credo. Almeno non nel breve periodo.”

“Merda. Beh, io sono sempre qui per te, questo lo sai. Vuoi stare con mahmen?”

“No. Voglio dire, sono contenta quando viene a trovarmi durante la notte, ma ho bisogno del mio spazio.”

“Perché speri che lui venga a cercarti.”

“Non lo farà. Questa volta è diverso. Nalla…ha reso tutto diverso.”

La piccola tirò su col naso e si rintanò più vicina nel suo angolo preferito tra l’avambraccio e il seno. Bella tenne fermo il telefono con la spalla e accarezzò i capelli morbidi come piume che le stavano crescendo. I riccioli, quando fossero cresciuti, sarebbero stati multicolori, con ciocche bionde e rosse e castane tutte mescolate insieme, proprio come quelli del padre se non li avesse tenuti sempre rasati.

Mentre Rehv rideva imbarazzato, Bella disse, “Cosa?”

“Dopo tutti questi anni a lottare per tenerti sulla mia proprietà, adesso non voglio che tu te ne vada dalla residenza della Fratellanza. Sul serio, niente è più sicuro di quel posto…ma ho una casa vicino al fiume Hudson che è sicura. È vicina a dove vive una mia amica, non è niente di straordinario, ma c’è un tunnel che unisce le due proprietà. Lei ti terrà al sicuro.”

Dopo che le ebbe dato l’indirizzo, Bella mormorò, “Grazie. Metterò in valigia alcune cose e chiederò a Fritz di portarmi lì fra un’ora.”

“Ti farò riempire subito il frigo.”

Il telefono fece un bip quando arrivò un messaggio. “Grazie.”

“Glielo hai detto?”

“Z sa cosa sta per capitare. E no, non gli impedirò di vedere Nalla se lo vuole, ma deve essere lui a decidere di venire a vederla.”

“E tu?”

“Lo amo…ma tutto questo è stato davvero difficile per me.”

Terminarono la telefonata poco dopo, e mentre spostava il telefono lontano dall’orecchio, Bella vide che c’era un messaggio di Zsadist:

MI DISPIACE. TI AMO. PER FAVORE PERDONAMI…NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Bella si morse un labbro e sbatté forte le palpebre. E gli mandò un messaggio.

CINQUE

Z fissò lo schermo del suo telefono, pregando di ricevere una risposta da Bella. Avrebbe chiamato, ma la sua voce era così malferma e non voleva allarmarla.

In più ritrovarsi in un gran momento emozionale non era una grande idea, considerando che aveva una gamba rotta sulla proprietà dei lessers.

Rhage e Blay ritornarono attraverso il tunnel.

“…è perché non sono entrati in casa,” stava dicendo Rhage. “L’entrata di questo magazzino passa attraverso il capanno sul retro. Per prima cosa stavano controllando il sistema di sicurezza, chiaramente preoccupati che la casa fosse stata infiltrata.”

Z si schiarì la gola e mormorò, “Il sistema d’allarme sta ancora lampeggiando. Se non lo spegniamo in fretta, altri…”

Rhage puntò la pistola sulla luce rossa, tirò il grilletto, e ridusse la cosa in polvere. “Forse questo funzionerà.”

“Sei proprio un tecnico, Hollywood,” bofonchiò Z. “Pari pari a Bill Gates.”

“Quel che è. Dobbiamo portare fuori te e il civile…”

Il telefono di Z vibrò e lui aprì il messaggio di Bella, trattenendo il respiro. Dopo averlo letto due volte, serrò gli occhi e richiuse il telefono. Oh, Dio…no.

Tirando su il tronco dal pavimento di terra, si diede una spinta per mettersi in piedi. La fitta d’agonia che gli corse su per la gamba l’aiutò a distrarsi dalla vista di tutto quel sangue che aveva formato una pozza sotto di lui.

“Che…”

“…cazzo…”

“…stai facendo…”

John con i segni disse le stesse cose. Cosa stai facendo?

“Devo tornare a casa.” Dematerializzarsi non era una opzione a causa della gamba…che gli stava facendo venire i conati di vomito a vederla sbatacchiare in giro. “Devo…”

Hollywood sbatté la sua faccia perfetta diretta sul muso di Z. “Vuoi rilassarti! Sei sotto shock…”

Z afferrò l’avambraccio dell’uomo e strinse per chiudergli la bocca. Parlò sottovoce, e quando ebbe finito, Rhage poteva solo sbattere gli occhi.

Dopo un momento Hollywood disse piano, “Questo è il problema, però. Hai una frattura scomposta, fratello mio. Prometto che ti rimetteremo a posto, ma dobbiamo portarti da un dottore. Morto non è dove vuoi essere, mi capisci?”

Mentre un’ondata di vertigine arrivò a sommergerlo da chissà dove, Z ebbe l’impressione che suo fratello avesse ragione. Ma cazzo. “Casa. Voglio…”

Il suo corpo crollò. Venne giù come un castello di carte.

Rhage sostenne il suo peso e si girò verso i ragazzi. “Voi due, portatelo fuori dal tunnel. Muovetevi, io vi copro.”

Zsadist grugnì quando cambiò mani e fu portato via come una carcassa di cervo trovata in mezzo alla strada. Il dolore lo stordiva, facendogli palpitare il cuore e rabbrividire la pelle, ma andava bene. Aveva bisogno della manifestazione fisica dell’emozione intrappolata al centro del suo petto.

Il tunnel era lungo meno di cinquanta metri e abbastanza alto solo perché un hobbit potesse starci dritto in piedi…quindi uscire di lì fu divertente quanto nascere. Qhuinn e John erano piegati in due, cercando di mantenere la presa mentre se la filavano a gambe levate, due adulti in un modello per bambini. Mentre il corpo di Z era teso e il suo fottuto piede suonava come una campana, l’unica cosa che lo teneva cosciente era il messaggio di Bella:

MI DISPIACE. TI AMO, MA LEI E IO ABBIAMO BISOGNO DI ANDARE. TI DARÒ L’INDIRIZZO QUANDO CI SAREMO SISTEMATE PIÙ TARDI STASERA.

Fuori l’aria era fresca, e Z inspirò la merda nei polmoni con la speranza di calmarsi lo stomaco. Fu portato direttamente all’Hummer e messo dietro, accanto al civile che era svenuto. John, Blay e Qhuinn entrarono, e poi ci fu un momento di sbrigati e aspetta.

Alla fine Rhage schizzò fuori dalla casa, mostrò tre dita e un pugno, e si infilò sul sedile davanti. Mentre il fratello mandava un messaggio dal suo telefono, Qhuinn premette sul gas e ancora una volta dimostrò di avere almeno mezzo cervello: il ragazzo era stato abbastanza furbo da mettersi col muso in fuori così da avere una linea retta lungo il vialetto, e prese la via di fuga a tutta forza.

Rhage guardò l’orologio mentre correvano via. “Quattro…tre…due…”

La casa dietro di loro esplose in una palla di fuoco, il contraccolpo spinse ondate d’energia attraverso l’aria…

Proprio mentre una monovolume piena di nemici entrava nel vialetto bloccando la strada verso la Route 9.

Bella ricontrollò le due borse L.L. Bean e fu abbastanza certa di avere tutto quello di cui aveva bisogno per un breve periodo. In quella con i manici verdi aveva qualche vestito per sé stessa, insieme al carica batterie per il cellulare, lo spazzolino, e duemila dollari in contanti. Quella con i manici blu conteneva i vestiti di Nalla, biberon e pannolini, insieme alle salviette umide, la crema per le irritazioni, copertine, un orsetto, e Oh, I posti dove andrai! del Dottor Seuss.

Il titolo del libro preferito di Nalla era un vero calcio sui denti in una notte come quella. Lo era davvero.

Quando sentì bussare alla porta della nursery, Bella disse, “Avanti.”

Mary, la shellan di Rhage mise dentro la testa. Il viso era teso, gli occhi grigi severi prima ancora di vedere le borse per terra.

“Rhage mi ha mandato un messaggio. Z è stato ferito. So che stai per andartene, e il perché non sono affari miei, ma potresti prendere in considerazione di aspettare. Da quello che mi ha detto Rhage, Z avrà un disperato bisogno di nutrirsi.”

Bella si mise dritta lentamente. “Quanto…quanto è grave? Che cosa…”

“Non ho nessun altro dettaglio a parte che saranno a casa più in fretta che potranno.”

Oh…Dio. Era la notizia che aveva sempre temuto. Z ferito fuori sul campo.

“Qual è l’ora stimata d’arrivo?”

“Rhage non l’ha detto. So che devono scaricare un civile ferito alla nuova clinica di Havers, ma lo stanno già facendo. Non sono sicura se Z sarà medicato lì o qui.”

Bella chiuse gli occhi. Z le aveva mandato il messaggio mentre era ferito. L’aveva cercata quando stava male…e lei l’aveva ricambiato sbattendogli in faccia il fatto che lo stava abbandonando ai suoi demoni.

“Che cosa ho fatto,” disse Bella piano.

“Scusami?” chiese Mary.

Bella scosse la testa per rispondere sia a sé stessa sia alla donna.

Andando verso la culla, Bella guardò la loro bambina. Nalla stava dormendo con il duro e denso sfinimento dei bambini, il suo piccolo torace pompava su e giù con determinazione, le manine rosa strette a pugno, la fronte corrugata come se si stesse concentrando a crescere.

“Potresti stare con lei?” chiese Bella.

“Assolutamente.”

“C’è del latte nel frigo laggiù.”

“Sarò proprio qui. Non andrò da nessuna parte.”

Tornando al vialetto della casa verde pisello in mezzo agli alberi, Z sentì la sbandata improvvisa data dalla frenata dell’Hummer di Qhuinn. Il SUV mantenne l’assetto mentre le leggi della fisica afferrarono con forza la sua massa, mettendo fine all’accelerazione appena prima che il veicolo andasse a fracassarsi contro il lobo frontale della monovolume sulla sua strada.

Canne di pistola vennero fuori dai finestrini della macchina da mamma suburbana della società dei lessers come se la stronza fosse una diligenza, e i proiettili impazzirono, colpendo la carrozzeria di acciaio rinforzato dell’Hummer e rimbalzando sui finestrini di plexiglas.

“La seconda notte fuori con la mia quattro ruote,” sputò Qhuinn. “E sti stronzi la stanno riducendo come formaggio svizzero? Cazzo, no. Tenetevi.”

Qhuinn ingranò la retro, facendo scattare il Suv di quasi cinque metri, poi infilò la prima e partì a tavoletta. Sterzando a sinistra, scartò l’auto per tutti i terreni, zolle di terra si ammucchiarono e sbatterono su entrambe le auto.

Mentre sbatacchiavano in giro come una barca col brutto tempo, Rhage infilò una mano nella giacca e tirò fuori una granata. Aprendo il finestrino a prova di proiettili giusto il necessario, tirò via la sicura con i denti e buttò fuori l’esplosivo grosso come un pugno. Grazie a Dio la dannata cosa sbatté sul tettuccio della monovolume e rotolò sotto il veicolo.

I tre lessers saltarono fuori da quel cazzo di macchina come se stese andando a fuoco.

E dieci secondi dopo lo stava facendo, le fiamme a illuminare la notte.

Caaaaazzo, se Z aveva pensato che la gita nel tunnel fosse stata una pessima cosa per la sua gamba, era niente a confronto della scena buca e esplodi che era servita per scappare da quei cacciatori. Quando l’Hummer sbucò sulla Route 9 dopo aver preso in pieno almeno uno dei lessers, Zsadist era sul punto di svenire.

“Merda, sta andando in shock.”

Z realizzò con poco interesse che Rhage si era girato e stava guardando lui, non il civile.

“Non lo faccio,” biascicò mentre gli occhi gli si giravano all’indietro. “Solo facendo una breve pausa.”

Lo sguardo di Rhage, blu spettacolare tipo Bahamas, si fece torvo. “Scomposta. Frattura. Figliodiputtana. Ti stai dissanguando mentre parliamo.”

Z alzò lo sguardo fino ad incontrare quello di Qhuinn nello specchietto retrovisore. “Scusa per la tappezzeria.”

Il ragazzo scosse la testa. “Non c’è problema. Per te fracasso l’auto.”

Rhage mise una mano sul collo di Z. “Dannazione, sei bianco come la neve e caldo uguale. Dovrai farti curare alla clinica.”

“Casa.”

A bassa voce Rhage disse, “Ho messaggiato Mary perché non la faccia andare via, okay? Bella sarà ancora lì, non importa quanto tempo ci metteremo a tornare alla residenza. Non ti lascerà prima che torni a casa.”

Una grande quiete risuonò nell’Hummer, come se tutti stessero facendo finta di non aver sentito niente dell’ultima ora di Rhage.

Z aprì la bocca per discutere.

Ma svenne prima di riuscire a mettere in campo altre obiezioni.

SEI

Bella camminava su e giù per la palestra nel centro d’addestramento, orbitando intorno al tavolo operatorio con gambe tremanti. Si fermava regolarmente per controllare l’orologio.

Dov’erano? Che altro era andato storto? Era passata più di un’ora…

Oh, Dio, per favore fa che Zsadist sia vivo. Per favore fa che lo riportino indietro vivo.

Su e giù, sempre su e giù. Alla fine si fermò a un capo della barella e la guardò. Mettendo una mano sul cuscino imbottito, si trovò a ripensare a quando si era trovata sdraiata su quella cosa nella veste di paziente. Tre mesi prima. Per la nascita di Nalla.

Dio, che incubo che era stato.

E Dio, che incubo era adesso…in attesa che il suo hellren fosse trasportato dentro ferito, sanguinante, in preda al dolore. E quello era il migliore dei casi. Il caso peggiore era un corpo coperto da un lenzuolo, qualcosa che non poteva neanche prendere in considerazione.

Per evitare di impazzire, Bella pensò alla nascita, a quel momento quando entrambe le loro vite, la sua e quella di Z, erano cambiate per sempre. Come un sacco di cose drammatiche, il grande evento era stato anticipato, ma quando era arrivato era stato comunque uno shock. Era stata al nono mese di una gravidanza di diciotto ed era un lunedì notte.

Bel modo di cominciare la settimana lavorativa.

Aveva avuto una gran voglia di chili, e Fritz l’aveva accontentata, preparando una porzione che bruciava come una torcia per saldare. Quando l’amato maggiordomo le aveva portato la ciotola fumante, però, di colpo non era riuscita a sopportare l’odore o la vista della pietanza. Nauseata e sudata, era andata a farsi una doccia fredda, e mentre arrancava in bagno, si era chiesta dove diavolo avrebbe infilato altre sette mesi del piccolo che le cresceva in pancia.

Nalla, a quanto pareva, aveva preso a cuore il pensiero passeggero. Per la prima volta dopo settimane, si era mossa con decisione…e, con un calcio improvviso, aveva rotto le acque.

Bella aveva sollevato l’accappatoio e aveva guardato in basso alla pozza che si era formata ai suoi piedi, domandandosi per un momento se non avesse perso il controllo della vescica. Poi capì. Anche se aveva seguito i consigli di Doc Jane e aveva evitato di leggere la versione vampirica di Cosa aspettarsi quando si aspetta, ne sapeva abbastanza per essere sicura che una volta che le acque si rompono, l’autobus è uscito dalla stazione.

Dieci minuti dopo si era ritrovata distesa su quella barella, con Doc Jane che le faceva un veloce, ma accurato esame. La conclusione era che il corpo di Bella non sembrava pronto a proseguire col programma, ma Nalla doveva essere tirata fuori. Fu amministrata della Pitocina, usata di frequente per indurre il travaglio nelle donne umane, e poco dopo Bella scoprì che c’è una differenza tra dolore e travaglio.

Il dolore cattura la tua attenzione. Il travaglio cattura tutta la tua attenzione.

Zsadist era stato fuori sul campo, e quando era arrivato era così agitato che quei pochi capelli che gli erano rimasti sul cranio stavano dritti. Appena entrato, si era disfatto delle armi, il mucchio grosso come un divanetto, ed era corso per starle accanto.

Bella non l’aveva mai visto tanto spaventato. Nemmeno quando si svegliava dai sogni di quella sadica Padrona che aveva avuto. Gli occhi erano neri, non per rabbia ma per paura, e le labbra erano così tirate che sembravano un paio di linee bianche.

Averlo lì l’aveva aiutata a superare il dolore. E ne aveva avuto bisogno. Doc Jane aveva sconsigliato l’epidurale, visto che nei vampiri poteva portare ad allarmanti cali di pressione. Quindi non c’era stato nulla a calmare il dolore.

E neanche tempo per trasferirla alla clinica di Havers. Una volta che la Pitocina aveva messo in moto il suo corpo, il travaglio era andato avanti troppo in fretta per poterla muovere…anche se non sarebbe comunque stato possibile visto che l’alba era vicina. Il che significava che non c’era neanche modo di far arrivare il medico della razza al centro d’addestramento.

Bella tornò al presente, accarezzando il cuscino sottile che era appoggiato sulla barella. Riusciva a ricordarsi di come aveva stretto la mano di Z abbastanza forte da rompergli le ossa mentre si sforzava fino a che anche i denti le avevano fatto male e le era sembrato di spaccarsi in due.

E poi i suoi segni vitali erano crollati.

“Bella?”

Si girò. Wrath era sull’uscio della stanza, l’enorme corpo del re riempiva il passaggio. Con i capelli neri lunghi fino ai fianchi, gli occhiali da sole a fascia e i vestiti di pelle nera, nel suo silenzioso arrivo sembrava una versione moderna della Morte.

“Oh, per favore, no,” disse Bella, aggrappandosi alla lettiga. “Per favore..”

“No. È okay. Lui è okay.” Wrath si avvicinò e le prese un braccio, tenendola su. “È stato stabilizzato.”
“Stabilizzato?”

“Ha una frattura scomposta nella parte bassa della gamba che ha causato una certa perdita di sangue.”
Certa ossia massiccia, senza dubbio. “Dov’è?”

“Sta tornando a casa dalla clinica di Havers proprio adesso. Ho pensato che fossi preoccupata, così ho voluto fartelo sapere.”

“Grazie. Grazie…” Anche con tutti i problemi che avevano avuto ultimamente, l’idea di perdere il suo hellren era catastrofica.

“Ehi, piano.” Il re la circondò con le enormi braccia e la tenne così, gentilmente. “Lascia che i brividi ti attraversino. Respirerai più facilmente così, che tu ci creda o no.”

Bella fece come le era stato suggerito, lasciando andare il rigido controllo che aveva imposto ai propri muscoli. Il suo corpo tremò dalle spalle alle caviglie e lei contò sulla forza del re per rimanere in piedi. Aveva ragione, però. Anche mentre tremava, era in grado di fare un respiro profondo o due.

Quando si sentì più stabile, si tirò indietro. Vedendo la barella corrugò la fronte e dovette rimettersi a camminare in tondo.

“Wrath, posso chiederti una cosa?”

“Assolutamente.”

Dovette camminare ancora un po’ prima di riuscire a porre la domanda nel modo giusto. “Se Beth avesse un bambino, lo ameresti tanto quanto ami lei?”

Il re sembrò sorpreso. “Ah…”

“Mi spiace,” disse Bella, scuotendo la testa. “Non sono affari miei…”

“No. Non è quello. Sto cercando di capire la risposta.” Alzò una mano e sollevò gli occhiali dai suoi brillanti occhi verde pallido. Anche se erano sfocati, il suo sguardo faceva comunque colpo. “Le cose stanno così…e credo sia vero per tutti i maschi che hanno una compagna . La tua shellan è il cuore pulsante nel tuo petto. Perfino più di quello. È il tuo corpo, la tua pelle e la tua mente…ogni cosa che sei mai stato e ogni cosa che sarai. Quindi un uomo non può provare qualcosa in più per nessun altro che non sia la propria compagna. Semplicemente non è possibile, e credo che ci sia l’evoluzione al lavoro qui. Più profondamente ami, più proteggi, e mantenere in vita la tua donna a tutti i costi significa che lei può prendersi cura di qualunque piccolo abbia. Detto questo, naturalmente ami i tuoi bambini. Penso a Darius con Beth…voglio dire, era disperato all’idea di mantenerla al sicuro. E Tohr con John…e…sì, voglio dire, hai sentimenti profondi per loro, certo.”

Era logico, ma non una grande consolazione, considerando che Zsadist non prendeva neanche in braccio Nalla…

Le doppie porte della stanza si aprirono e Z fu portato dentro. Aveva addosso un pigiama da ospedale, probabilmente perché era stato necessario tagliare i suoi vestiti alla clinica di Havers, e il suo viso era privo di qualsiasi colore. Aveva entrambe le mani fasciate, e c’era il gesso sulla parte inferiore della gamba.

Era completamente privo di sensi.

Bella corse al suo fianco e gli prese la mano. “Zsadist? Zsadist?”

Qualche volta le flebo e le pillole non sono sempre la cura migliore per il trattamento dei feriti. Qualche volta tutto quello di cui hai bisogno è il tocco delle persone amate e il suono della loro voce e il sapere che sei a casa, e quello è abbastanza per trascinarti lontano dall’abisso.

Z aprì gli occhi. Lo sguardo blu zaffiro che incontrò gli fece venire le lacrime. Bella era chinata su di lui, la massa di capelli color mogano le scendeva su una spalla, i lineamenti classici del viso tirati in un’espressione preoccupata.

“Ciao,” disse Z, perché era il meglio che potesse fare.

Aveva rifiutato ogni analgesico alla clinica, perché l’effetto di intontimento che procuravano gli aveva sempre ricordato il modo in cui era stato drogato per mano della Padrona…quindi era stato del tutto cosciente mentre la gamba veniva aperta e rimessa a posto da Doc Jane. Beh, lo era stato per una parte, comunque. Doveva essere svenuto per un po’. Il lato positivo era che si sentiva un cadavere. Senza dubbio ne aveva anche l’aspetto. E c’era troppo da dire.

“Ciao.” Bella gli accarezzo la testa rasata. “Ciao…”

“Ciao…” Prima di crollare e fare la figura del fesso, Z si diede un’occhiata intorno per vedere chi altro ci fosse nella stanza. Wrath stava parlando con Rhage in un angolo accanto alla vasca per l’idromassaggio, e Qhuinn, John e Blay erano in piedi di fronte agli armadietti di acciaio e vetro.

Testimoni. Merda. Doveva darsi una calmata.

Mentre sbatteva gli occhi con forza, i dettagli della stanza si misero a fuoco, e ripensò all’ultima volta in cui era stato lì dentro.

La nascita.

“Ssh…” mormorò Bella, chiaramente fraintendendo la ragione della sua smorfia. “Chiudi solo gli occhi e rilassati.”

Fece come gli venne detto, perché era di nuovo sull’orlo dell’abisso, e non per quanto fosse messa male la gamba o per il male che gli facevano le mani.

Dio, la notte in cui Nalla era nata…quando aveva quasi perso la sua shellan…

Z strinse forte gli occhi perché non voleva ricordare il passato…o guardare troppo da vicino il presente. Stava correndo il pericolo di perdere Bella. Di nuovo.

“Ti amo…” sussurrò. “Per favore non lasciarmi.”

“Sono proprio qui.”

Sì, ma per quanto.

Il panico che provava adesso lo riportò alla notte della nascita…era stato fuori sul campo con Vishous, investigando il rapimento di un civile in centro città. Quando era arrivata la chiamata da Doc Jane, aveva scaricato V come si fa con le brutte abitudini e si era dematerializzato nel vialetto della residenza, facendosi strada nell’atrio fino al tunnel. Tutti, le shellan, i doggen e Wrath, si erano tolti dalla sua strada prima di far la fine dei birilli.

Giù nel centro d’addestramento, in quella stessa stanza, aveva trovato Bella distesa sulla barella su cui stava lui adesso. Era entrato nel bel mezzo di una contrazione ed era dovuto rimanere a guardare mentre il corpo di Bella veniva avvinghiato come dalla mano di un gigante che la stringesse alla vita. Quando il dolore si era attenuato Bella aveva fatto un profondo respiro, poi l’aveva guardato e gli aveva offerto un debole sorriso. Mentre tendeva una mano verso di lui, Z si era disfatto delle armi, facendole cadere sul linoleum.

“Mani,” aveva abbaiato Doc Jane. “Lavati le mani prima di avvicinarti.”

Z aveva annuito ed era andato diretto ai profondi lavandini con i pedali. Si era passato il sapone su per le braccia fino a quando la pelle non era stata rosa tipo quella della Barbie poi si era asciugato con un panno chirurgico blu ed era corso al fianco di Bella.

Le loro mani si erano appena toccate quando era arrivata una nuova contrazione. Bella gli aveva stretto la mano fino a stritolargliela, ma non gli importava. Continuando a guardarla negli occhi mentre si sforzava, avrebbe fatto qualunque cosa per liberarla dal dolore…e in quel momento si sarebbe con piacere tagliato le palle. No poteva credere di averla costretta a sopportare un tale tipo di dolore.

Le cose peggiorarono. Il travaglio era come una locomotiva che acquistava velocità e i binari erano sul corpo di Bella. Più forte, più lungo, più veloce. Non capiva come Bella potesse sopportarlo. E poi non ci riuscì più.

Andò in arresto, tutti i segni vitali calarono…la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, tutto andò a puttane. Z seppe quanto la situazione fosse seria dalla velocità con cui Doc Jane cominciò a muoversi. Si ricordò dei medicinali nella flebo, e Vishous che si avvicinava con…merda, strumenti chirurgici e un’incubatrice.

Doc Jane si infilò un nuovo paio di guanti di lattice, guardando prima Bella e poi lui. “Dobbiamo entrare e prendere il bambino, okay? C’è sofferenza fetale.”

Annuì. Aveva annuito a quel punto sia per se stesso che per Bella. La Betadine era stata un color arancione arrugginito mentre V l’aveva spalmata su tutto l’addome gonfio di Bella.

“Starà bene?” Mormorò Bella disperata. “La nostra piccola starà…”

Doc Jane si era avvicinata. “Guardami.”

Le due donne si erano guardate dritte negli occhi. “Farò tutto quello che potrò per portarvi entrambe alla fine. Voglio che ti calmi, è questo il tuo compito. Calmati e lasciami fare quello che faccio meglio. Adesso respira profondamente.”

Zsadist aveva preso un respiro insieme alla sua shellan…e poi aveva guardato mentre gli occhi di Bella all’improvviso si spalancavano e le sguardo le si fissava sul soffitto con una strana intensità. Prima che potesse chiedere cosa stesse guardando, Bella aveva chiuso gli occhi.

Z aveva avuto un momento di terrore in cui aveva temuto di non vederli mai più aperti.

Poi Bella aveva detto, “Assicuratevi solo che la piccola stia bene.”

In quel momento Z aveva avuto davvero paura perché era chiaro che Bella non pensava di uscirne viva. E l’unica cosa che le importava era la piccola.

“Per favore rimani con me,” aveva detto Z con un gemito mentre veniva praticata l’incisione.

Bella non l’aveva sentito. Si era lasciata trasportare nell’incoscienza, come se fosse stata su una barca che aveva mollato gli ormeggi e stesse galleggiando su acque calme.

Nalla era nata alle sei e ventiquattro del mattino.

“È viva?” aveva chiesto.

Anche se adesso si vergognava ad ammetterlo, l’unica ragione per cui aveva voluto saperlo era perché Dio non volesse che Bella riprendesse i sensi per sentirsi dire che sua figlia era nata morta.

Mentre Doc Jane suturava Bella, Vishous aveva lavorato velocemente con un palloncino aspirante sulla bocca e il naso della piccola, poi aveva inserito una minuscola flebo e fatto qualcosa con le mani e i piedi. Veloce. A quel punto V era stato veloce come la sua shellan.

“È viva?”

“Zsadist?”

Z aprì gli occhi e tornò al presente.

“Hai bisogno di altri analgesici?” chiese Bella. “Hai l’aspetto di uno in agonia.”

“Non posso credere che sia vissuta. Era così piccola.”

Mentre le parole uscivano dalla bocca di Zsadist, Bella non capì, ma solo per un secondo. La nascita…Z stava pensando alla nascita.

Bella gli accarezzò i corti capelli morbidi, cercando di farlo stare meglio in qualche piccolo modo. “Sì…sì, lo era.”

Gli occhi gialli si spostarono sulla gente nella stanza e la voce si abbassò. “Posso essere onesto?”

Oh, merda, pensò Bella. “Sì, per favore.”

“L’unica ragione per cui mi importava se era viva era perché non volevo che ti dicessero che non lo era. Era l’unica cosa per cui ti preoccupavi…e non potevo sopportare che tu la perdessi.”

Bella corrugò la fronte. “Vuoi dire alla fine?”

“Sì…dicesti che volevi solo essere sicura che lei stesse bene. Furono le tue ultime parole.”

Bella allungò una mano sulla guancia di Zsadist. “Credevo di stare per morire e non volevo che tu rimanessi tutto solo…ho visto la luce dell’al di là. Era tutto intorno a me, mi avvolgeva. Ero preoccupata per te…per quello che sarebbe successo se non ci fossi più stata.”

Il viso di Z divenne ancora più pallido, dimostrando che nello spettro dei colori esiste qualcosa di più chiaro del bianco. “Pensavo che era quello che stava succedendo. Oh…Dio, non posso credere a quanto ci siamo andati vicino.”

Doc Jane si avvicinò alla barella, “Scusate se vi interrompo. Voglio solo fare un piccolo controllo dei segni vitali?”

“Naturalmente.”

Mentre Bella guardava il dottore fare in fretta l’esame, pensò al modo in cui quelle mani eteree avevano aiutato sua figlia a venire al mondo.

“Bene,” disse Doc Jane, appendendo lo stetoscopio al collo. “Va bene. È stabilizzato e dovrebbe riuscire ad alzarsi e a muoversi in un’ora circa.”

“Grazie,” mormorò Bella mentre Z faceva lo stesso.

“Piacere mio. Credetemi. Adesso, perché il resto di noi non se ne và e lascia che voi due passiate un po’ di tempo da soli.”

La folla si disperse tra offerte di aiuto e cibo e ogni altra cosa che potesse servire. Mentre Wrath stava andando verso la porta, si fermò e guardò Bella.

Lei strinse la presa sulla spalla di Z mentre il re inchinava appena la testa e poi chiudeva la porta.

Bella si schiarì la gola. “Posso portarti qualcosa per…”

“Dobbiamo parlare.”

“Può aspettare…”

“Fino a quando te ne sarai andata da qui?” Z scosse la testa. “No. Deve essere adesso.”

Bella avvicinò uno sgabello con le rotelle e si sedette, accarezzandogli l’avambraccio perché non poteva tenergli la mano fasciata. “Ho paura. Se non…riusciamo a colmare le distanze…”
“Anch’io.”

Mentre le loro parole rimanevano sospese nel silenzio della stanza ricoperta di piastrelle, Bella si ricordò di quando si era svegliata dopo il cesareo il giorno della nascita. Gli occhi di Zsadist erano stati la prima cosa che aveva visto. Sembrava in agonia mentre la guardava, ma lentamente il dolore era passato, rivelando incredulità e poi speranza.

“Mostrale la piccola,” aveva chiesto Z con decisione. “Veloce.”

Vishous aveva spinto l’incubatrice vicino al letto e Bella aveva visto sua figlia per la prima volta. Trascinando con se il tubo della flebo attaccato al braccio, aveva posato i polpastrelli sul guscio di plexiglas. Nell’istante in cui aveva toccato la struttura trasparente, la piccola aveva girato la testa.

Bella aveva guardato Zsadist. “Possiamo chiamarla Nalla?”

Gli occhi di Z si erano riempiti di lacrime. “Sì. Assolutamente. Tutto quello che vuoi.”

L’aveva baciata e le aveva dato il suo sangue ed era stato tutto quello che si potrebbe volere da un compagno attento e premuroso.

Tornando al presente Bella scosse la testa. “Sembravi così felice. Subito dopo la nascita. Stavi festeggiando con gli altri. Eri lì per attaccare i nastri alla culla…Sei andato da Phury e hai cantato di nuovo…”

“Perché eri viva e non dovevi soffrire per la perdita della nostra piccola. Le mie paure peggiori non si erano avverate.” Zsadist alzò una mano come se volesse strofinarsi gli occhi, ma corrugò la fronte realizzando che non poteva a causa delle bende. “Ero felice per te.”

“Ma dopo che mi hai nutrita, ti sei seduto vicino all’incubatrice e ti sei proteso verso di lei. Hai perfino sorriso quando ha guardato dalla tua parte. C’era amore sul tuo viso, non solo sollievo. Cos’è cambiato?” quando lui esitò, Bella disse, “Sono disposta a darti più tempo se è quello che serve, ma non posso essere tenuta fuori dal processo. Che cosa è successo?”

Z fissò la grata sulle luci che stavano sopra di lui e ci fu un lungo silenzio, così lungo che Bella pensò che forse avevano raggiunto un muro insormontabile.

Ma poi una grossa lacrima si formò all’angolo dell’occhio di Z. “Lei è nel sogno con me.”

Le parole furono dette così piano che Bella dovette assicurarsi di aver sentito bene. “Scusami?”

“Il sogno che faccio di essere ancora con la Padrona. Nalla…è nella cella con me. Posso sentirla piangere mentre la Padrona viene per me. Cerco di liberarmi dalla catene…così posso proteggerla…portarla via…fermare quello che sta per succedere. Ma non riesco a muovermi. La Padrona la troverà, ed è colpa mia se Nalla è nella cella.”

“Oh…amore mio…oh, Z.” Bella si alzò e facendo attenzione si appoggiò sul suo torace, abbracciandolo teneramente. “Oh…Dio…e hai paura che la Padrona la ucciderà…”

“No.” Z si schiarì la gola una volta, e ancora, e ancora. Il torace cominciò a pompare su e giù. “Lei costringerà…Nalla a guardare…quello che mi fanno. Nalla dovrà guardare…”

Zsadist cercò di mantenere le proprie emozioni dentro si sé, poi perse la battaglia, piangendo con i singhiozzi decisi e potenti di un uomo. “Lei dovrà…guardare…suo padre mentre…”

Tutto ciò che Bella poteva fare era stringere forte e bagnargli il pigiama con le proprie lacrime. Aveva saputo che di qualunque cosa si trattasse sarebbe stata brutta. Ma non aveva avuto idea di quanto brutta.

“Oh, amore mio,” disse Bella, mentre Z l’abbracciava e nascondeva la testa tra i suoi capelli. “Oh, mio caro La dottoressa infilò dentro la testa. “Ehi, lui è in giro? Pensavo di togliere la bende…Okay, chiaramente avete già coperto quella parte.”

Mentre la dottoressa saltava alla conclusione sbagliata, Bella tenne la bocca chiusa. “Dovrebbe uscire presto dal bagno. Puoi togliere il gesso?”

“Credo di sì. Perché non gli dici di venire giù da me nel centro addestramento quando è pronto? Sto lavorando all’allargamento dell’infermeria, quindi me ne starò in giro con la mia cinghia degli attrezzi.”

“Lo farò.”

Ci fu un lungo momento riempito solo dal rumore di sottofondo del rasoio e dell’acqua che scorreva nella doccia.

Doc Jane corrugò la fronte. “Stai bene, Bella?”

Sforzandosi di sorridere, Bella alzò entrambe le mani come se stesse respingendo qualcuno. “Sono in perfetta salute. Non ho bisogno di un’altra visita. Mai più.”

“A quello ci credo.” Jane sorrise, poi guardò verso la porta del bagno. “Ascolta…forse dovresti andare a lavargli la schiena, se sai cosa voglio dire.”

“Aspetterò.”

Un altro silenzio. “Posso dare un suggerimento che è del tutto invasivo?”

“Difficile immaginare che tu possa essere più invasiva di quanto non lo sei stata già,” disse Bella facendo l’occhiolino.

“Sono seria.”

“D’accordo.”

“Tieni la culla principale di Nalla nella nursery e lascia la porta chiusa quasi del tutto mentre sta dormendo. Procurati un baby monitor così la puoi sentire.” Doc Jane guardò la stanza. “Questa è la camera che tu e tuo marito condividete…hai bisogno di essere qualcosa in più di una mamma, e lui ha bisogno di averti solo per sé per un po’ tutti i giorni. Nalla starà bene ed è importante che si abitui a dormire da sola.”

Bella guardò la culla. L’idea di spostarla era terrificante in maniera strana e irrazionale. Come se stesse gettando sua figlia in mezzo ai lupi. Tranne che se voleva più di un compagno di stanza, avevano bisogno di quel tipo di spazio che non ha niente a che fare con i metri quadri.

“Potrebbe essere una buona idea.”

“Ho lavorato con un sacco di gente che ha avuto bambini. Ai dottori piace procreare. Che posso dire. Dopo l’arrivo del primo, c’è sempre un periodo di aggiustamento. Non significa che ci sia qualcosa che non va nel matrimonio, vuol solo dire che devono essere stabiliti nuovi confini.”

“Grazie…davvero, lo apprezzo.”

Doc Jane annuì. “Sono sempre qui se hai bisogno di me.”

Quando la porta si richiuse, Bella si avvicinò alla culla e accarezzò i fiocchi di seta multicolori che pendevano dalle sbarre. Mentre i nastri le scivolavano tra le dita, lunghi e freddi, Bella ricordò la cerimonia dell’impegno e tutto l’amore che era stato condiviso. Nalla sarebbe sempre stata amata in quella casa, accudita, protetta.

Bella ebbe un momento di panico quando tolse i freni alle ruote della culla e cominciò a spingere il lettino nella nursery, ma l’avrebbe superato. Doveva. E avrebbe comprato un baby monitor all’istante.

Parcheggiò la culla vicino a quella che c’era lì, quella in cui Nalla non dormiva mai troppo bene. Anche adesso la fronte della piccola era corrugata, muoveva le braccia e le gambe, un segno certo che si sarebbe svegliata presto.

“Shhh, la mahmen è qui.” Bella sollevò la piccola e la mise giù nel suo posto preferito. La piccola tirò su col naso e fece un sospiro contento mentre si appallottolava su se stessa e infilava le manine attraverso le sbarre, prendendo il fiocco rosso e nero di Wrath e Beth.

Era promettente. Respiri profondi e pancino pieno volevano dire un lungo sonno tranquillo.

Almeno Nalla non si sentiva come se fosse stata abbandonata all’angolo della strada.

Bella tornò in camera da letto. Dal bagno solo quiete, e quando infilò dentro la testa, vide la sottile umidità lasciata nell’aria dalla doccia e colse l’odore dello shampoo al cedro.

Se ne era andato.

“Hai spostato la culla?”

Bella si girò. Z era in piedi davanti alle doppie porte dell’armadio. Aveva indosso i pantaloni di pelle e in mano teneva una maglia nera. Il suo torace, con il marchio della Confraternita e i piercing ai capezzoli, risplendeva nella luce proveniente da sopra le sue spalle.

Bella diede un’occhiata verso il punto in cui Nalla aveva sempre dormito. “Beh, questo è…lo sai…il nostro spazio. E, ah, lei sta bene nell’altra stanza.”

“Sei sicura che la cosa ti vada bene?”

Se voleva dire poter stare con lui come la sua shellan? “Nalla starà bene. È solo alla porta accanto se dovesse aver bisogno di me, e ha cominciato a dormire per dei bei pezzi del giorno quindi…sì, mi sta bene.”

“Sei…sicura?”

Bella lo guardò. “Sì. Assolutamente sicura…”

Z sbatté la maglia per terra, si dematerializzò proprio accanto a lei, e la portò sul letto, praticamente atterrandola. Il profumo del legame esplose quando la sua bocca si unì a quella di Bella, e il suo peso, duro e pesante, la spinse giù sul materasso. Le sue mani ci andarono giù pesante con la camicia da notte di Bella, strappandola nel mezzo. Quando i seni di Bella furono esposti, Z fece un profondo e basso suono gutturale.

“Oh, sì…” gemette Bella, affannata quanto lo era Z.

Spinse le mani tra i loro fianchi e si ruppe un’unghia aprendo la chiusura lampo…

Z emise un altro suono animalesco quando la sua erezione uscì dai pantaloni direttamente nella mano di Bella. Tirandosi indietro, distrusse quasi i pantaloni di pelle cercando di tirarli giù oltre il gesso. Dopo aver lottato per un po’, li lasciò all’altezza delle ginocchia con un “Fan culo.”

Tornò su di lei, finendo di disfarsi della camicia da notte, e le aprì le cosce. Ma poi si fermò, uno sguardo preoccupato che minacciava di sovrastare la passione sul suo viso. Aprì la bocca, chiaramente in procinto di chiederle se fosse d’accordo con quello che stava succedendo…

“Chiudi la bocca e entra dentro di me,” abbaiò Bella, aggrappandosi al collo di Z e tirandolo giù verso le sue labbra.

Z ruggì e la penetrò, una bomba che esplose nel corpo di Bella, scintille che le correvano lungo il corpo, infuocando il suo sangue. Bella mantenne la presa salda sul culo di Z mentre i suoi fianchi martellavano con forza fino a quando anche lui arrivò lì dove lei era già, con un orgasmo massiccio che gli contrasse l’intero torace.

L’istante in cui fu finito Z tirò indietro la testa, sfoderò le zanne, e sibilò come un grosso felino. Arcuandosi sul cuscino, Bella girò il viso da un lato, offrendogli il collo così che lui potesse…

Quando Zsadist affondò le zanne in profondità, Bella ebbe un altro orgasmo, e mentre si nutriva il sesso proseguì. Era perfino meglio di quanto si ricordasse, i suoi muscoli e le sue ossa si muovevano sopra di lei, la sua pelle così liscia, il profumo del legame l’avvolgeva con quella sua fragranza oscura e speziata.

Quando terminò di nutrirsi ed ebbe…Dio solo sa quanti orgasmi…il suo corpo si immobilizzò e la lecco sul collo per chiudere la ferita e come se le avesse letto nella mente, rotolò sulla schiena e la portò con sé, mantenendoli uniti.

“Tocca a te,” disse Z, gli occhi gialli brillante fissi sul seno generoso di Bella.

Bella mise le mani sul seno dov’era lo sguardo di Z e pizzicò piano i capezzoli mentre lo cavalcava lentamente. I suoi gemiti e il modo in cui le sue mani la strinsero alle ginocchia la fecero sentire più bella di qualunque cosa avesse potuto dirle.

“Dio…mi sei mancata,” disse Z.

“Anche tu.” Posando le mani sulle sue spalle, si piegò su di lui e mosse i fianchi più liberamente.

“Oh, cazzo, Bella…prendi il mio sangue…”

L’invito fu accettato prima che avesse finito di porlo e lei non fu più gentile di quanto lo era stato lui. Il suo sapore era spettacolare, e più intenso di quanto fosse mai stato. Fin dalla nascita, quando si era nutrita era stato…cortese. Ma questo era crudo, un cocktail allo champagne di potere e sesso, non semplice nutrimento.

“Ti amo,” sospirò Z mentre Bella si nutriva.

Fecero l’amore altre quattro volte.

Una sul letto.

Due sul pavimento a metà strada verso il bagno.

Una ancora nella doccia.

Dopo si avvolsero in morbidi asciugamani bianchi e tornarono a letto.

Zsadist la strinse a sé e le baciò la fronte. “L’intera questione della mia attrazione per te è stata sistemata?”

Bella rise, facendo scorrere le dita sui suoi pettorali e giù verso gli addominali. Era pronta a giurare che poteva sentire i suoi muscoli rinforzarsi sotto il suo palmo, il suo corpo faceva uso di quello che aveva ricevuto nutrendosi. Il fatto che lo stava rendendo forte la rese orgogliosa…ma più ancora, la fece sentire connessa a lui.

La Vergine Scriba era stata furba quando aveva creato una razza che aveva bisogno di nutrirsi dai suoi stessi membri.

“Allora? Lo è?” Z rotolò sopra Bella, il suo viso pieno di cicatrici trasformato da un sorriso tipo sono io l’uomo. “O devo provartelo di nuovo?”

Bella fece scorrere la mani lungo le sue forti braccia. “No, credo che siamo…Z!”

“Cosa?” disse lentamente mentre si posizionava tra le cosce di Bella di nuovo. “Mi dispiace. Non posso farci niente. Sono ancora affamato.” Posò la bocca gentilmente su quella di Bella, un sospiro. “Mmmm…”

Le sue labbra scesero lungo il collo e Z diede al segno del morso un colpetto, come a dire grazie.…”


dia f ?T T

All’improvviso il ragazzo allungò una mano verso la gamba rotta di Z e diede all’anfibio girato al contrario un deciso strattone.

Z scattò seduto e abbaiò, “Figliodiputtana!”

Ma andava bene. Il dolore agì come un grosso colpo di spugna sul suo cervello, togliendo le ragnatele delle visioni e sostituendole con una chiarezza focalizzata e martellante.

Era decisamente vivo. Lo era davvero.

Quella realizzazione fu seguita da vicino dal pensiero di Bella. E Nalla.

Doveva raggiungerle.

Z si spostò di lato per prendere il telefono, ma la sua vista divenne sfocata da quello che stava facendo alla gamba. “Merda. Puoi prendere il mio telefono? Nella tasca di dietro?”

John lo fece rotolare con cautela, tirò fuori il RAZR e glielo passò.

“Quindi non credi che ci sia il modo per sistemare sta cosa?” disse Rehv.

Bella scosse la testa in risposta alla domanda di suo fratello, poi si ricordò che lui non poteva vederla. “No, non credo. Almeno non nel breve periodo.”

“Merda. Beh, io sono sempre qui per te, questo lo sai. Vuoi stare con mahmen?”

“No. Voglio dire, sono contenta quando viene a trovarmi durante la notte, ma ho bisogno del mio spazio.”

“Perché speri che lui venga a cercarti.”

“Non lo farà. Questa volta è diverso. Nalla…ha reso tutto diverso.”

La piccola tirò su col naso e si rintanò più vicina nel suo angolo preferito tra l’avambraccio e il seno. Bella tenne fermo il telefono con la spalla e accarezzò i capelli morbidi come piume che le stavano crescendo. I riccioli, quando fossero cresciuti, sarebbero stati multicolori, con ciocche bionde e rosse e castane tutte mescolate insieme, proprio come quelli del padre se non li avesse tenuti sempre rasati.

Mentre Rehv rideva imbarazzato, Bella disse, “Cosa?”

“Dopo tutti questi anni a lottare per tenerti sulla mia proprietà, adesso non voglio che tu te ne vada dalla residenza della Fratellanza. Sul serio, niente è più sicuro di quel posto…ma ho una casa vicino al fiume Hudson che è sicura. È vicina a dove vive una mia amica, non è niente di straordinario, ma c’è un tunnel che unisce le due proprietà. Lei ti terrà al sicuro.”

Dopo che le ebbe dato l’indirizzo, Bella mormorò, “Grazie. Metterò in valigia alcune cose e chiederò a Fritz di portarmi lì fra un’ora.”

“Ti farò riempire subito il frigo.”

Il telefono fece un bip quando arrivò un messaggio. “Grazie.”

“Glielo hai detto?”

“Z sa cosa sta per capitare. E no, non gli impedirò di vedere Nalla se lo vuole, ma deve essere lui a decidere di venire a vederla.”

“E tu?”

“Lo amo…ma tutto questo è stato davvero difficile per me.”

Terminarono la telefonata poco dopo, e mentre spostava il telefono lontano dall’orecchio, Bella vide che c’era un messaggio di Zsadist:

MI DISPIACE. TI AMO. PER FAVORE PERDONAMI…NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Bella si morse un labbro e sbatté forte le palpebre. E gli mandò un messaggio.


cc` s , ?T T corpo nudo che rabbrividisce. Lui guardò i nastri di schiavo sui suoi polsi. Il nero era così denso nella sua pelle, così solido, era come i ceppi di ferro che lui aveva portato una volta.

Dio solamente sa, dopo quanto tempo, la porta alla stanza dei bambini scivolò aperta e Bella ritornò indietro con la bimba. Nalla era addormentata di nuovo, Bella la mise giù nella culla, con cura meticolosa come se fosse una bomba che stesse per esplodere da un momento o altro.

"Mi dispiace", lui disse leggermente, strofinando i suoi polsi.

Bella si mise una vestaglia ed andò alla porta che ha condotto fuori nella sala.

Con la sua mano sulla manopola, lei lo guardò, i suoi occhi lontani.“Io non posso più dire che questo è ok."

"Io sono veramente spiacente sui sogni."

"Io sto parlando di Nalla! Io non posso dire che il tuo evitarla è ok. . .e che io capisco, e che diventerà migliore e che io sarò paziente! Il fatto è, che lei è la tua bambina così come la mia, e mi spezza il cuore vedere che ti ritiri da lei!... Io so quello che tu hai dovuto superare, ed io non voglio puntarmi, ma. . . tutto ora è diverso per me. Io ho bisogno di pensare a ciò che è meglio per lei, ed un padre che neppure la tocca, bhè questo non è di sicuro il meglio per Nalla."

Z aprì le sue mani e fissò i suoi palmi, tentando di immaginare di prendere in braccio la bambina. I nastri di schiavo gli sembrarono enormi. Enormi. . . e contagiosi, e le parole che passavano nella sua mente non erano “non voglio” Z pensò ma erano “non posso”. Se lui confortasse Nalla e giocasse con lei e leggesse per lei, vorrebbe dire lei l'aveva per padre, ed il suo lascito non era nulla che lui ha voluto dare alla bambina. La figlia nata da Bella meritò molto, molto di più di questo!

"Io ho bisogno che tu decida quello che vuoi fare", disse Bella. "Se tu non puoi essere suo padre, io ti sto lasciando. Io so che suona aspro, ma. . . io devo pensare a quello che è migliore per lei. Io ti amo ed io ti amerò sempre, ma non si tratta più di me."

Per un momento, pensò, che non aveva sentito bene. Lasciandolo?

Bella uscì nella sala delle statue. "Io sto andando a prendere qualcosa da mangiare. Non ti preoccupare di lei. Io ritornerò velocemente."

Lei chiuse la porta dietro a lei senza un suono.

Due ore più tardi, quella sera, Z stava ancora pensando al modo in cui la porta si era chiusa così quietamente.

Stando in piedi di fronte al suo armadio pieno di camicie nere e pantaloni di pelle ed anfibi, lui cercò di analizzare le sue intenzioni, inseguendole attraverso il labirinto delle sue emozioni.

Sicuramente, lui volle superare la confusione mentale con sua figlia. Indubbiamente lui voleva, il problema era che gli sembrava semplicemente insormontabile. Certamente quello che gli era stato fatto era nel passato, ma tutto quello che lui doveva fare, era guardare i suoi polsi per vedere che lui ancora ne era sporcato, che il passato non era chiuso dietro alle sue spalle. E lui non volle assolutamente qualsiasi cosa così sporco vicino a Nalla. Lui aveva avuto lo stesso problema all'inizio della relazione con Bella, ed era riuscito a venirne fuori con la sua shellan, ma le implicazioni erano più gravi con la bambina. Lui era, in qualche modo, l'incarnazione corporale di quanta crudeltà è esistita nel mondo e lui non volle che sua figlia conoscesse che tali profondità di depravazione esistessero e tanto meno che lei vedesse i loro effetti ritardati su suo padre.

Cazzo.

Cosa diamine farò quando lei sarà abbastanza grande per guardare il suo viso e chiedergli perché lui sfregiato e come gli era successo? Cosa le dirà quando lei vorrà sapere perché lui aveva dei nastri neri sulla sua pelle? Cosa le risponderà zio Phury quando lei gli chiederà perché lui non aveva una gamba?

Z tirò su una camicia ed un paio di pantaloni di cuoio, poi la sua fondina per i pugnali ed aprì l'armadio delle pistole. Tirò fuori un paio di SIG Sauer, le controllò rapidamente. Merda, lui lottava con null’altro che le sue mani nude. Sin da quando Bella era entrata nella sua vita, comunque, lui era stato più accurato.

E questa, chiaramente era l'altra parte che ingarbugliava il suo cervello: Lui uccise per vivere, Quello era il suo lavoro. Nalla stava per dovere crescere preoccupandosi per lui ogni notte, come faceva Bella.

Lui chiuse a chiave l'armadio contenenti le pistole, poi mise le pistole nella fondina sulle sue anche, controllò i suoi pugnali, e indossò la sua giacca di cuoio.

Dette uno sguardo alla culla dove Nalla ancora stava dormendo.

Pistole, lame, stelle da lancio. Cristo, la bimba ebbe bisogno di essere circondato da sonagli ed orsacchiotti di pezza di lusso non da questa roba.

Forse la verità era che lui non era tagliato per essere un padre. La biologia, comunque, l’aveva visto vincente in quel ruolo, ed ora loro erano tutti imprigionati al suo passato. Tanto quanto lui non poteva immaginare di vivere senza Bella, non c’era nessuno modo che lui potesse diventare il papà che Nalla meritò.

Con un cipiglio, lui si immaginò, Nalla al suo debutto in società, cosa che tutte le donne della glymera facevano un anno dopo la loro transizione. Le figlie avevano sempre il loro primo ballo con il proprio padre, e lui vide Nalla vestita in un meraviglioso vestito rosso, i suoi capelli multicolori elegantemente sistemati sopra la testa, dei rubini ad adornare il suo collo. . . e lui con la sua faccia sfregiata ed i suoi polsini di schiavo che sbirciano fuori dal suo smoking.

Vai, Grande ritratto!!.

Bestemmiando, Z si diresse verso il bagno, dove Bella si stava preparando per la sera.

Lui stava per dirle che lui stava andando fuori per seguire una pista della notte prima e che appena avesse finito, lui ritornerebbe a casa e loro parlerebbero. Come lui girò l’angolo tuttavia, lui si bloccò.

Nella nebbia attardata dal vapore della doccia, Bella si stava asciugando. I suoi capelli furono avvolti in un asciugamano, il suo collo lungo esposto, i muscoli delle sue spalle che si muovono in modo così armonioso come lei passava velocemente l’asciugamano attraverso la sua schiena.

I suoi seni ondeggiarono, rapendo i suoi occhi e.. indurendolo.

Mentre lui la guardò, tutto al quale lui potrebbe pensare era sesso. Dio, lei era bellissima. Le era piaciuta arrotondata dalla gravidanza ma le piaceva immensamente anche come lei era ora. Bella era dimagrita rapidamente dopo la nascita di Nalla, il suo stomaco era stretto come era stato prima e le sue anche avevano riguadagnano i loro contorni magri. Tuttavia i suoi seni erano più grandi e più pesanti ed i capezzoli un rosa più profondo.

Il suo membro diede una tirata nei suoi pantaloni, un criminale che voleva uscire dalla sua prigione.

Come cercò di riordinarsi, comprese che lui e Bella non erano stati insieme da prima della nascita di Nalla. La gravidanza era stata difficile, e dopo il parto Bella aveva giustamente, avuto bisogno di guarire e di riposo stancandosi parecchio per prendersi cura della sua bambina.

Cavolo, le mancò lei e peggio ancora lui veramente la desiderò. Dio, lei era la femmina più spettacolosamente erotica sulla faccia del pianeta.

Bella lasciò cadere il suo accappatoio di fronte allo specchio, e si fissò.

Con una smorfia, lei si inclinò in avanti, pungolò i suoi zigomi, la linea della sua mascella, sotto il suo mento. Drizzandosi, aggrottò le sue ciglia e si girò di lato, tirando dentro il suo stomaco.

Lui schiarì la sua gola per trovare la sua attenzione. "Io sto andando fuori."

Al suono della sua voce, Bella si tuffò sul suo accappatoio. Tirandolo su rapidamente, lei l’allacciò strettamente tirando sù i risvolti vicino alla sua gola. "Oh, non ti ho sentito arrivare."

"ok. . ." L’erezione sgonfiò. "Sono qui!"

"Stai andando via?" Bella chiese come liberò i capelli dall’asciugamano.

Z pensò che lei non aveva sentito neppure le sue parole. "Sì, io sto quasi per andare fuori. Come sempre però sarò raggiungibile."

"ok, noi staremo bene." Lei si curvò per prendere il phon e poi cominciò a strofinare i suoi capelli con l'asciugamano.

Anche se lei distava solo 3 metri, lui non poteva raggiungerla. Non poteva chiederle perché il suo primo istinto era stato nascondere il suo corpo da lui. Z aveva veramente troppa paura di quella che probabilmente, sarebbe stata la sua risposta.

"Buona serata", lui disse rudemente. Lui aspettò un momento, pregando che lei lo guardasse, gli desse un piccolo sorriso, lo saluti con un bacio.

"Anche a te" Lei liberò i suoi capelli e si piegò per prendere il phon. "Abbi cura di te."

"Certo."

Bella accese il phon e prese la sua spazzola per sembrare occupata mentre Z andò via. Quando lei era sicura che lui era andato, lei smise di recitare, spegnendo il phon e lasciandolo cadere sul piano di marmo del bagno.

Dio, il cuore le fece così male, lei era nauseata, e come lei fissò il suo riflesso, lei volle veramente fracassare in mille pezzi lo specchio di fronte lei.

Loro due non erano stati insieme, come “stato insieme”, da allora. . . Dio, dovevano essere quattro o cinque mesi, prima che lei cominciasse ad avere le perdite di sangue.

Lui non pensò sessualmente più a lei. Non da quando Nalla era nata. Era come se la nascita avesse spento quella parte della loro relazione. Quando lui la toccata, era con la gentilezza e compassione di un fratello, mai con passione.

Inizialmente, Bella aveva pensato che forse era perché lei non era magra come lei era stata prima, ma nelle ultime quattro settimane il suo corpo si era ripreso.

Almeno, lei pensò. Si stava prendendo in giro?

Sciogliendo il laccio dell'accappatoio, lei aprii le due metà, si mise di lato per misurare il suo stomaco. Si ricordò che durante la sua crescita, suo padre era ancora vivo, e lui le aveva stampato a fuoco nella sua mente con severa rigidità, l'importanza per tutte le donne della glymera di essere magre, per cui addirittura ora, dopo tanti anni dalla sua morte, quegli avvertimenti austeri riguardo ad essere magri riecheggiavano ancora nella sua mente.

Il dolore la colpì di nuovo e con un sospiro lei si riallacciò stretto l’accappatoio.

Sì, lei volle che Nalla avesse suo padre, e questa era la preoccupazione primaria. Ma a lei mancò il suo hellren. La gravidanza era venuta così rapidamente che loro non avevano avevo l'opportunità di godere il primo periodo insieme. Per essere semplicemente due piccioncini che si divertono nella compagnia l’uno dell’altro.

Come lei riprese il phon e lo riaccese, lei tentò di non contare il numero dei giorni da quando lui la aveva cercata come un uomo. Era stato così tanto tempo da quando lui aveva frugato attraverso le lenzuola con le sue grandi, calde mani e l’aveva svegliata con le sue labbra sul suo collo ed una stimolazione dura che preme sulla sua anca.

E’ vero, neanche lei lo aveva cercato. Ma lei non stava prendendo per concesso il genere di accoglienza che lei riceverebbe. L'ultima cosa di cui lei ora ebbe bisogno era che lui non fosse più attirato da lei. Lei già era emotivamente distrutta come madre; Grazie mille ma un fallimento anche sul fronte femminile era troppo da confrontare.

Quando i suoi capelli erano asciutti, lei gli diede una spazzolata rapida e poi andò fuori a controllare Nalla. Stando in piedi sulla culla, guardando loro figlia lei non poteva credere che le cose erano arrivate ad un ultimatum. Lei aveva saputo sempre che Z avrebbe avuto problemi dopo quello che lui aveva dovuto sopportare, ma non aveva mai pensato che loro non potessero fare un ponte sul suo passato.

Il loro amore era sembrato abbastanza forte per fargli superare tutto.

Forse non lo era.

Erano le cinque del pomeriggio seguente quando Zsadist finalmente si svegliò del tutto. Era bello essere nel proprio letto. Non così grandioso avere il gesso sulla parte inferiore della gamba.

Girandosi, Z aprì gli occhi e guardò Bella. Era sveglia e lo stava guardando a sua volta.

“Come ti senti?” chiese.

“Okay.” Fisicamente parlando, almeno. Il resto di lui, la sua mente e le sue emozioni, erano ancora da vedere.

“Ti andrebbe qualcosa da mangiare?”

“Sì. Fra un po’.” Quello che voleva veramente era solo starsene sdraiato e guardare la sua shellan negli occhi per qualche momento.

Bella si sdraiò sulla schiena e guardò il soffitto.

“Sono contento che abbiamo parlato,” disse Z. Per quanto odiasse il passato, avrebbe fatto qualunque cosa per evitare che Bella se ne andasse, e se voleva dire conversare, avrebbe sproloquiato fino a perdere la voce.

“Anch’io.”

Z corrugò la fronte, sentendo la distanza. “Che cos’hai in mente?”

Dopo un momento Bella disse piano, “Mi vuoi ancora?”

Z dovette letteralmente darsi una scrollata. Non gli stava davvero chiedendo… “Buon Dio, naturalmente ti voglio come mia shellan. L’idea che tu possa andartene è semplicemente…”

“Sessualmente, voglio dire.”

Z sbatté gli occhi, pensando alla massiccia eccitazione che aveva provato la notte precedente…solo a guardarla mentre si asciugava. “Come non potrei?”

Bella girò la testa verso di lui. “Non ti nutri e non mi hai cercata per…beh, neanche io l’ho fatto, ma voglio dire…”

“Nalla ha più bisogno di te adesso.”

“Ma anche tu…almeno per il mio sangue.” Bella guardò lungo il corpo di Z. “La tua gamba si sarebbe rotta se ti fossi nutrito in modo appropriato? Probabilmente no.”

“Non so. Sono caduto attraverso il pavimento…sul vetro.”

“Vetro?”

“Un lampadario.”

“Dio…”

Ci fu un lungo silenzio, e Z si chiese cosa Bella volesse che facesse. Stava aprendo la porta a…?

Anche solo alla prospettiva del sesso, il suo corpo si svegliò come se ci fosse stato un gong che lei aveva colpito con un incredibile colpo ben piazzato.

Tranne che Bella rimase dov’era. E lui rimase dov’era.

Mentre il silenzio si allungava, Z pensò a quanto erano andati vicino al punto di non ritorno. Se non facevano qualche passo per riconnettersi…

Z si allungò sulle lenzuola, le prese una mano e la portò verso il proprio corpo.

“Ti voglio,” disse mentre posava la mano sulla sua erezione. Al contatto, emise un suono gutturale di piacere e roteò i fianchi, spingendosi sul palmo di Bella. “Oh…Dio…mi sei mancata.”

Il fatto che Bella sembrasse sorpresa lo fece vergognare e gli fece tornare in mente la scena di lei nel bagno con l’asciugamano. Quando si era fermata e si era guardata nello specchio, stava ispezionando il proprio corpo, si rese improvvisamente conto Z, in cerca di qualche difetto che non c’era. E si era ricoperta quando l’aveva visto non perché non voleva attrarre la sua attenzione, ma perché era sicura di non averla più.

Mosse la mano di Bella su e giù sul proprio pene. “Ho una voglia disperata di toccarti di nuovo. Dappertutto.”

Bella gli si avvicinò, muovendosi tra le lenzuola. “Davvero?”

“Come non potrei? Sei la donna più perfetta che io abbia mai visto.”

“Anche dopo…”

Z scattò in avanti e premette le proprie labbra su quelle di Bella. “Specialmente dopo.” Si tirò indietro così che lei potesse leggergli negli occhi. “Sei bella come la prima volta che ti ho vista nella palestra tutte quelle notti e quei giorni fa. Mi fermasti il cuore allora, si immobilizzò nel mio petto. E lo fermi adesso.”

Bella sbatté gli occhi più volte e Z le baciò le lacrime. “Bella…se avessi saputo, avrei detto qualcosa…fatto qualcosa. Ho solo pensato che sapessi che niente è cambiato per me.”

“Da quando è arrivata Nalla, tutto è diverso. I ritmi delle mie notti e dei miei giorni. Il mio corpo. Tu e io. Così ho solo pensato…”

“Toccami,” disse con voce gutturale, spingendosi verso di lei. “Toccami e sappi…Oh, Dio.”

Lei lo toccò, d’accordo. Strinse entrambe le mani intorno a lui e lo massaggiò su e giù, cavalcando la sua dura lunghezza.

“Ti piace?” sussurrò Bella.

Tutto quello che Z poteva fare era annuire e gemere. Con lei che lo teneva così stretto, circondandolo con le mani, lavorandolo, il suo cervello aveva praticamente fatto corto circuito. “Bella…” Allungò verso di lei le mani bendate, poi si fermò. “Dannate bende…”

“Te le tolgo io.” Bella premette la labbra su quelle di Z. “E poi potrai mettere le mani dovunque vorrai…”

“Cazzo.”

Z raggiunse l’orgasmo. Proprio lì in quel momento. Ma invece di sentirsi delusa, Bella semplicemente scoppiò a ridere in quel modo profondo e gutturale della donna che sa che sta per fare sesso con il suo uomo.

Z riconobbe quel suono. Lo amava. Gli mancava. Aveva bisogno di sentirlo…

Dall’altra parte della stanza Nalla emise un vagito di riscaldamento che presto si trasformò in un pianto a tutto volume, un aereo al decollo di ho bisogno della mia mahmen ORA.

Bella sentì tra le mani l’erezione di Z afflosciarsi e si rese ben conto che non aveva niente a che fare col fatto che avesse appena avuto un orgasmo. Era capace di andare avanti per quattro o cinque volte di seguito, e quella era solo la norma di una notte come le altre, figuriamoci dopo mesi e mesi di astinenza.

“Mi dispiace così tanto,” gli disse, guardando verso la culla alle sue spalle, sentendosi lacerata nel dover decidere a chi dei due dare retta.

Zsadist le prese il viso fra le mani bendate e lo girò verso di sé. “Vai a prenderti cura della piccola. Starò bene.”

Non c’era alcuna censura nei suoi occhi o nel suo tono. Ma poi, non c’era mai stata. Z non aveva mai nutrito rancore per la presenza di Nalla; anzi si era sempre sacrificato troppo.

“Ci metterò solo…”

“Prenditi il tempo che ti serve.”

Bella scese dal letto e andò verso la culla. Nalla allungò le manine e si calmò un po’, specie quando Bella la prese in braccio.

Va bene. Pannolino bagnato e fame.

“Non ci metterò molto.”

“Non ti preoccupare.” Z rimase disteso sulle lenzuola di satin nero, il viso pieno di cicatrici non più tirato dal desiderio, il corpo immobile, non teso.

Bella sperò che fosse perché l’orgasmo l’aveva rilassato. Ma temeva che fosse perché non l’aspettava di ritorno tanto presto.

Bella si infilò nella nursery, fece un rapido cambio di pannolino, poi si sedette sulla sedia a dondolo e diede a Nalla quello di cui aveva bisogno. Mentre teneva in braccio la piccola e si dondolava, Bella si rese conto di quanto fosse vero che avere un bambino cambia ogni cosa.

Incluso il concetto del tempo.

Quella che avrebbe dovuto essere una veloce poppata di un quarto d’ora si trasformò in una maratona di due ore di capriccio, rigurgito, capriccio, poppata, rigurgito, ruttino, pianto, cambio di pannolino, capriccio, poppata.

Quando Nalla alla fine si calmò, Bella lasciò ricadere indietro la testa contro lo schienale della sedia a dondolo in un familiare stato di stanchezza e soddisfazione.

Il mestiere della mamma era incredibile, ti trasformava, e dava un po’ di assuefazione…e Bella adesso riusciva a capire come le donne si ritrovassero a focalizzare tutta la loro attenzione sui propri bambini. Eri travolta dal bisogno di prenderti cura di loro e fare la cosa giusta. Eri anche l’onnipotente Madre. Quando si trattava di Nalla ogni cosa che Bella diceva era legge.

Però le mancava essere la shellan di Z. Le mancava svegliarsi mentre lui le saliva sopra, desideroso e caldo. Le mancava la sensazione delle sue zanne che le penetravano in profondità sul collo. Le mancava l’espressione che gli si disegnava sul viso pieno di cicatrici dopo che avevano fatto l’amore, tutto accaldato e dolce, pieno di reverenza e amore.

Il fatto che fosse così duro con chiunque altro, perfino con i suoi Fratelli, rendeva la dolcezza che aveva per lei ancora più speciale. Era sempre stato così.

Dio, il sogno. Bella non era disposta a dire che aveva cambiato tutto tra di loro, ma aveva cambiato abbastanza perché lei non lo lasciasse proprio in quel momento. Ciò di cui non era sicura era cosa sarebbe successo dopo. Z aveva bisogno di più aiuto di quanto lei potesse dargliene. Aveva bisogno di un aiuto professionale, non solo di supporto morale dalla propria compagna.

Forse era qui che poteva intervenire Mary. Aveva fatto la terapista ed era stata lei ad insegnare a Z a leggere e a scrivere. Non c’era alcuna possibilità di riuscire a farlo parlare con un estraneo, ma Mary…

Ah, diavolo, figurati se si metteva a parlare con la shellan di Rhage riguardo al suo passato. Le esperienze erano troppo terrificanti e il dolore troppo profondo. Inoltre Z odiava diventare sentimentale di fronte a chiunque.

Bella si alzò e mise Nalla nella culla più piccola che c’era nella nursery, sperando che Z fosse ancora a letto, nudo e dell’umore.

Non c’era. Stava in bagno, e dal ronzio e dal rumore dell’acqua che scorreva, si stava rasando i capelli nella doccia. Sul comodino c’erano un paio di forbici e le bende che avevano avvolto le mani di Z, e tutto quello a cui Bella riusciva a pensare era che avrebbe voluto essere stata lei a toglierle. Senza dubbio Z aveva aspettato e aspettato e aspettato che lei ritornasse, e poi aveva rinunciato, non solo al sesso ma anche all’aiuto. Doveva aver faticato per riuscire a usare le forbici con solo le punte delle dita scoperte…ma considerando che ora era, Z doveva liberarsi dalle bende da solo o rinunciare a farsi una doccia prima di uscire a combattere.

Bella si sedette sul letto e si ritrovò a sistemare i bordi della camicia da notte così che quando accavallava le gambe rimanessero nascoste. Si rese conto che era un rituale familiare, lei in attesa che lui uscisse dal bagno. Quando Z avesse finito la doccia e fosse emerso avvolto in una asciugamano, avrebbero parlato di niente mentre lui si vestiva dentro all’armadio. Poi, dopo che lui fosse sceso per il Primo Pasto, lei si sarebbe lavata e vestita in uguale solitudine.

Dio, Bella si sentiva così piccola. Piccola a confronto dei problemi che avevano e ai bisogni di Nalla e al fatto che lei voleva un amante nel proprio hellren, non un educato compagno di stanza.

Il suono di qualcuno che bussava alla porta, la fece trasalire. “Sì?”

“Sono Doc Jane.”

“Entra.”


La dottoressa infilò dentro la testa. “Ehi, lui è in giro? Pensavo di togliere la bende…Okay, chiaramente avete già coperto quella parte.”

Mentre la dottoressa saltava alla conclusione sbagliata, Bella tenne la bocca chiusa. “Dovrebbe uscire presto dal bagno. Puoi togliere il gesso?”

“Credo di sì. Perché non gli dici di venire giù da me nel centro addestramento quando è pronto? Sto lavorando all’allargamento dell’infermeria, quindi me ne starò in giro con la mia cinghia degli attrezzi.”

“Lo farò.”

Ci fu un lungo momento riempito solo dal rumore di sottofondo del rasoio e dell’acqua che scorreva nella doccia.

Doc Jane corrugò la fronte. “Stai bene, Bella?”

Sforzandosi di sorridere, Bella alzò entrambe le mani come se stesse respingendo qualcuno. “Sono in perfetta salute. Non ho bisogno di un’altra visita. Mai più.”

“A quello ci credo.” Jane sorrise, poi guardò verso la porta del bagno. “Ascolta…forse dovresti andare a lavargli la schiena, se sai cosa voglio dire.”

“Aspetterò.”

Un altro silenzio. “Posso dare un suggerimento che è del tutto invasivo?”

“Difficile immaginare che tu possa essere più invasiva di quanto non lo sei stata già,” disse Bella facendo l’occhiolino.

“Sono seria.”

“D’accordo.”

“Tieni la culla principale di Nalla nella nursery e lascia la porta chiusa quasi del tutto mentre sta dormendo. Procurati un baby monitor così la puoi sentire.” Doc Jane guardò la stanza. “Questa è la camera che tu e tuo marito condividete…hai bisogno di essere qualcosa in più di una mamma, e lui ha bisogno di averti solo per sé per un po’ tutti i giorni. Nalla starà bene ed è importante che si abitui a dormire da sola.”

Bella guardò la culla. L’idea di spostarla era terrificante in maniera strana e irrazionale. Come se stesse gettando sua figlia in mezzo ai lupi. Tranne che se voleva più di un compagno di stanza, avevano bisogno di quel tipo di spazio che non ha niente a che fare con i metri quadri.

“Potrebbe essere una buona idea.”

“Ho lavorato con un sacco di gente che ha avuto bambini. Ai dottori piace procreare. Che posso dire. Dopo l’arrivo del primo, c’è sempre un periodo di aggiustamento. Non significa che ci sia qualcosa che non va nel matrimonio, vuol solo dire che devono essere stabiliti nuovi confini.”

“Grazie…davvero, lo apprezzo.”

Doc Jane annuì. “Sono sempre qui se hai bisogno di me.”

Quando la porta si richiuse, Bella si avvicinò alla culla e accarezzò i fiocchi di seta multicolori che pendevano dalle sbarre. Mentre i nastri le scivolavano tra le dita, lunghi e freddi, Bella ricordò la cerimonia dell’impegno e tutto l’amore che era stato condiviso. Nalla sarebbe sempre stata amata in quella casa, accudita, protetta.

Bella ebbe un momento di panico quando tolse i freni alle ruote della culla e cominciò a spingere il lettino nella nursery, ma l’avrebbe superato. Doveva. E avrebbe comprato un baby monitor all’istante.

Parcheggiò la culla vicino a quella che c’era lì, quella in cui Nalla non dormiva mai troppo bene. Anche adesso la fronte della piccola era corrugata, muoveva le braccia e le gambe, un segno certo che si sarebbe svegliata presto.

“Shhh, la mahmen è qui.” Bella sollevò la piccola e la mise giù nel suo posto preferito. La piccola tirò su col naso e fece un sospiro contento mentre si appallottolava su se stessa e infilava le manine attraverso le sbarre, prendendo il fiocco rosso e nero di Wrath e Beth.

Era promettente. Respiri profondi e pancino pieno volevano dire un lungo sonno tranquillo.

Almeno Nalla non si sentiva come se fosse stata abbandonata all’angolo della strada.

Bella tornò in camera da letto. Dal bagno solo quiete, e quando infilò dentro la testa, vide la sottile umidità lasciata nell’aria dalla doccia e colse l’odore dello shampoo al cedro.

Se ne era andato.

“Hai spostato la culla?”

Bella si girò. Z era in piedi davanti alle doppie porte dell’armadio. Aveva indosso i pantaloni di pelle e in mano teneva una maglia nera. Il suo torace, con il marchio della Confraternita e i piercing ai capezzoli, risplendeva nella luce proveniente da sopra le sue spalle.

Bella diede un’occhiata verso il punto in cui Nalla aveva sempre dormito. “Beh, questo è…lo sai…il nostro spazio. E, ah, lei sta bene nell’altra stanza.”

“Sei sicura che la cosa ti vada bene?”

Se voleva dire poter stare con lui come la sua shellan? “Nalla starà bene. È solo alla porta accanto se dovesse aver bisogno di me, e ha cominciato a dormire per dei bei pezzi del giorno quindi…sì, mi sta bene.”

“Sei…sicura?”

Bella lo guardò. “Sì. Assolutamente sicura…”

Z sbatté la maglia per terra, si dematerializzò proprio accanto a lei, e la portò sul letto, praticamente atterrandola. Il profumo del legame esplose quando la sua bocca si unì a quella di Bella, e il suo peso, duro e pesante, la spinse giù sul materasso. Le sue mani ci andarono giù pesante con la camicia da notte di Bella, strappandola nel mezzo. Quando i seni di Bella furono esposti, Z fece un profondo e basso suono gutturale.

“Oh, sì…” gemette Bella, affannata quanto lo era Z.

Spinse le mani tra i loro fianchi e si ruppe un’unghia aprendo la chiusura lampo…

Z emise un altro suono animalesco quando la sua erezione uscì dai pantaloni direttamente nella mano di Bella. Tirandosi indietro, distrusse quasi i pantaloni di pelle cercando di tirarli giù oltre il gesso. Dopo aver lottato per un po’, li lasciò all’altezza delle ginocchia con un “Fan culo.”

Tornò su di lei, finendo di disfarsi della camicia da notte, e le aprì le cosce. Ma poi si fermò, uno sguardo preoccupato che minacciava di sovrastare la passione sul suo viso. Aprì la bocca, chiaramente in procinto di chiederle se fosse d’accordo con quello che stava succedendo…

“Chiudi la bocca e entra dentro di me,” abbaiò Bella, aggrappandosi al collo di Z e tirandolo giù verso le sue labbra.

Z ruggì e la penetrò, una bomba che esplose nel corpo di Bella, scintille che le correvano lungo il corpo, infuocando il suo sangue. Bella mantenne la presa salda sul culo di Z mentre i suoi fianchi martellavano con forza fino a quando anche lui arrivò lì dove lei era già, con un orgasmo massiccio che gli contrasse l’intero torace.

L’istante in cui fu finito Z tirò indietro la testa, sfoderò le zanne, e sibilò come un grosso felino. Arcuandosi sul cuscino, Bella girò il viso da un lato, offrendogli il collo così che lui potesse…

Quando Zsadist affondò le zanne in profondità, Bella ebbe un altro orgasmo, e mentre si nutriva il sesso proseguì. Era perfino meglio di quanto si ricordasse, i suoi muscoli e le sue ossa si muovevano sopra di lei, la sua pelle così liscia, il profumo del legame l’avvolgeva con quella sua fragranza oscura e speziata.

Quando terminò di nutrirsi ed ebbe…Dio solo sa quanti orgasmi…il suo corpo si immobilizzò e la lecco sul collo per chiudere la ferita e come se le avesse letto nella mente, rotolò sulla schiena e la portò con sé, mantenendoli uniti.

“Tocca a te,” disse Z, gli occhi gialli brillante fissi sul seno generoso di Bella.

Bella mise le mani sul seno dov’era lo sguardo di Z e pizzicò piano i capezzoli mentre lo cavalcava lentamente. I suoi gemiti e il modo in cui le sue mani la strinsero alle ginocchia la fecero sentire più bella di qualunque cosa avesse potuto dirle.

“Dio…mi sei mancata,” disse Z.

“Anche tu.” Posando le mani sulle sue spalle, si piegò su di lui e mosse i fianchi più liberamente.

“Oh, cazzo, Bella…prendi il mio sangue…”

L’invito fu accettato prima che avesse finito di porlo e lei non fu più gentile di quanto lo era stato lui. Il suo sapore era spettacolare, e più intenso di quanto fosse mai stato. Fin dalla nascita, quando si era nutrita era stato…cortese. Ma questo era crudo, un cocktail allo champagne di potere e sesso, non semplice nutrimento.

“Ti amo,” sospirò Z mentre Bella si nutriva.

Fecero l’amore altre quattro volte.

Una sul letto.

Due sul pavimento a metà strada verso il bagno.

Una ancora nella doccia.

Dopo si avvolsero in morbidi asciugamani bianchi e tornarono a letto.

Zsadist la strinse a sé e le baciò la fronte. “L’intera questione della mia attrazione per te è stata sistemata?”

Bella rise, facendo scorrere le dita sui suoi pettorali e giù verso gli addominali. Era pronta a giurare che poteva sentire i suoi muscoli rinforzarsi sotto il suo palmo, il suo corpo faceva uso di quello che aveva ricevuto nutrendosi. Il fatto che lo stava rendendo forte la rese orgogliosa…ma più ancora, la fece sentire connessa a lui.

La Vergine Scriba era stata furba quando aveva creato una razza che aveva bisogno di nutrirsi dai suoi stessi membri.

“Allora? Lo è?” Z rotolò sopra Bella, il suo viso pieno di cicatrici trasformato da un sorriso tipo sono io l’uomo. “O devo provartelo di nuovo?”

Bella fece scorrere la mani lungo le sue forti braccia. “No, credo che siamo…Z!”

“Cosa?” disse lentamente mentre si posizionava tra le cosce di Bella di nuovo. “Mi dispiace. Non posso farci niente. Sono ancora affamato.” Posò la bocca gentilmente su quella di Bella, un sospiro. “Mmmm…”

Le sue labbra scesero lungo il collo e Z diede al segno del morso un colpetto, come a dire grazie.

“Mmm…mia.”

Così lento, così delicato…la sua bocca scese più giù, verso il seno. Si fermò al capezzolo.

“Sono sensibili?” chiese, strofinando la punta del naso sull’areola, e poi leccandola.

“Sì…” Bella rabbrividì quando lui soffiò lì dove era già stata la lingua.

“Lo sembrano. Tutti rossi e imbronciati e carini.” Z era sempre così attento con i seni di Bella, accarezzandoli con le mani e baciandoli con leggerezza.

Quando scese verso lo stomaco, Bella cominciò a sentirsi accaldata e impaziente un’altra volta, e lui le sorrise. “Ti sono mancati i miei baci, cara compagna? Quelli che mi piace darti tra le cosce?”

“Sì,” riuscì a dire mentre l’anticipazione le fremeva dentro. Dato l’erotico sorrisetto sulla faccia di Z e l’espressione maliziosa nei suoi occhi gialli, era nuovamente un uomo con dei piani e un calendario aperto.

Si mise in ginocchio. “Apri le gambe per me. Mi piace guardarti…Oh…merda…sì.” Si passò una mano sulla bocca come se la stesse scaldando. “È di questo che parlo.”

Le sue spalle si contrassero mentre si abbassava e faceva come il gatto con una ciotola di latte…mentre lei faceva come una ehros, dandosi a lui e alla sua calda bocca umida.

“Voglio andare piano,” mormorò Z con la bocca appoggiata nel punto più intimo di Bella, mentre lei chiamava il suo nome. “Non voglio finire il mio banchetto troppo presto.”

Quello non era certo il problema, pensò Bella. Per lui, era una pozza di cui non si intravedeva il fondo…

La lingua le scivolò dentro, in una ardente penetrazione, poi tornò a leccare dolcemente e con cura. Guardando in giù lungo il suo corpo, Bella vide Z guardarla con brillanti occhi color citrino…e come se avesse aspettato che i loro sguardi si incrociassero, passò la lingua sul punto nevralgico del suo sesso, avanti e indietro.

Guardando la lingua rosa lavorare sulla sua carne, Bella andò incontro a un altro orgasmo.

“Zsadist…” disse con voce gutturale, tenendogli la testa tra le mani e spingendo in alto i fianchi.

Non c’era niente di più delizioso di essere fra le gambe della tua shellan.

Non era solo il sapore; erano i suoni e gli odori e i modo in cui lei ti guardava con la testa piegata da un lato e le labbra rosee leggermente aperte per respirare. Era il morbido centro di tutto quello che la rendeva femmina sulla tua bocca e la fiducia che lei aveva nel lasciarti avvicinare tanto. Era tutto ciò che è intimo e sensuale e speciale…

E il tipo di cosa che puoi andare avanti a fare per sempre.

Mentre la sua shellan emise il più incredibile dei gemiti e cominciò ad avere un orgasmo, Zsadist si spostò lungo il suo corpo e la penetrò così da poter sentire le contrazioni lungo il suo pene.

Mise la bocca vicino all’orecchio di Bella mentre la penetrava. “Sei tutto per me.”

Dopo, mentre riposavano insieme, Z guardò oltre il seno generoso di Bella fino all’addome e pensò a quanto incredibile fosse quel corpo confrontato al suo. Le sue curve e la sua forza femminile avevano creato un persona completamente nuova, avevano offerto un luogo protetto per l’alchimia della loro unione e avevano creato la vita.

Loro due.

“Nalla…” sussurrò Z. “Nalla ha…”

Z sentì Bella irrigidirsi. “Ha cosa?”

“Nalla ha i miei occhi. Non è vero?”

La voce della sua shellan diventò delicata e attenta, come se non volesse spaventarlo. “Sì. È così.”

Z appoggiò una mano sullo stomaco di Bella e l’accarezzò in lenti cerchi, così come lei aveva fatto tante volte durante la gravidanza. Si vergognava di sé stesso ora…si vergognava di non aver toccato quella pancia nemmeno una volta. Si era preoccupato così tanto per la nascita che la rotondità gli era sembrata come una minaccia a entrambe le loro vite, non qualcosa di cui gioire.

“Mi dispiace,” disse Z all’improvviso.

“Per cosa?”

“Hai dovuto fare tutto questo da sola, non è vero? Non solo questi ultimi mesi, ma prima. Quando eri incinta.”

“Eri sempre lì per me…”

“Ma non per Nalla, e lei era una parte di te. È una parte di te.”

Bella sollevò la testa. “Lei è anche una parte di te.”

Z pensò ai grandi e brillanti occhi gialli della sua piccola. “Qualche volta penso che possa assomigliarmi un po’.”

“È quasi identica a te. Ha il tuo mento e le tue sopracciglia. E i suoi capelli…” La voce di Bella cominciò a eccitarsi, come se volesse parlare con lui di tutte le caratteristiche della piccola. “I suoi capelli saranno esattamente come i tuoi e quelli di Phury. E hai visto le sue mani? Gli indici sono più lunghi degli anulari, proprio come i tuoi.”

“Davvero?” Cavolo, che razza di padre era per non sapere tutte quelle cose.

Beh, era facile. Non era stato un padre per niente.

Bella allungò una mano. “Andiamo a farci una doccia, e poi vieni con me. Lascia che ti presenti tua figlia.”

Z prese un bel respiro. Poi annuì.

“Mi piacerebbe,” disse.


OTTO

Mentre entrava nella nursery, Z ricontrollò per essere sicuro di avere la camicia infilata per bene nei pantaloni di pelle.

Cavolo, adorava l’odore della stanza. Innocenza al sapore di limone la chiamava nella sua mente. Dolce come un fiore, ma non stucchevole. Pulito.

Bella gli strinse la mano e lo portò vicino alla culla. Circondata da fiocchi di seta più grossi di lei, Nalla era su un fianco, in posizione fetale, le braccia e le gambe strette al corpo, gli occhi chiusi chiusi come se stesse lavorando davvero, davvero, davvero diligentemente a dormire.

L’istante in cui Z guardò oltre il bordo della culla, Nalla si mosse. Emise un piccolo suono. Nel sonno allungò la mano, non verso la madre, ma verso di lui.

“Che cosa vuole?” chiese come un idiota.

“Vuole che la tocchi.” Quando non si mosse, Bella mormorò, “Lo fa nel sonno…sembra sapere chi le sta intorno e le piace una piccola carezza.”

Dovette rendere merito alla sua shellan quando non lo forzò a fare nulla.

Ma Nalla non era contenta. La manina e il braccio si tendevano verso di lui.

Z si asciugò il sudore dalle mani passandole sulla camicia, poi un paio di volte sui fianchi. Mentre allungava una mano, le dita gli tremavano.

Fu Nalla a chiudere il contatto. Sua figlia gli prese il pollice e lo strinse con tale forza che Z sentì una fitta di puro, inalterato orgoglio trafiggergli il petto.

“È forte,” disse, l’approvazione praticamente gocciolava da ogni parola.

Bella emise un piccolo suono accanto a lui.

“Nalla?” sussurrò Z mentre si chinava in avanti. Sua figlia mosse le labbra e strinse ancora più forte.

“Non posso credere alla stretta che ha.” Z passò delicatamente l’indice sul polso della figlia. “Morbida…oh, mio Dio, è così morbida…”

Gli occhi di Nalla si aprirono. E mentre fissava lo sguardo negli occhi dello stesso colore dorato dei suoi, il cuore gli si fermò. “Ciao…”

Nalla sbatté le palpebre, gli mosse il dito su e giù e lo trasformò. Tutto si fermò mentre lei gli muoveva non solo la mano, ma il cuore.

“Sei come la tua mahmen,” sussurrò. “Fai sparire il mondo per me…”

Nalla continuò a scuotergli la mano e fece un gridolino.

“Non posso credere alla sua stretta…” Guardò verso Bella. “È così…”

Lacrime stavano rigando il viso di Bella, e aveva le braccia strette intorno al torace come se stesse cercando di non andare in pezzi.

Il cuore di Z si commosse di nuovo, ma per una ragione diversa.

“Vieni qui, nalla,” disse, allungando la mano libera verso la sua shellan e stringendola a sé. “Vieni qui dal tuo uomo.”

Bella nascose la faccia sul petto di Z e gli strinse la mano.

Mentre Z se ne stava lì, stringendo sia sua figlia sia la sua compagna, si sentì alto duemila metri, e più veloce della sua Carrera e più forte di un intero esercito.

Il torace gli si gonfiò di rinnovato proposito. Erano entrambe sue, quelle due. Sue e sue soltanto, e doveva prendersene cura. Una era il suo cuore e l’altra una parte di sé stesso, ed entrambe lo completavano riempiendo i vuoti che non aveva neanche saputo di avere.

Nalla guardò verso i suoi genitori e dalla sua bocca a bottoncino uscì il più adorabile dei suoni, una cosa tipo, Beh, non è bello, come le cose si sono sistemate.

Ma poi sua figlia allungò l’altra mano…e gli toccò il tatuaggio da schiavo intorno al polso.

Z si irrigidì. Non poteva evitarlo.

“Non sa cosa siano,” disse piano Bella.

Z fece un profondo sospiro. “Lo saprà. Un giorno saprà esattamente cosa sono.”

Prima di scendere per vedere Doc Jane, Z passò dell’altro tempo con le sue ragazze. Ordinò del cibo per Bella, e mentre veniva preparato per la prima volta rimase a guardare mentre sua figlia veniva allattata. Nalla crollò subito dopo, con perfetto tempismo perché in quel momento Fritz arrivò con il cibo. Z imboccò la sua shellan con le sue stesse mani, provando una soddisfazione speciale nello scegliere per lei le parti migliori del petto di pollo, dei panini fatti in casa e dei broccoli.

Quando il piatto fu pulito e il bicchiere di vino vuoto, ripulì la bocca di Bella con un tovagliolo damascato mentre gli occhi le si chiudevano. Mettendola sotto le coperte, la baciò, prese il vassoio e il suo anfibio destro, e uscì.

Mentre richiudeva piano la porta e sentiva la serratura scattare, una luce di contentezza lo avvolgeva. Le sue donne erano state nutrite e dormivano al sicuro. Aveva fatto bene il suo lavoro.

Lavoro? Prova con missione nella vita.

Lanciò un’occhiata verso la porta della nursery e si chiese se, come uomo, ti leghi ai tuoi bambini o no. Aveva sempre sentito che succedeva solo con la propria shellan…ma cominciava ad avere seri istinti di protezione verso Nalla. E non l’aveva neanche ancora presa in braccio. Dagli due settimane per familiarizzare con lei? Correva il rischio di diventare una bomba atomica se qualcosa l’avesse minacciata.

Era così essere padre? Non lo sapeva. Nessuno dei suoi fratelli avevano dei piccoli e non gli veniva in mente nessun altro a cui poter chiedere.

Dirigendosi verso le scale, zoppicò lungo il corridoio delle statue, stivale, gesso, stivale, gesso, stivale, gesso…e nel frattempo si guardò i polsi.

Al piano di sotto portò i piatti in cucina e ringraziò Fritz, poi entrò nel tunnel che portava al centro d’addestramento. Se Doc Jane aveva rinunciato ad aspettarlo, si sarebbe tolto il gesso da solo.

Uscendo nello stanzino dell’ufficio, udì il suono stridulo della sega da tavolo e seguì il grido fino alla palestra. Durante il tragitto era ansioso di vedere come stava venendo la nuova clinica di Jane. Le tre aree di trattamento, che erano state costruite in una delle sale d’udienza del complesso, erano disegnate per funzionare sia come sale operatorie sia camere per i pazienti, e l’equipaggiamento sarebbe stato all’avanguardia. Doc Jane stava investendo in una macchina per la risonanza magnetica, una machina a raggi x digitale, e tecnologia a ultrasuoni, insieme a un sistema medico d’archivio informatico e a un mucchio di attrezzi chirurgici altamente tecnologici. Con una sala medicinali degna di un reparto di emergenza perfettamente funzionante, lo scopo era di permettere alla Fratellanza di evitare l’uso della clinica di Havers.

Cosa che era per la sicurezza di tutti. Il complesso dove risiedeva la Fratellanza era circondato dal mhis, grazie a V, ma lo stesso non poteva dirsi per il luogo dove Havers praticava, com’era stato provato durante l’estate quando la clinica era stata saccheggiata. Considerando che i Fratelli potevano essere pedinati in ogni momento, era più furbo mantenere il maggior numero di cose che li riguardavano all’interno della casa.

Z aprì una delle porte di metallo della palestra e si fermò. Sì, wow. Doc Jane evidentemente aveva in sé un po’ di Rifacimento Estremo della Casa.

La sera prima, quando Z era stato portato dentro in barella, tutto era stato come sempre. Adesso, meno di ventiquattro ore dopo, sulla parete in fondo era stato fatto un buco di due metri per quattro. L’apertura mostrava la sala delle udienze che sarebbe stata trasformata, e proprio di fronte al vuoto, la compagna di V stava prendendo una tavola e la stava infilando nella sega da tavolo, le sue mani erano solide, il resto di lei trasparente come un fantasma.

Quando vide Z, finì con la tavola e spense il macchinario. “Ehi!” disse mentre il rumore si attenuava. “Sei pronto per farti togliere il gesso?”

“Sì. Ed è chiaro che tu ci sai fare con la sega.”

“Farai meglio a crederci.” Sorrise e indicò il buco. “Quindi ti piace il mio stile nel decorare gli interni?”

“Certo non perdi tempo.”

“I martelli da muratore sono fantastici, che posso dire?”

“Sono pronto per la prossima tavola,” gridò V dalla sala conferenze.

“È pronta.”

V arrivò con indosso la cinghia degli attrezzi completa di martello e diversi scalpelli. Mentre si avvicinava alla sua donna, disse, “Ehi, Z, come va la gamba?”

“Starà meglio quando Doc Jane ci avrà levato il peso morto.” Z fece un segno con la testa verso l’altro lato della stanza. “Cavolo, voi ragazzi ci date proprio dentro.”

“Sì. Stasera dovremmo riuscire a occuparci delle intelaiature.”

Doc Jane passò al suo uomo la tavola e gli diede un bacio veloce: il viso divenne solido al primo contatto. “Torno subito. Devo solo togliergli il gesso.”

“Non c’è fretta.” V fece un cenno a Zsadist. “Sembri star bene. Sono contento.”

“La tua donna fa miracoli.”

“È vero.”

“Okay, basta lucidarsi l’ego, ragazzi.” Jane sorrise e baciò di nuovo il suo compagno. “Andiamo, Z. Facciamola finita.”

Mentre Jane si girava, gli occhi di V seguirono il suo corpo…il che voleva dire che appena Z fosse stato fuori dai piedi, la nuova clinica non sarebbe stata la sola cosa su cui avrebbero lavorato.

Quando entrò nella palestra con Doc Jane, Z andò dritto verso il lettino e ci saltò sopra. “Pensavo che forse avresti voluto usare la sega da tavolo su di me.”

“No. Nella tua famiglia c’è giù una persona senza una gamba. Due sarebbero troppe.” Il sorriso di Jane era gentile. “Qualche dolore?”

“No.”

Jane portò vicino al letto una macchina per i raggi x portatile. “Tira su la gamba, perfetto. Grazie.”

Quando gli si avvicinò con un camice di piombo, Z lo prese e se lo sistemò addosso.

“Posso chiederti una cosa?” disse Z.

“Certo. Fammi fare questo prima, però.” Jane mise a posto la macchina e scattò una foto, un forte mormorio percorse la stanza. Poi controllando lo schermo del computer dall’altro lato della stanza, disse, “Su un fianco, per favore.”

Z si girò e Jane gli sistemò la gamba. Dopo un altro breve mormorio e un’occhiata al monitor, disse, “Okay, adesso puoi sederti. La gamba è a posto, quindi non farò altro che liberarti da questo mio capolavoro di ingessatura.”

Gli porse una coperta e gli diede le spalle mentre lui si toglieva i pantaloni. Poi Jane si avvicinò con una sega di acciaio inossidabile e con attenzione si mise la lavoro sul gesso.

“Quindi, quale era la domanda?” chiese oltre il rumore della sega.

Z si strofinò il tatuaggio da schiavo sul polso sinistro, poi allungò il braccio verso di lei. “Pensi davvero che possano essere tolti?”

Jane si fermò con la sega ancora accesa, cercando senza dubbio di raccogliere le idee non solo dal punto di vista medico ma anche da quello personale. Emise un piccolo sospiro e terminò in fretta di togliere il gesso.

“Vuoi pulirti la gamba?” gli chiese, porgendogli un panno umido.

“Sì. Grazie.”

Dopo un lavoro di pulizia veloce, Jane gli diede qualcosa con cui asciugarsi.

“Ti spiace se do un’occhiata più da vicino alla pelle?” disse Jane, indicando il polso con la testa. Quando Z scosse la testa, lei si piegò verso il braccio.

“La rimozione dei tatuaggi con il laser è piuttosto comune negli umani. Non ho la tecnologia necessaria qui, ma con il tuo aiuto, ho un’idea di come potremmo provarci. E chi potrebbe farlo.”

Z fissò il tatuaggio nero e pensò alle manine di sua figlia su quel denso inchiostro scuro.

“Credo…sì, credo di volerci provare.”

Quando Bella si svegliò e si stirò nel suo letto, si sentì come se fosse stata in vacanza per un mese. Il suo corpo era riposato e forte…e anche dolorante i tutti i posti giusti. E nonostante la doccia, l’odore di Z le rimaneva addosso, che cosa perfetta.

Secondo l’orologio sul comodino, Bella aveva dormito come un sasso per quasi due ore, quindi si alzò, infilò una vestaglia e si lavò i denti, pensando che un’occhiata a Nalla e forse uno spuntino sarebbero state delle buone idee. Stava andando verso la nursery quando Z entrò dalla porta.

Bella non poté fare a meno di sorridergli raggiante. “Ti sei tolto il gesso.”

“Mmm-hmmm…vieni qui, donna. Z camminò verso di lei, la strinse tra le braccia, e la piegò all’indietro così che lei dovette aggrapparsi alle sue braccia per non cadere. La baciò a lungo e lentamente, fregando il basso ventre e la sua massiccia erezione sulla giuntura delle cosce di Bella.

“Mi sei mancata,” le disse quasi facendo le fusa vicino alla sua gola.

“Mi hai avuta solo due ore fa…”

A zittirla fu la lingua di Z in bocca e le sue mani che le finirono sul sedere. Z la portò su uno dei davanzali, l’appoggiò, si aprì i pantaloni e …

“Oh…Dio,” disse lei con un sorriso.

Ora questo…questo era l’uomo che conosceva e amava. Sempre affamato di lei. Sempre desideroso di starle vicino. Mentre cominciava a muoversi lento dentro di lei, Bella ricordò i primi tempi, dopo che si era finalmente aperto con lei. Si era sorpresa da quanto avesse voluto starle vicino, che fosse durante i pasti o quando passavano del tempo con i Fratelli o durante il giorno mentre dormivano. Era come se si stesse rifacendo di secoli passati senza un contatto affezionato.

Bella gli strinse le braccia al collo e gli appoggiò la guancia vicino all’orecchio, i capelli morbidi come quelle di un bambino le accarezzavano il viso mentre si muoveva.

“Avrò…bisogno del tuo aiuto,” disse Z mentre si muoveva avanti e indietro.

“Tutto…solo non fermarti…”

“Non…ci penso…neanche…” Il resto di ciò che disse andò perso mentre il sesso prendeva il sopravvento. “Oh, Dio…Bella!”

Dopo aver finito, il suo uomo si tirò un po’ indietro, i suoi occhi color citrino facevano scintille. “Approposito…ciao. Mi sono dimenticato di dirtelo quando sono entrato.”

“Oh, penso che tu mi abbia salutata piuttosto bene, grazie tante.” Bella lo baciò sulla bocca. “Ora…aiuto?”

“Andiamo a metterti a posto” disse, la luce nel suoi occhi gialli diceva chiaramente che la pulizia avrebbe portato ad altro disordine.

Cosa che certamente accadde.

Quando furono entrambi esausti, Bella fece la sua terza doccia, si avvolse nella vestaglia e cominciò ad asciugarsi i capelli con un asciugamano. “Ora, per che cosa hai bisogno del mio aiuto?”

Z si appoggiò al piano di marmo vicino ai lavandini, si passò una mano sulla testa rasata, e divenne dannatamente serio.

Bella smise di fare quello che stava facendo. Mentre lui rimaneva in silenzio, lei si spostò e andò a sedersi sul bordo della vasca a idromassaggio per dargli un po’ di spazio. Bella aspettò, le mani che si chiudevano e si aprivano in grembo.

Per qualche ragione, mentre se ne stava seduto a raccogliere i pensieri, Bella si rese conto che avevano fatto tanto in quel bagno. Era lì che l’aveva trovato a dare di stomaco dopo che l’aveva eccitato per la prima volta alla festa. E poi…dopo che l’aveva salvata dai lessers, le aveva fatto il bagno in quella stessa vasca. E nella doccia dall’altra parte della stanza si era nutrita di lui per la prima volta.

Pensò a quel periodo difficile delle loro vite, lei appena scampata al sequestro, lui che lottava con l’attrazione che provava per lei. Guardando verso destra, Bella si ricordò di quando l’aveva trovato seduto sulle piastrelle sotto una doccia gelata, strofinandosi i polsi, credendosi impuro e incapace di nutrirla.

Aveva dimostrato molto coraggio. Andando oltre quello che gli era capitato abbastanza per fidarsi di lei aveva richiesto molto coraggio.

Gli occhi di Bella si spostarono su Z e quando si rese conto che lui si stava fissando i polsi, disse, “Cercherai di farteli togliere, non è vero.”

La bocca gli si storse in un mezzo sorriso, il lato distorto dalla parte finale della cicatrice sul viso leggermente alzato. “Mi conosci bene.”

“Come lo farai?” Quando ebbe finito di dirle tutto, Bella annuì. “Piano eccellente. E verrò con te.”

Z alzò lo sguardo verso di lei. “Bene. Grazie. Non credo che potrei farcela senza di te.”

Bella si alzò e gli andò vicino. “Non dovrai preoccuparti per quello.”


NOVE

Il dottor Thomas Wolcott Franklin III aveva il secondo miglior ufficio nel complesso dell’ospedale St. Francis.

Quando si parlava di qualità degli spazi amministrativi, l’ordine di scelta era determinato dalle tue entrate e, come capo del reparto di dermatologia, T.W. era dietro solo al capo di un altro reparto.

Naturalmente, il fatto che il suo reparto fosse fonte di tanti guadagni era perché lui si era “venduto”, come qualche accademico di vecchio stampo sosteneva. Sotto la sua guida, dermatologia non si occupava solo di lesioni, cancro, ustioni, oltre a condizioni croniche come la psoriasi, l’eczema e l’acne, ma c’era un intero sotto reparto che si occupava solo di procedure cosmetiche.

Lifting facciali. Rughe. Protesi al seno. Liposuzioni. Botox. Trattamenti con l’acido ialuronico. E altri cento miglioramenti. Il modello sanitario era servizio di clinica privata in una struttura accademica, e i clienti benestanti amavano l’idea. La maggior parte arrivavano dalla Grande Mela, all’inizio per l’anonimato di ottenere trattamenti di prima classe lontani dalla comunità chiusa della chirurgia plastica di Manhattan, ma poi, perversamente, perché era diventato uno status symbol. Farsi fare il “lavoro” a Caldwell era la cosa chic da fare, e grazie a quella moda, solo il capo del reparto di chirurgia, Manny Manello, aveva una vista migliore dall’ufficio.

Beh, il bagno privato di Manello aveva anche il marmo nella doccia, non solo sui ripiani e alle pareti, ma davvero, chi teneva il conto.

A T.W. piaceva la sua vista. Gli piaceva il suo ufficio. Amava il suo lavoro.

Una buona cosa, visto che le sue giornate cominciavano alle sette e finivano a…controllò l’orologio…quasi le sette.

Quella sera, però, avrebbe già dovuto essere fuori di lì. T.W. aveva una partita di racquetball ogni lunedì sera alle sette al Country Club di Caldwell…quindi era un po’ confuso sul perché avesse accettato di vedere un paziente proprio a quell’ora. In qualche modo aveva detto sì e aveva fatto cercare alla sua segretaria un rimpiazzo per la partita, ma per quanto ci provasse non riusciva a ricordare il perché o il percome di tutta la faccenda.

Prese l’orario stampato dal taschino del camice bianco e scosse la testa. Proprio accanto alle sette c’era il nome B. Nalla e le parole cosmesi con il laser. Cavolo, non aveva il minimo ricordo di come l’appuntamento era stato preso o chi era stato o da chi era stato mandato…ma niente finiva sul tabulato del suo orario senza il suo permesso.

Quindi doveva essere qualcuno importante. O il paziente di qualcuno importante.

Era chiaro che stava lavorando troppo.

T.W. si inserì nel sistema di archivio medico informatico e fece una ricerca, di nuovo, per tale B. Nalla. La cosa più vicina che trovò fu Belinda Nalda. Un errore di battitura? Poteva essere. Ma la sua assistente aveva lasciato l’ufficio alle sei e sembrava scortese interromperla mentre cenava con la famiglia solo per un che diavolo è questo?

Si alzò, controllò la cravatta e abbottonò il camice bianco, poi prese su del lavoro da revisionare mentre aspettava al piano di sotto che B. Nalla arrivasse.

Mentre usciva dall’ultimo piano del dipartimento dove erano gli uffici e le sale di trattamento, pensò alla differenza che c’era tra quel posto e la clinica privata al piano di sotto. Giorno e notte. Qui il decoro era tipo ospedale non chic: moquette scura a pelo corto, pareti color crema, tante porte dello stesso colore. Le stampe appese alle pareti avevano cornici d’acciaio e le piante erano poche e distanziate.

Di sotto? Centro estetico di prim’ordine con tanto di sevizio in camera del tipo lussuoso che i molto ricchi si aspettano: le camere avevano schermi al plasma, dvd, divani, poltrone, piccoli frigoriferi pieni di rari succhi di frutta, cibo che poteva essere ordinato dai ristoranti, e connessioni wireless per i portatili. La clinica aveva anche una convenzione con il Stillwell Hotel di Caldwell, la grande signora dell’ospitalità a cinque stelle nel nord dello stato di New York, così i pazienti potevano riposare dopo aver ricevuto i trattamenti.

Esagerato? Sì. E c’era un sovrapprezzo? Assolutamente. Ma la realtà era che i rimborsi dallo stato federale erano al minimo, gli assicuratori negavano le necessarie procedure mediche a destra e a manca, e T.W. aveva bisogno di fondi per portare avanti la sua missione.

Fornire servizi ai ricchi era la strada giusta.

T.W. aveva due regole per i dottori e le infermiere che lavoravano per lui. Uno, offrire il miglior trattamento sul pianeta con mano compassionevole. E due, mai mandare via un paziente. Mai. Specie le vittime di ustioni.

Non importava quanto lungo o costoso fosse il trattamento per una ustione, non diceva mai di no. Specie se si trattava di bambini.

E se era visto come un venduto alle richieste commerciali? Bene. Nessun problema. Non dava grande importanza a quello che faceva dal lato frivolo delle cose, e se i suoi colleghi nelle altre città volevano dipingerlo come un succhia soldi, lo avrebbe accettato.

Quando arrivò agli ascensori, allungò la mano sinistra, quella con le cicatrici, quella a cui mancava il mignolo e aveva la pelle chiazzata, e premette il bottone per scendere.

Avrebbe fatto qualunque cosa fosse necessaria per assicurarsi che la gente ricevesse l’aiuto di cui avevano bisogno. Qualcuno l’aveva fatto per lui, e aveva fatto tutta la differenza del mondo nella sua vita.

Giù al primo piano svoltò a destra e camminò lungo il corridoio fino all’entrata con la porta di mogano della clinica cosmetica. Con un’insegna discreta inserita nel vetro c’erano il suo nome e quello di altri sette colleghi. Non si faceva menzione di quale tipo di trattamenti si praticassero all’interno.

I pazienti gli avevano detto che adoravano la sensazione da club esclusivo, riservato ai soli membri.

Usando un pass, entrò. L’accettazione era in penombra, e non perché le luci erano state spente al termine dell’orario di ricevimento. Le luci brillanti non erano la cosa migliore per la gente di una certa età, prima o dopo le operazioni, e comunque, l’atmosfera calma e rilassante faceva parte dell’ambiente da centro estetico che avevano cercato di creare. Il pavimento aveva piastrelle di arenaria, le pareti erano di un confortevole rosso scuro, e una fontana fatta di rocce di colori chiari gorgogliava al centro della stanza.

“Marcia?” chiamò, pronunciando il nome Mar-si-a, alla moda europea.

“Salve, Dottor Franklin,” giunse una voce suadente dal retro dove si trovava l’ufficio.

Quando Marcia apparve. T.W. infilò la mano sinistra in tasca. Come al solito, sembrava uscita da Vogue con i capelli neri ben pettinati e il completo nero d’alta sartoria.

“Il suo paziente non è ancora qui,” disse con un sorriso sereno. “Ma ho approntato la seconda sala laser per lei.”

Marcia era una perfetta quarantenne ritoccata, sposata a uno dei chirurghi estetici, ed era, almeno per quanto ne sapesse T.W., l’unica donna sul pianeta a parte Ava Gardner che potesse permettersi di usare il rossetto rosso sangue e mostrare classe. Il suo guardaroba era Chanel, ed era stata assunta e ben pagata per essere una pubblicità vivente al lavoro straordinario del personale della clinica.

E il fatto che sfoggiasse un aristocratico accento francese era un di più. Specie con i nuovi ricchi.

“Grazie,” disse T.W. “Speriamo che il paziente arrivi presto così potrai andartene.”

“Quindi non ha bisogno di un assistente, no?”

Quella era l’altra cosa grandiosa di Marcia. Non era solo decorativa, era utile, un’infermiera professionale che era sempre felice di assistere.

“Apprezzo l’offerta, ma manda solo dentro il paziente e mi occuperò io di tutto.”

“Anche la registrazione?”

T.W. sorrise. “Sono sicuro che vuoi tornartene a casa da Phillippe.”

“Ah, oui. È il nostro anniversario.”

T.W. le fece l’occhiolino. “Ho sentito una cosa del genere.”

La guance di Marcia arrossirono un po’, una delle cose graziose della donna. Avrà avuto classe ma era anche vera. “Mio marito, dice di incontrarlo all’ingresso. Dice di avere una sorpresa per sua moglie.”

“So di cosa si tratta. Lo adorerai.” Ma a quale donna non sarebbero piaciuti un paio di brillanti di Harry Winston?

Marcia si portò una mano davanti alla bocca, nascondendo il sorriso e l’improvviso nervosismo. “È troppo buono con me.”

T.W. sentì un momentaneo disagio, chiedendosi quando era stata l’ultima volta che aveva comprato qualcosa di frivolo e alla moda per sua moglie. Era stato…beh, le aveva preso la Volvo l’anno prima.

Wow.

“Te lo meriti,” disse con voce roca, pensando per qualche ragione a tutte le volte che sua moglie cenava da sola. “Quindi per favore va a casa e festeggia.”

“Lo farò, Dottore. Merci mille fois.” Marcia fece un inchino e andò verso il banco dell’accettazione, che non era altro che un tavolo d’antiquariato con un telefono nascosto in una cassetto laterale e un portatile a cui si accedeva aprendo un pannello di mogano. “Mi sconnetto solo dal sistema e aspetto il paziente.”

“Buona serata.”

Mentre si girava e lasciava Marcia alla sua eccitazione, T.W. sfilò dalla tasca la mano rovinata. Gliela nascondeva sempre, forse un riflesso che gli aveva lasciato un adolescenza passata con la dannata cosa. Era talmente ridicolo. Era felicemente sposato e non provava attrazione per Marcia, quindi non avrebbe dovuto avere la minima importanza. Le cicatrici, pensò, lasciano ferite dentro, e come la pelle che non guarisce bene, anche l’individuo sente il dolore di tanto in tanto.

I tre laser nella clinica erano usati per il trattamento di vene varicose sulle gambe, voglie color vino, imperfezioni del derma, così come per trattamenti superficiali per il viso, e la rimozione dei tatuaggi guida nei pazienti oncologici che subiscono le radiazioni.

B. Nalla avrebbe potuto aver bisogno di una qualsiasi di quelle cose, ma se fosse stato uno scommettitore, avrebbe detto cosmesi del viso. Sembrava appropriato…per l’ora, nella clinica, con un nome misterioso. Senza dubbio un altro dei grandi ricchi, con un bisogno paralizzante di acquistare sicurezza.

Ma comunque bisognava rispettare le macchine per far soldi.

Entrando nella seconda sala laser, che era la sua preferita per nessuna ragione in particolare, T.W. si sedette dietro la scrivania di mogano e accese il computer, riguardando le cartelle dei pazienti che sarebbero venuti la mattina successiva e poi focalizzandosi sulle schede dermatologiche che aveva portato con sé.

Mentre i minuti passavano, cominciò a irritarsi con questi ricchi e le loro richieste e l’autocompiaciuta visione del loro posto nel mondo. Certo…alcuni erano a posto, e tutti l’aiutavano a portare avanti il suo lavoro, ma cavolo, qualche volta desiderava fargli sputare la boria…

Una donna alta almeno un metro e ottanta era in piedi sulla soglia della sala visite, e T.W. si immobilizzò. Quello che indossava era semplice, solo una camicia bianca infilata in un paio di blue jeans stretti, ma ai piedi aveva un paio di Christian Louboutin dalla suola rossa e una borsa di Prada al braccio.

Era esattamente il suo tipo di clientela privata, e non solo perché aveva addosso almeno tre mila dollari in accessori. Era…bella in modo indescrivibile, con capelli castano scuro, occhi color zaffiro e un viso del tipo che le altre donne subivano operazioni chirurgiche per poter ottenere.

T.W. si alzò lentamente, infilando la mano sinistra in tasca. “Belinda? Belinda Nalda?”

Diversamente da tante altre donne della sua classe, che era chiaramente stratosferica, questa non entrò come se il posto le appartenesse. Fece solo un passo oltre la soglia.

“Veramente, è Bella.” Quella voce faceva venire voglia ai suoi occhi di rigirarsi all’indietro. Profonda, roca…ma gentile.

“Io, ah…” T.W. si schiarì la gola. “Sono il Dottor Franklin.”

Le porse la mano buona e lei la prese. Mentre si stringevano la mano T.W. era consapevole di fissarla, ma non poteva evitarlo. Aveva visto tante belle donne in vita sua, ma nessuna come lei. Era quasi come se provenisse da un altro pianeta.

“Per favore…per favore entri e si accomodi.” T.W. indicò la poltrona foderata di seta accanto alla scrivania. “Abbiamo ricevuto la sua storia e …”

“Non sono io a dover essere curata. Mio hell…marito lo è.” Prese un profondo respiro e si guardò alle spalle. “Tesoro?”

T.W. si tirò indietro goffamente e andò a sbattere contro il muro così forte che l’acquerello accanto alla sua testa sobbalzò. Il suo primo pensiero mentre guardava quello che era entrato fu che forse avrebbe dovuto avvicinarsi al telefono così poteva chiamare la sicurezza.

L’uomo aveva cicatrici sul viso e occhi neri da serial killer, e quando entrò, riempì la stanza. Era grande e grosso abbastanza per qualificarsi come peso massimo, o forse come due messi insieme, ma Cristo, quello era l’ultimo dei tuoi problemi quando ti fissava. Era morto entro. Assolutamente privo di affetto. Il che lo rendeva capace di qualunque cosa.

E T.W. avrebbe giurato che la temperatura della stanza era davvero calata nel momento in cui l’uomo si posizionò accanto alla moglie.

La donna parlò in modo calmo e tranquillo. “Siamo qui per vedere se i suoi tatuaggi possono essere rimossi.”

T.W. deglutì e si disse di darsi una calmata. Okay, forse quel delinquente era solo una normale star del punk rock. I gusti musicali di T.W. andavano più verso il jazz, quindi non c’era ragione per cui dovesse riconoscere quel tipo in pantaloni di pelle, dolce vita nera e piercing all’orecchio, ma poteva spiegare tante cose. Incluso perché la moglie fosse bellissima tipo modella. La maggior parte dei cantanti avevano belle donne, non è vero?

Sì…l’unico problema con quella teoria era lo sguardo negli occhi neri. Quella non era una maschera da duro, fabbricata a tavolino, fatta per vendere di più. C’era vera violenza lì. Vera depravazione.

“Dottore?” disse la donna. “C’è qualche problema?”

T.W. deglutì di nuovo, desiderando di non aver detto a Marcia di andarsene. Ma poi, donne e bambini e tutta quella roba. Probabilmente era più sicuro per lei non essere lì.

“Dottore?”

Continuò a guardare il tipo, che non faceva alcun movimento a parte respirare.

Diavolo, se il grosso bastardo avesse voluto, avrebbe potuto distruggere quel posto già dieci volte a quel punto. Invece? Se ne stava solo lì in piedi.

E stava lì.

E…stava lì.

A un certo punto, T.W. si schiarì la gola e decise che se dovevano esserci problemi, sarebbe già successo. “No, non c’è nessun problema. Mi siedo. Adesso.”

Piantò il culo sulla sedia dietro la scrivania e piegandosi di lato aprì un cassetto frigo che conteneva diverse bottiglie d’acqua gassata. “Posso offrirvi qualcosa da bere?”

Quando entrambi dissero di no, T.W. aprì una Perrier con limone e ne ingoiò metà come se fosse stata Scotch.

“D’accordo. Ho bisogno di avere la storia medica.”

La moglie si accomodò e il marito le rimase accanto, occhi fissi su T.W. Strano, però. Si stavano tenendo per mano e T.W ebbe l’impressione che la moglie fosse una specie di salvagente per il marito.

Richiamando tutto il suo addestramento, T.W. tirò fuori la sua penna Waterman e fece le domande consuete. Fu la moglie a rispondere. Nessuna allergia conosciuta. Nessuna operazione chirurgica. Nessun problema di salute.

“Ah…dove sono i tatuaggi?” Per favore, Dio, fa che non siano sotto la cintola.

“Sui polsi e sul collo.” Lei alzò lo sguardo verso il marito con occhi luminosi. “Fagli vedere, tesoro.”

L’uomo tirò su una manica. T.W. corrugò la fronte mentre la curiosità medica prendeva il sopravvento. Il tatuaggio nero era incredibilmente denso, e anche se non era un esperto di quella roba neanche alla lontana, poteva con sicurezza dire di non avere mai visto una colorazione così profonda prima di allora.

“È molto scuro,” disse piegandosi in avanti. Qualcosa gli diceva di non toccare l’uomo a meno che non fosse stato necessario, e seguì l’istinto, tenendo le mani lontane. “È molto, molto scuro.”

Erano come manette, pensò.

T.W. tornò ad appoggiarsi allo schienale della sedia. “Non sono sicuro se sia un buon candidato per la rimozione con il laser. L’inchiostro sembra così denso che come minimo richiederà più sedute anche solo per scalfirlo.”

“Ci proverà, però?” chiese la moglie. “Per favore?”

T.W alzò le sopracciglia. Per favore era una parola praticamente sconosciuta per la maggior parte dei pazienti della clinica. E il tono della donna era ugualmente sconosciuto in quel posto, la sua quieta disperazione più simile a quella che si sentiva nelle famiglie dei pazienti trattati al piano di sopra, quelli con problemi medici che condizionano la vita, non solo le zampe d gallina e le rughe intorno alla bocca.

“Posso provarci,” disse, ben consapevole che se la donna avesse usato di nuovo quel tono, avrebbe potuto fargli mangiare le sue stesse gambe solo per farle piacere.

T.W. guardò il marito. “Vorrebbe togliersi la maglia e sedersi sul lettino?”

La moglie strinse forte la grande mano. “È tutto okay.”

Il viso del marito, con le guance scavate e la mascella prominente, si girò verso la donna, e sembrò prendere forza concreta dal guardarla negli occhi. Dopo un momento si avvicinò al lettino, sedette l’enorme corpo sulla cosa, e si tolse la dolce vita.

T.W. lasciò la sedia e girò intorno…

Si immobilizzò. La schiena dell’uomo era ricoperta di cicatrici. Cicatrici…che sembravano lasciate da una frusta.

Nella sua intera carriera medica T.W. non aveva visto mai visto niente di simile, e seppe che erano il risultato di qualche tipo di tortura.

“I miei tatuaggi, Doc,” disse il marito in tono pericoloso. “Dovrebbe guardare i miei tatuaggi, grazie tante.”

Mentre T.W. sbatteva gli occhi, il marito scosse la testa. “Non funzionerà…”

La moglie gli corse accanto. “No, funzionerà. È…”

“Troviamo qualcun altro.”

T.W. si portò davanti all’uomo, bloccando l’uscita. E poi con un gesto deliberato sfilò la mano sinistra dalla tasca. Gli occhi neri si abbassarono e fissarono la pelle macchiata e il mignolo mancante.

Il paziente tirò su la testa sorpreso; poi gli occhi divennero due fessure come se si stesse chiedendo fino a dove arrivava l’ustione.

“Su fino alla spalla e giù lungo la schiena,” disse T.W. “Incendio in casa quando avevo dieci anni. Sono rimasto intrappolato in camera mia. Sono rimasto cosciente mentre bruciavo…tutto il tempo. Dopo ho passato otto settimane in ospedale. Ho subito diciassette operazioni.”

Ci fu un momento di silenzio, come se il marito stesse passando al vaglio le implicazioni nella propria mente. Se eri cosciente, devi aver sentito l’odore della carne che bruciava e aver sentito ogni attimo di dolore. E il periodo in ospedale…le operazioni…

All’improvviso l’intero corpo dell’uomo si rilassò, la tensione fluì via come se fosse stata aperta una valvola.

T.W. aveva visto la stessa cosa succedere più volte con i suoi pazienti ustionati. Se il tuo dottore sapeva cosa voleva dire essere dove eri tu in quel momento, non perché gli è stato insegnato alla facoltà di medicina ma perché l’ha vissuto, ti sentivi più al sicuro con lui: eravate entrambi membri dello stesso club esclusivo da duri.

“Quindi, può fare qualcosa per questi, Doc?”chiese l’uomo, appoggiando gli avambracci sulle cosce.

“Va bene se la tocco?”

Il labbro attraversato dalla cicatrice si alzò appena , come se T.W. avesse appena ottenuto un altro punto nella colonna delle cose fatte bene. “Certo.”

T.W. usò deliberatamente entrambe le mani sui polsi del paziente così che il tipo potesse avere tutto il tempo di guardare le cicatrici del suo dottore e di rilassarsi.

Quando ebbe finito, si tirò indietro.

“Beh, non sono sicuro di come andrà ma proviamoci…” T.W: alzò lo sguardo e si fermò. Le iridi dell’uomo…erano gialle adesso. Non più nere.

“No si preoccupi dei miei occhi, Doc.”

Da chissà dove, l’idea che tutto era a posto con quello che aveva visto gli fluì nel cervello. Giusto. Nessun. Problema. “Dove ero…Oh, sì. Beh, facciamo un tentativo con il laser.” Si girò verso la moglie. “Forse potrebbe prendere una sedia e tenergli la mano? Credo che si sentirebbe più a suo agio così. Comincerò con un polso e vediamo come va.”

“Devo sdraiarmi?” chiese il paziente tetramente. “Perché non credo…sì, non credo che sarei d’accordo.”

“Assolutamente no. Può rimanere seduto, anche quando lavorerò sul collo, e per quella parte le darò uno specchio così potrà guardare. Per tutto il tempo le dirò esattamente cosa starò facendo, quello che probabilmente sentirà, e possiamo sempre fermarci. Deve solo dirlo ed è finita. È il suo corpo. Ha lei il controllo. Okay?”

Ci fu un momento di silenzio mentre entrambi lo fissarono. E poi la moglie disse con voce rotta, “Lei, dottor Franklin, è un vero tesoro.”

Il paziente aveva un’incredibile tolleranza per il dolore, pensò T.W. un’ora dopo mentre premeva il pedale e il laser sparava un altro sottile raggio rosso sulla pelle ricoperta d’inchiostro del grosso polso. Un’incredibile tolleranza per il dolore. Ogni scarica era come essere colpiti con un elastico, non tutta sta gran cosa se era fatto una volta o due. Ma dopo un paio di minuti di quei colpi, la maggior parte dei pazienti avevano bisogno di fermarsi. Quel tipo? Mai un movimento, nemmeno una volta. Quindi T.W. continuò e continuò…

Naturalmente con i piercing ai capezzoli e all’orecchio e tutte quelle cicatrici, era ovviamente abituato all’agonia, sia per scelta che senza.

Sfortunatamente i tatuaggi erano resistenti al laser.

T.W. fece un sospiro dicendo una parolaccia e scrollò la mano destra, che cominciava ad essere stanca.

“Va bene, Doc,” disse il paziente piano. “Ha fatto il meglio che poteva.”

“È solo che non capisco.” Si tolse gli occhiali protettivi e guardò il macchinario. Per un momento si chiese se la cosa stesse funzionando come doveva. Ma aveva visto il laser. “Non c’è alcun cambiamento nella colorazione.”

“Doc, davvero, va bene.” Il paziente si tolse gli occhiali e sorrise un po’. “Apprezzo che la stia prendendo tanto seriamente.”

“Dannazione.” T.W. si sedette sullo sgabello e fissò l’inchiostro.

Senza pensare, dalla bocca gli uscirono delle parole, anche se era una cosa decisamente poco professionale. “Non ha fatto tutto questo volontariamente, vero.”

La moglie si agitò come se temesse la risposta. Ma il marito scosse la testa. “No, Doc. Non l’ho fatto.”

“Dannazione.” Incrociò le braccia e passò al setaccio la sua conoscenza enciclopedica della pelle umana. “Solo non capisco perché…e sto cercando di pensare a delle alternative. Non credo che una rimozione chimica sarebbe più efficace. Voglio dire che ha sopportato tutto quello che il laser poteva fare.”

Il marito passò le dita stranamente eleganti sul polso. “Possiamo tagliarli via?”

La moglie scosse la testa. “Non credo sia una buona idea.”

“Ha ragione,” mormorò T.W. Si sporse in avanti e tocco il derma. “Ha eccellente elasticità, ma poi, visto che ha venticinque anni, c’era da aspettarselo. Voglio dire, dovrebbe essere fatto a strati e la pelle ricucita. Le rimarrebbero delle cicatrici. E non lo consiglierei intorno al collo. Troppi rischi con le arterie.”

“E se le cicatrici non fossero un problema?”

Non avrebbe toccato l’argomento. Le cicatrici erano ovviamente un problema dato lo stato della schiena dell’uomo. “Non potrei raccomandarlo.”

Ci fu un lungo silenzio mentre continuava a pensare a tutta la faccenda e la coppia gli lasciò spazio. Quando giunse alla fine delle possibili alternative, li fissò. La bellissima moglie era seduta accanto al marito dall’aspetto terrificante, una mano sul braccio libero e l’altra sulla schiena mutilata, che lo accarezzava.

Era ovvio che le cicatrici non minavano il suo valore agli occhi della donna. Per lei era completo e affascinante a dispetto delle condizioni della sua pelle.

T.W. pensò alla propria moglie. Che era esattamente identica.

“Finito le idee, Doc?” chiese il marito.

“Mi spiace così tanto.” Distolse lo sguardo, odiando il fatto di sentirsi tanto inutile. In qualità di dottore era addestrato a fare qualcosa. Come essere umano dotato di cuore, aveva bisogno di fare qualcosa. “Sono davvero molto spiacente.”

Il marito sorrise quella sua solita piccola smorfia. “Cura molte persone con ustioni, vero.”

“È la mia specialità. Bambini, soprattutto. Sa, a causa del…”

“Sì, lo so. Scommetto che è bravo con loro.”

“Come potrei non esserlo?”

Il paziente si sporse in avanti e appoggiò le grosse mani sulle spalle di T.W. “Ce ne andiamo adesso, Doc. Ma la mia shellan le lascerà il pagamento sulla scrivania laggiù.”

T.W. guardò la moglie, che era piegata su un libretto degli assegni, poi scosse la testa. “Perché non diciamo che siamo pari? Questo non l’ha davvero aiutata.”

“No, abbiamo preso il suo tempo. Pagheremo.”

T.W. imprecò sotto voce un paio di volte. Poi sputò, “Dannazione.”

“Doc? Mi guardi adesso.”

T.W. alzò lo sguardo sull’uomo. Cavolo, quegli occhi gialli erano decisamente ipnotici. “Wow. Ha degli occhi incredibili.”

Il paziente sorrise più apertamente, mostrando i denti che erano…non normali. “Grazie, Doc. Adesso ascolti. Probabilmente sognerà tutto questo, e voglio che si ricordi che me ne sono andato stando bene, okay?”

T.W. corrugò la fronte. “Perché dovrei sognare…”

“Solo si ricordi, mi va bene quello che è successo. Conoscendola, quello è ciò che le darà più fastidio.”

“Continuo a non capire perché dovrei…”

T.W. sbatté gli occhi e si guardò intorno nella sala visite. Era seduto sul piccolo sgabello con le rotelle che usava quando curava i pazienti, e c’era una sedia accanto al lettino, e in mano aveva gli occhiali protettivi…ma non c’era nessuno nella stanza a parte lui.

Strano. Avrebbe potuto giurare di aver appena parlato con il più incredibile…

Mentre gli veniva mal di testa, si massaggiò le tempie e si sentì all’improvviso esausto…esausto e curiosamente depresso, come se avesse fallito in qualcosa che era stato importante per lui.

E preoccupato. Preoccupato per un…

Il mal di testa peggiorò, e con un grugnito T.W. si alzò e andò alla scrivania. C’era una busta appoggiata sopra, una semplice busta color crema con una calligrafia fluente che diceva, Con gratitudine a T.W. Franklin, M.D., per essere usato a sua discrezione in favore delle opere di bene fatte dal suo dipartimento.

La girò, l’aprì e tirò fuori l’assegno.

La mandibola quasi gli finì per terra

Cento mila dollari. A favore del Dipartimento di dermatologia dell’ospedale St. Francis.

Il nome del benefattore era Fritz Perlmutter, e non c’era indirizzo, solo una discreta annotazione: Banca Nazionale di Caldwell, Gruppo Clienti Privati.

Cento mila dollari.

L’immagine di un marito ricoperto di cicatrici e di una moglie bellissima spuntò nella sua mente, ma fu presto sepolta dal mal di testa.

T.W. prese l’assegno e lo infilò nel taschino della camicia, poi spense la macchina laser e il computer, e si avviò verso il retro della clinica, spegnendo le luci man mano che passava.

Sulla strada di casa si ritrovò a pensare a sua moglie, al modo in cui era stata quando l’aveva visto per la prima volta dopo l’incendio. Aveva avuto undici anni ed era andata a trovarlo con i genitori. Lui si era sentito completamente mortificato quando lei era entrata dalla porta perché aveva già una cotta per lei a quel punto, ed eccolo lì, fermo in un letto d’ospedale, un intero lato del corpo ricoperto dalle bende.

Lei gli aveva sorriso, gli aveva preso la mano buona e gli aveva detto che non importava che aspetto avesse il suo braccio, voleva comunque essergli amica.

E diceva sul serio. E glielo aveva dimostrato più e più volte.

Ed era diventata più che un’amica.

Qualche volta, T.W. pensava che il fatto che alla persona che ami non importi del tuo aspetto fosse la miglior medicina possibile.

Mentre guidava, passò davanti a una gioielleria chiusa per la notte, e poi un fioraio e poi un negozio d’antiquariato che sapeva essere uno dei preferiti di sua moglie.

Lei gli aveva dato tre figli. Quasi vent’anni di matrimonio. E spazio per lavorare alla sua carriera.

Lui le aveva dato tante notti solitarie. Cene da sola con i bambini. Vacanze di un giorno o due attaccate a qualche convegno di dermatologia.

E una Volvo.

A T.W. ci vollero venti minuti per andare a un Hannaford aperto tutta la notte, ed entrò di corsa anche se non c’era alcun orario di chiusura di cui preoccuparsi.

La sezione dei fiori era sulla sinistra, appena oltre le porte automatiche dell’ingresso. Mentre guardava le rose, i crisantemi e i gigli, pensò di riempire di mazzi di fiori il bagagliaio della Lexus e anche il sedile posteriore.

Alla fine però, scelse un singolo fiore e lo tenne in mano con attenzione tra il pollice e l’indice per tutto il tragitto fino a casa.

Parcheggiò nel garage, ma non passò dalla cucina. Invece andò alla porta principale e suonò il campanello.

Il volto adorabile e familiare di sua moglie fece capolino dalla lunga finestra che incorniciava l’entrata della loro casa in stile coloniale. Sembrò confusa mentre apriva la porta.

“Hai dimenticato le…”

T.W. le porse il fiore con la mano ustionata.

Era una modesta piccola margherita. Esattamente come quelle che lei gli aveva portato una volta alla settimana in ospedale. Per due mesi di fila.

“Non dico grazie abbastanza,” mormorò T.W. “O che ti amo. O che penso ancora che tu sia bella come il giorno in cui ti ho sposata.”

La mano di sua moglie tremò mentre prendeva il fiore. “T.W…stai bene?”

“Dio…il fatto che tu debba chiedere una cosa del genere solo perché ti ho portato un fiore…” Scosse la testa e l’abbracciò, tenendola stretta fra le braccia. “Mi dispiace.”

La figlia adolescente gli passò accanto e roteò gli occhi prima di salire le scale. “Prendete una stanza.”

T.W. si tirò indietro e spostò una ciocca dei capelli sale e pepe di sua moglie dietro l’orecchio. “Credo che dovremmo seguire il suo consiglio, che ne dici? E approposito, andremo da qualche parte per il nostro anniversario, e non a una conferenza.”

Sua moglie sorrise e poi scoppiò a ridere. “Che cosa ti è preso?”

“Ho visto questo paziente e sua moglie stasera…” Fece una smorfia di dolore e si massaggiò le tempie. “Voglio dire…che stavo dicendo?”

“Che ne dici della cena?” disse sua moglie, mettendosi al suo fianco. “E poi vediamo che si può fare per quella camera?”

T.W. si appoggiò su sua moglie e richiuse la porta. Mentre percorrevano insieme il corridoio diretti in cucina, la baciò. “È perfetto. Semplicemente perfetto.”


DIECI

Ritornati alla residenza della Fratellanza, Z rimase in piedi davanti a una delle finestre della camera da letto sua e di Bella e guardò in basso oltre il terrazzo e i giardini. Il polso gli bruciava dove era stato usato il laser, ma il dolore non era forte.

“Non sono sorpreso per come sono andate le cose,” disse. “Beh, a parte il fatto che mi è piaciuto il dottore.”

Bella gli si avvicinò da dietro e gli mise le braccia intorno alla vita. “Era un brav’uomo, vero?”

Mentre se ne stavano lì insieme, c’erano un sacco di e adesso cosa in giro per la stanza. Sfortunatamente Z non aveva alcuna risposta. Aveva contato sul fatto che i tatuaggi fossero rimossi, come se quello avesse potuto rendere tutto più facile.

Anche se non era come se non ci fossero le cicatrici sul suo viso.

Dalla nursery Nalla si fece sentire con un gorgoglio e un singhiozzo. E poi si mise a piangere.

“Le ho appena dato da mangiare e l’ho cambiata,” disse Bella, tirandosi indietro. “Non sono sicura di cosa possa volere…”

“Lasciami andare da lei,” disse Z con voce tesa. “Lasciami vedere se posso…”

Bella alzò le sopracciglia, ma poi annuì. “Okay. Rimango qui.”

“Non la farò cadere. Lo prometto.”

“Lo so che non lo farai. Solo assicurati di sostenerle la testa.”

“D’accordo. Capito.”

Mentre entrava nella nursery, Z si sentì come se stesse andando incontro a uno squadrone di lessers completamente disarmato.

Come se avesse percepito la sua presenza, Nalla sbuffò.

“Sono tuo padre. Papà. Babbo.” Come l’avrebbe chiamato?

Si avvicinò alla culla e diede un’occhiata a sua figlia. Aveva addosso una tutina dei Red Sox, senza dubbio un regalo di V e/o Butch, e il labbro inferiore le tremava come se volesse saltare giù dal mento ma avesse paura della caduta.

“Perché stai piangendo, piccolina?” disse piano.

Quando alzò le braccia verso di lui, Z controllò la porta. Bella non era lì, e ne fu felice. Non voleva che nessuno vedesse quanto era impacciato mentre si chinava nella culla a prendere…

Nalla gli stava tra le mani in modo perfetto, il sederino in una e la testa nell’altra. Mentre si tirava su portandola con sé, Nalla era sorprendentemente robusta e calda e …

Si aggrappò alla sua dolce vita e lo tirò verso di sé, pretendendo vicinanza…e farlo sembrò facile in modo incredibile. Mentre la teneva stretta sul suo torace, Nalla si calmò subito, accoccolandosi sul suo corpo.

Tenerla in braccio era così naturale. E lo era altrettanto dirigersi verso la sedia a dondolo, sedersi e usare un piede per andare su e giù.

Guardando le sue ciglia, le guanciotte e la stretta che manteneva sulla sua maglia, Z si rese conto di quanto Nalla avesse bisogno di lui, e non solo per proteggerla. Aveva anche bisogno di essere amata.

“Sembra che andiate d’accordo,” disse Bella piano stando sulla porta.

Z alzò lo sguardo. “Sembra che le piaccia.”

“Come potrebbe essere diversamente?”

Tornando a guardare sua figlia, dopo un attimo Z disse, “Sarebbe stato grandioso se fossi riuscito a rimuoverli. Quei tatuaggi. Ma lei avrebbe comunque fatto domande sul mio viso.”

“Ti amerà comunque. Lo fa già.”

Z passò un dito sul braccio di Nalla, accarezzandola mentre lei si accoccolava ancora più stretta vicino al suo cuore e gli dava piccole pacche sul dorso della mano libera.

Senza pensare, Z disse, “Non mi hai mai detto molto sul tuo sequestro.”

“Io…ah, non volevo turbarti.”

“Ti ritrovi spesso a proteggermi da cose che potrebbero turbarmi?”

“No.”

“Ne sei sicura?”

“Zsadist, se lo faccio, è perché…”

“Non valgo granché come uomo se non posso esserci quando hai bisogno di me.”

“Ci sei sempre per me. E ne abbiamo parlato un pochino.”

“Un pochino.”

Dio, si sentiva una merda per tutto quello che Bella aveva dovuto fare da sola, solo perché la sua testa era un casino.

Eppure la voce di Bella era forte e sicura quando disse, “Quando si parla del sequestro, non voglio che tu sappia tutti i dettagli di quello che è successo. Non perché tu non sia in grado di gestirli, ma perché non voglio dare a quel bastardo maggiore influenza sulla mia vita di quanta non ne abbia già avuta.” Scosse la testa. “Non gli darò il potere di turbarti se posso evitarlo. Non succederà, e sarebbe vero indipendentemente dal fatto che tu fossi passato o meno attraverso eventi traumatici.”

Z emise un suono per farle capire che aveva sentito quello che gli era stato detto, ma non fu d’accordo con lei. Voleva darle tutto ciò di cui aveva bisogno. Non meritava niente di meno. E il suo passato aveva avuto un impatto sulle loro vite. Ancora lo aveva. Cristo, il modo in cui si era comportato con Nalla era stato…

“Posso dirti una cosa in confidenza?” disse Bella.

“Naturalmente.”

“Mary vuole un bambino.”

Gli occhi di Z si alzarono di colpo verso Bella. “Davvero? È grandioso…”

“Un figlio biologico.”

“Oh.”

“Sì. Non può averne uno suo, quindi Rhage dovrebbe andare a letto con una delle Prescelte.”

Z scosse la testa. “Non lo farebbe mai. Non andrà con nessuna a parte Mary.”

“È quello che ha detto Mary. Ma se non lo fa, lei non potrà mai tenere tra le braccia una parte di lui.”

Sì, perché l’inseminazione in vitro non funzionava nei vampiri. “Merda.”

“Non ne ha ancora parlato con Rhage perché prima di tutto vuole capire cosa prova lei stessa. Parla con me così da poter sperimentare le montagne russe delle sue emozioni senza costringerlo ad assistere. Un giorno vuole un bambino così tanto che crede di poter gestire la cosa. Il giorno dopo semplicemente non riesce a sopportare l’idea e considera la possibilità dell’adozione. Il mio punto è che non puoi risolvere tutto con il tuo compagno. E non dovresti. Tu eri lì per me dopo. E sei qui per me adesso. Non l’ho mai messo in dubbio. Ma ciò non significa che io ti debba trascinare fino al nocciolo del problema. Guarire è una cosa complessa.”

Z si immaginò di dover raccontare a Bella tutti i dettagli degli abusi a cui era stato sottoposto…No…non voleva assolutamente che a Bella si spezzasse il cuore sentendo del fottuto incubo da cui era passato.

“Hai parlato con qualcuno?” le chiese.

“Sì, alla clinica di Havers. E ho parlato con Mary.” Fece una pausa. “E sono tornata là…dove sono stata tenuta prigioniera.”

Gli occhi di Z fissarono Bella. “Lo hai fatto?”

Lei annuì. “Dovevo.”

“Non me l’hai mai detto.” Cazzo, era tornata in quel posto? Senza di lui?

“Avevo bisogno di andarci. Per me. E avevo bisogno di andarci da sola e non volevo discutere. Mi sono assicurata che Wrath sapesse che stavo uscendo e che fosse avvertito immediatamente del mio ritorno.”

“Dannazione…avrei voluto saperlo. Mi fa sentire un hellren di merda.”

“Non lo sei affatto. Specie adesso che tieni tra le braccia tua figlia.”

Ci fu un lungo silenzio.

“Senti,” disse Bella, “se può esserti d’aiuto, non ho mai provato la sensazione di non poterti dire qualcosa. Non ho mai messo in dubbio il fatto che saresti stato forte per me e mi saresti stato accanto. Ma solo perché siamo una coppia non significa che io non sia una persona completa da sola.”

“Lo so…” Z ci pensò per un minuto. “Non volevo ritornare dove io…In quel castello. Se non fosse stato per il fatto che teneva un altro prigioniero giù in quella cella…non ci sarei mai tornato.”

E adesso non avrebbe più potuto farlo. Il posto dove era stato confinato era stato da tempo venduto agli umani, ed era finito a far parte Patrimonio Nazionale d’Inghilterra.

“Ti sei sentita meglio?” le chiese Z di colpo. “Dopo essere andata a vedere dove ti avevano tenuta?”

“Sì, perché Vishous ha ridotto il posto in cenere. La fine è stata più completa in quel modo.”

Z accarezzò il pancino di Nalla senza pensarci mentre fissava negli occhi la sua shellan. “Mi chiedo perché non ne abbiamo parlato prima.”

Bella sorrise e fece un cenno con la testa verso la piccola. “Avevamo qualcos’altro a cui pensare.”

“Posso essere onesto? C’è una parte di me che ha bisogno di credere che se tu avessi voluto che venissi con te in quel posto, sai che l’avrei fatto in un attimo e sarei rimasto forte per te.”

“Lo so questo, assolutamente. Ma volevo comunque andare da sola. Non riesco a spiegarlo…era solo qualcosa che avevo bisogno di fare. Una prova di coraggio.”

Nalla guardò nella direzione di Bella e si mosse verso di lei con un piccolo brontolio di richiesta.

“Credo che voglia qualcosa che solo tu puoi darle,” disse Z con un sorriso mentre si alzava dalla sedia a dondolo.

Lui e Bella si incontrarono nel centro della stanza. Mentre si passavano la bambina, Z baciò la sua shellan e indugiò per qualche momento, entrambi a sorreggere la figlia.

“Esco, okay?” disse. “Non ci metterò molto.”

“Fai attenzione.”

“Lo prometto. Devo prendermi cura delle mie ragazze.”

Zsadist prese le proprie armi e si dematerializzò a ovest della città, in un tratto di foresta nel bel mezzo della campagna.

La radura spoglia era cento cinquanta metri più avanti, vicino a un ruscello, ma invece di vedere un’estensione vuota in mezzo ai pini, si immaginò una baracca formata da una sola camera, rivestita di legno e con un tetto di lamiera.

Quello che c’era nella sua mente era chiaro come gli alberi che aveva intorno e le stelle nel cielo notturno sopra la sua testa. Il complesso era stato costruito alla svelta dalla società dei lessers con un occhio verso la provvisorietà. Ciò che era stato fatto all’interno, però, era roba permanente.

Z camminò fino alla radura, i ramoscelli sul suolo della foresta scricchiolavano sotto i suoi stivali, ricordandogli il suono di un fuocherello nel camino.

I suoi pensieri erano tutt’altro che calmi e confortevoli.

Quando si entrava dalla porta, c’era stato un angolo doccia e un secchio con attaccato un asse del gabinetto. Per sei settimane Bella si era lavata nel cubicolo di un metro per un metro, e Z sapeva che non era stata sola. Quel bastardo di un lesser era rimasto a guardare. Probabilmente l’aveva aiutata.

Merda, l’idea che una cosa del genere potesse essere accaduta gli faceva venir voglia di dare la caccia allo stronzo un’altra volta. Ma Bella si era occupata della morte del cacciatore, vero. Era stata lei a sparargli in testa mentre il bastardo era rimasto in piedi, di fronte a lei, ammaliato dall’amore malato che provava nei suoi confronti…

Cazzo.

Dandosi una scrollata, Z immaginò di trovarsi ancora una volta nella stanza principale del capanno. Sulla sinistra una parete era stata piena di scaffali con strumenti di tortura appoggiati sulle assi di legno tenute su da rozzi supporti. Scalpelli, coltelli, seghe…ricordava quanto erano stati lucidi.

C’era stato anche uno sgabuzzino a prova d’incendio, uno di cui Z aveva rancato via le porte.

E un tavolo autopsie di acciaio inossidabile sporco di sangue fresco.

Che aveva scagliato in un angolo come immondizia.

Poteva ricordare perfettamente il momento in cui aveva fatto irruzione nella struttura. Aveva cercato Bella per settimane dopo che i lessers le erano entrati in casa e l’avevano presa. Tutti pensavano fosse morta, ma lui aveva rifiutato di crederci. Era stato torturato dal bisogno di liberarla…un bisogno che allora non aveva capito ma che non aveva potuto negare.

La svolta era arrivata quando un vampiro civile era scappato dal “centro di persuasione”, come venivano chiamati dalla società dei lessers, e aveva rintracciato la sua posizione dematerializzandosi fuori dalla radura in salti di circa cento chilometri attraverso la foresta. Dalla mappa che aveva disegnato per la Fratellanza, Z era venuto lì in cerca della sua donna.

La prima cosa che aveva trovato era stato un cerchio di terra bruciata proprio fuori dalla porta, e aveva pensato che si fosse trattato di Bella, lasciata fuori al sole. Si era piegato sulle ginocchia e aveva appoggiato una mano sul cerchio di cenere,e quando la sua vista si era fatta sfocata non aveva capito il perché.

Lacrime. C’erano state lacrime nei suoi occhi. Ed era passato così tanto tempo da quando aveva pianto, che non le aveva riconosciute.

Tornando al presente, Z si fece forza e avanzò, gli stivali calpestarono le erbacce. Di solito, dopo che Vishous aveva usato la sua mano su un posto, non rimaneva nulla a parte la cenere e piccoli pezzi di metallo, ed era vero anche lì. Con il sottobosco che stava crescendo, presto la radura avrebbe di nuovo fatto parte della foresta.

I tre tubi che erano infilati nel terreno erano sopravvissuti, però. E avrebbero continuato ad esistere non importa quanti alberi fossero cresciuti.

Inginocchiandosi per terra, Z tirò fuori la Maglite e diresse il raggio nel buco dove Bella era stata tenuta. Aghi di pino e acqua avevano riempito in parte lo spazio.

Era stato dicembre quando l’aveva trovata nella terra, e poteva solo immaginare il freddo che l’aveva circondata là sotto…il freddo e l’oscurità e lo spazio limitato del metallo scanalato.

Per poco non si era lasciato sfuggire quelle prigioni sottoterra. Dopo aver lanciato il tavolo autopsie dall’altra parte della stanza, aveva sentito un sussurro, e quello l’aveva portato lì, a quei tre tubi. Quando aveva aperto la rete di copertura del tubo da dove proveniva il suono, aveva capito di averla trovata.

Solo che non era stato così. Quando aveva tirato su le funi infilate nel buco, ne era emerso un civile, un uomo che tremava come un bambino.

Bella era priva di sensi nel tubo in cui la tenevano.

Z si era beccato una pallottola nella gamba mentre lavorava per liberarla, grazie al sistema di sicurezza che Rhage era riuscita a disattivare solo in parte. Anche con il proiettile nella gamba, però, non aveva provato alcun dolore mentre si chinava, afferrava le corde e tirava su lentamente. Per prima cosa aveva visto i capelli color mogano del suo amore, e il sollievo gli aveva dato le vertigini e lo aveva fatto sentire come avvolto in una tiepida nuvola. Ma poi il viso di Bella era diventato visibile.

Gli occhi erano stati chiusi con dei punti di sutura.

Z si alzò in piedi, il corpo in rivolta contro il ricordo, lo stomaco sottosopra, la gola secca. L’aveva curata dopo averla trovata. Le aveva fatto il bagno. Le aveva permesso di nutrirsi del suo sangue anche se darle la merda corrotta che gli scorreva nelle vene l’aveva portato sull’orlo della pazzia.

E l’aveva anche servita nel suo tempo del bisogno. Che era il motivo per cui Nalla era nata.

In cambio? Bella gli aveva ridato il mondo.

Zsadist si diede un’ultima occhiata intorno, vedendo non il paesaggio ma la verità. Bella poteva essere più piccola di lui, poteva pesare cinquanta chili in meno, poteva non essere addestrata nelle arti marziali e non sapere come sparare con una pistola…ma era più forte di lui.

Aveva superato quello che le era stato fatto.

Poteva il passato essere così, si chiese, guardandosi intorno nella radura desolata. Una struttura nella tua mente che puoi radere al suolo e quindi liberartene?

Mosse il piede avanti e indietro sul suolo della foresta. Le erbacce che erano spuntate dal terreno erano come baffi verdi, ed erano concentrate nell’area che riceveva più luce solare.

Dalle ceneri nasceva nuova vita.

Z tirò fuori il telefono e compose un messaggio che non avrebbe mai pensato di scrivere.

Gli ci vollero quattro tentativi prima che andasse bene. E quando premette invio, in un certo senso seppe che aveva appena cambiato il corso della sua vita.

E potevi farlo, vero, pensò mentre si rimetteva in tasca il RAZR. Puoi scegliere una strada piuttosto di un’altra. Non sempre, naturalmente. Qualche volta il destino ti guida a destinazione, ti sbatte col culo per terra e tanti saluti.

Ma ci sono volte in cui sei in grado di scegliere l’indirizzo. E se hai anche solo mezzo cervello, non importa quanto sembri difficile e strano, entri in casa.

E ritrovi te stesso.


UNDICI

Un’ora dopo Zsadist era in cantina nella residenza della Fratellanza, seduto di fronte alla vecchia caldaia a carbone nel seminterrato. La dannata cosa era un relitto del 1900, ma funzionava talmente bene che non c’era ragione di cambiarla.

Inoltre, occorreva un notevole sforzo per far bruciare il carbone e i doggen amavano i lavori regolari. Più cose c’erano da fare e meglio era.

La pancia della grande caldaia di ferro aveva una finestrella davanti, una fatta di vetro temprato spesso tre centimetri, e dall’altro lato del vetro le fiamme si muovevano, lente e calde.

“Zsadist?”

Z si passò una mano sul viso e non si girò sentendo la familiare voce femminile. In un certo senso non poteva credere di stare per fare quello che stava per fare, e l’istinto di scappare via lo stava dilaniando.

Si schiarì la gola. “Ciao.”

“Ciao.” Ci fu una pausa, e poi Mary disse, “La sedia vuota accanto a te è per me?”

Adesso si girò. Mary era in piedi al fondo delle scale che portavano in cantina, vestita come al solito, pantaloni color cachi e una polo. Al polso sinistro c’era un enorme Rolex d’oro, e aveva piccoli orecchini di perle ai lobi.

“Sì,” disse Z. “Sì, è…grazie per essere venuta.”

Mary si avvicinò, i mocassini facevano un suono staccato sul pavimento di cemento. Quando si fu seduta sulla sedia da giardino, la riposizionò in modo da essere di fronte a lui e non alla caldaia.

Z si passò una mano sul cranio rasato.

Mentre il silenzio si allungava, il suono di una valvola di tiraggio venne dalla parte opposta della stanza…e qualcuno al piano di sopra accese la lavastoviglie…e il telefono squillò sul retro della cucina.

Poi, visto che si sentiva un idiota a non dire niente, alzò un polso. “Ho bisogno di provare quello che dirò a Nalla quando mi chiederà di questi. Io ho solo…ho bisogno di avere qualcosa di pronto da dirle. Qualcosa che…sia la cosa giusta, sai?”

Mary annuì lentamente. “Sì, lo so.”

Z tornò a guardare la caldaia e ricordò di aver bruciato il teschio della Padrona lì dentro. All’improvviso si rese conto che era l’equivalente di V che inceneriva il posto in cui era stato fatto del male a Bella, vero. Non potevi radere al suolo un castello…ma c’era stata comunque una certa purificazione col fuoco.

Ciò che non aveva fatto era l’altra metà del processo di guarigione.

Dopo un po’ Mary disse, “Zsadist?”

“Sì?”

“Che cosa sono quei segni?”

Z aggrottò la fronte e la guardò, pensando, come se non lo sapesse? Ma poi…beh, lei era stata umana. Forse non lo sapeva. “Sono bracciali di schiavitù. Ero…uno schiavo.”

“È stato doloroso quando te li hanno fatti?”

“Sì.”

“Te li ha fatti la stessa persona che ti ha ferito in faccia?”

“No, l’hellren della mia padrona l’ha fatto. La mia padrona…lei mi ha fatto i bracciali. Lui mi ha ferito in faccia.”

“Per quanto tempo sei stato uno schiavo?”

“Cento anni.”

“Come hai fatto a liberarti?”

“Phury. Phury mi ha tirato fuori. È così che ha perso la gamba.”

“Ti hanno fatto del male quando eri uno schiavo?”

Z inghiottì con forza. “Sì.”

“Ci pensi ancora?”

“Sì.” Si guardò le mani, che all’improvviso gli facevano male per qualche motivo. Oh, giusto. Le aveva strette a pugno e stava stringendo così forte che le dite stavano per staccarsi dalle nocche.

“La schiavitù c’è ancora?”

“No. Wrath l’ha messa fuorilegge. Come regalo per l’unione mia e di Bella.”

“Che tipo di schiavo eri?”

Zsadist chiuse gli occhi. Ah, sì, la domanda a cui non voleva rispondere.

Per un po’ tutto quello che riuscì a fare fu di sforzarsi di rimanere su quella sedia. Ma poi, con tono falsamente calmo, disse, “Ero uno schiavo di sangue. Ero usato da una donna per il sangue.”

La quiete dopo che ebbe parlato gravava su di lui, come un peso tangibile.

“Zsadist? Posso appoggiarti una mano sulla schiena?”

La sua testa fece qualcosa che evidentemente era un cenno di assenso, perché la mano gentile di Mary gli si posò delicata sulla scapola. Mary mosse la mano in lenti cerchi.

“Quelle erano le risposte giuste,” gli disse. “Tutte quante.”

Z dovette sbattere le palpebre velocemente mentre il fuoco nella caldaia diventava indistinto. “Credi?” chiese con voce rotta.

“No. Lo so.”


EPILOGO

Sei mesi dopo…

“E cosa sta succedendo qui con tutto questo rumore, tesoro?”

Bella entrò nella nursery e trovò Nalla in piedi nella culla, mani attaccate alla ringhiera, il visino rosso e tirato per il pianto. Tutto era stato buttato sul pavimento: il cuscino, i peluches, la coperta.

“Sembra che il tuo mondo stia di nuovo per finire,” disse Bella prendendo in braccio sua figlia che piangeva a dirotto e guardando le macerie. “È stato per qualcosa che hanno detto?”

L’attenzione faceva solo scendere le lacrime più in fretta e con più forza.

“Adesso, adesso, cerca di respirare…ti darà più volume…Okay, hai appena mangiato, quindi so che non hai fame. E sei asciutta.” Altri urli. “Ho la sensazione di sapere di cosa si tratta…”

Bella controllò l’orologio. “Guarda, possiamo provarci, ma non so se è già ora.”

Piegandosi, Bella raccolse dal pavimento la copertina rosa preferita di Nalla, ci avvolse la piccola e si diresse verso la porta. Nalla si calmò un pochino mentre uscivano dalla nursery e camminavano lungo il corridoio delle statue verso la grande scalinata, e il tragitto attraverso il tunnel fino al centro addestramento fu allo stesso modo relativamente calmo, ma quando entrarono nell’ufficio e trovarono il posto deserto, il pianto ricominciò.

“Aspetta, dobbiamo solo vedere se…”

Fuori, nel corridoio, un gruppo di ragazzi pre-transizione lasciarono lo spogliatoio e si diressero verso l’area di parcheggio. Era bello vederli, e non solo perché voleva dire che Nalla stava probabilmente per ottenere quello che voleva: dopo le razzie alle case della glymera, i corsi per i futuri soldati erano state interrotti. Adesso, però, la Fratellanza era tornata in attività con la generazione successiva, solo che questa volta non tutti i ragazzi erano aristocratici.

Bella entrò nella palestra attraverso la porta sul retro e arrossì davanti a ciò che vide. Zsadist era là davanti, si stava allenando con il sacco, i potenti pugni spingevano la cosa indietro fino a farla pendere a un angolo impossibile. Il torace nudo era incredibile sotto le luci, i muscoli definiti, gli anelli ai capezzoli brillavano, il suo corpo di combattente perfetto perfino agli occhi di qualcuno non esperto come lei.

Da un lato, c’era uno dei ragazzi, completamente pietrificato, una felpa gli penzolava dalla piccola mano. Il viso mostrava una combinazione di paura e adorazione mentre guardava Zsadist allenarsi, gli occhi del ragazzo erano spalancati e la bocca era socchiusa in un O dato dalla mandibola lasciata cadere.

Il secondo in cui le urla di Nalla echeggiarono nel vasto spazio, Z si girò di colpo.

“Scusa se ti disturbiamo,” disse Bella oltre le urla. “Ma vuole il suo papà.”

Il viso di Z si sciolse, risplendente d’amore, la fiera concentrazione fluì dai suoi occhi e fu sostituita da quello che a Bella piaceva chiamare la visione Nalla. Venne loro incontro attraverso i materassini blu, baciando Bella sulla bocca mentre prendeva in braccio la piccola.

Nalla si sistemò subito nell’abbraccio di suo padre, gli mise le braccia intorno al collo poderoso e si accoccolò sul torace massiccio.

Z si guardò alle spalle attraverso la palestra e vide il ragazzo. Con voce profonda, disse, “L’autobus sta arrivando, figliolo. È meglio che ti sbrighi.”

Quando si girò nuovamente, Bella sentì il braccio del suo hellren intorno alla vita e venne tirata al suo fianco. Mentre la baciava un’altra volta sulla bocca, Z mormorò, “Ho bisogno di una doccia. Vuoi aiutarmi?”

“Oh, sì.”

I tre lasciarono la palestra e tornarono nella residenza. A metà strada del tragitto, Nalla si addormentò, così quando arrivarono in camera loro, andarono nella nursery e la misero nella culla, e poterono godersi una doccia molto calda, e non solo per la temperatura dell’acqua.

Quando ebbero finito, Nalla era di nuovo sveglia, giusto in tempo per l’ora della favola.

Mentre Bella si asciugava i capelli con un asciugamano, Z prese la piccola e padre e figlia si sistemarono sul lettone. Bella uscì un momento dopo, si appoggiò semplicemente allo stipite della porta e rimase a guardarli. I due erano così attaccati che sembravano essere una sola persona. Z aveva addosso un paio di pantaloni del pigiama, fantasia a scacchi Black Watch, e una canottiera. Nalla aveva una tutina rosa pallido con in bianco la scritta La cocca di papà.

“Oh, i posti dove andrai,” lesse Z dal libro che teneva in grembo. “Del Dottor Seuss.”

Mentre Z continuava a leggere, di tanto in tanto Nalla dava colpetti alle pagine con le manine.

Era la nuova routine. Al termine di ogni notte, quando Z tornava dai pattugliamenti o dalle lezioni, faceva una doccia mentre Bella dava da mangiare a Nalla, e poi lui e la figlia si mettevano sul letto e lui le leggeva fino a farla addormentare.

Quindi la portava con cautela nella nursery…e ritornava per l’ora mahmen-e-papà, come amava chiamarla.

Sia la lettura che il modo in cui aveva preso confidenza a tenere in braccio Nalla erano miracolosi, e Mary aveva dato una mano per entrambe le cose. Z e la donna si incontravano una volta a settimana nella sala della caldaia. I due avevano raccontato a Bella delle sedute e qualche volta Z le diceva qualcosa di quello di cui avevano parlato, ma per la maggior parte quello che veniva discusso rimaneva nel seminterrato, anche se Bella era consapevole che alcune delle cose che venivano condivise erano orrende. Lo sapeva perché, dopo, Mary spesso si rintanava nella camera che condivideva con Rhage e non ne usciva per lungo, lungo tempo. Ma stava funzionando. Z si stava ammorbidendo in un modo diverso, un modo nuovo.

Lo si vedeva con Nalla. Quando la piccola gli prendeva i polsi lui non si tirava indietro, ma lasciava che lo accarezzasse o lo baciasse sui tatuaggi. La lasciava arrampicarsi sulla schiena rovinata e le fregava anche il viso contro il suo. E aveva fatto aggiungere il nome di sua figlia sulla schiena, inciso con amore sotto quella di Bella dai suoi Fratelli.

Lo si vedeva anche perché i brutti sogni si erano esauriti. Infatti, erano passati mesi dall’ultima volta in cui era scattato a sedere sul letto madido di sudore e di paura.

E lo si vedeva nei suoi sorrisi. Che erano più ampi e più frequenti che mai.

All’improvviso, la vista di lui con la bambina divenne un po’ sfocata, e come se avesse percepito le lacrime, Z la guardò. Continuò a leggere ma corrugò la fronte preoccupato.

Bella gli soffiò un bacio, e in risposta lui diede un colpetto al materasso accanto a dove era seduto.

“Quindi…vai per la tua strada!” finì mentre Bella gli si accoccolava accanto.

Nalla fece un gridolino di felicità e diede dei colpetti alla copertina del libro che Z aveva chiuso.

“Stai bene?” sussurrò all’orecchio di Bella.

Lei gli appoggiò una mano sul viso e portò la bocca sulla sua. “Sì. Molto, davvero.”

Mentre si baciavano, Nalla diede di nuovo qualche colpetto al libro.

“Sei sicura che vada tutto bene?” chiese Z.

“Oh, sì.”

Nalla afferrò il libro e Z sorrise, tirandolo indietro con gentilezza. “Ehi, che cosa stai facendo, piccolina? Ne vuoi ancora? Sei troppo…tu…oh, no…non il labbro tremolante…oh, no.” Nalla fece una risatina. “Oltraggioso! Ne vuoi ancora, e sai che otterrai quello che vuoi a causa del Labbro. Però, ti rigiri papà proprio come vuoi, non è vero.”

Nalla emise un gridolino di felicità quando papà riaprì il libro e la storia uscì dalla bocca di Z ancora una volta, con voce risonante. “Congratulazioni! Oggi è il giorno…”

Bella chiuse gli occhi, appoggiò la testa sulla spalla del suo hellren, e ascoltò la storia.

Di tutti i posti in cui era stata, quello era il migliore. Proprio lì. Con loro due.

E sapeva che Zsadist provava lo stesso. Era tutto nelle ore passate con Nalla e tutti i giorni in cui allungava una mano tra le lenzuola per cercare Bella quando erano soli. Era nel fatto che aveva ricominciato a cantare, e che aveva iniziato a fare la lotta con i suoi Fratelli, non per allenarsi, ma per divertimento. Era nel suo nuovo sorriso, quello che Bella non aveva mai visto prima e non vedeva l’ora di rivedere.

Era la luce che aveva negli occhi e nel cuore.

Era…felice della vita. E lo era sempre di più.

Come se le avesse letto nella mente, Z le prese la mano e la strinse.

Bella ascoltò la storia e si lasciò cullare, proprio come sua figlia, sicura che tutto era come avrebbe dovuto essere.

Il loro uomo era ritornato da loro…ed era lì per restare.

9 i ?T T l naso e si rintanò più vicina nel suo angolo preferito tra l’avambraccio e il seno. Bella tenne fermo il telefono con la spalla e accarezzò i capelli morbidi come piume che le stavano crescendo. I riccioli, quando fossero cresciuti, sarebbero stati multicolori, con ciocche bionde e rosse e castane tutte mescolate insieme, proprio come quelli del padre se non li avesse tenuti sempre rasati.

Mentre Rehv rideva imbarazzato, Bella disse, “Cosa?”

“Dopo tutti questi anni a lottare per tenerti sulla mia proprietà, adesso non voglio che tu te ne vada dalla residenza della Fratellanza. Sul serio, niente è più sicuro di quel posto…ma ho una casa vicino al fiume Hudson che è sicura. È vicina a dove vive una mia amica, non è niente di straordinario, ma c’è un tunnel che unisce le due proprietà. Lei ti terrà al sicuro.”

Dopo che le ebbe dato l’indirizzo, Bella mormorò, “Grazie. Metterò in valigia alcune cose e chiederò a Fritz di portarmi lì fra un’ora.”

“Ti farò riempire subito il frigo.”

Il telefono fece un bip quando arrivò un messaggio. “Grazie.”

“Glielo hai detto?”

“Z sa cosa sta per capitare. E no, non gli impedirò di vedere Nalla se lo vuole, ma deve essere lui a decidere di venire a vederla.”

“E tu?”

“Lo amo…ma tutto questo è stato davvero difficile per me.”

Terminarono la telefonata poco dopo, e mentre spostava il telefono lontano dall’orecchio, Bella vide che c’era un messaggio di Zsadist:

MI DISPIACE. TI AMO. PER FAVORE PERDONAMI…NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Bella si morse un labbro e sbatté forte le palpebre. E gli mandò un messaggio.


cc` s , ?T T corpo nudo che rabbrividisce. Lui guardò i nastri di schiavo sui suoi polsi. Il nero era così denso nella sua pelle, così solido, era come i ceppi di ferro che lui aveva portato una volta.

Dio solamente sa, dopo quanto tempo, la porta alla stanza dei bambini scivolò aperta e Bella ritornò indietro con la bimba. Nalla era addormentata di nuovo, Bella la mise giù nella culla, con cura meticolosa come se fosse una bomba che stesse per esplodere da un momento o altro.

"Mi dispiace", lui disse leggermente, strofinando i suoi polsi.

Bella si mise una vestaglia ed andò alla porta che ha condotto fuori nella sala.

Con la sua mano sulla manopola, lei lo guardò, i suoi occhi lontani.“Io non posso più dire che questo è ok."

"Io sono veramente spiacente sui sogni."

"Io sto parlando di Nalla! Io non posso dire che il tuo evitarla è ok. . .e che io capisco, e che diventerà migliore e che io sarò paziente! Il fatto è, che lei è la tua bambina così come la mia, e mi spezza il cuore vedere che ti ritiri da lei!... Io so quello che tu hai dovuto superare, ed io non voglio puntarmi, ma. . . tutto ora è diverso per me. Io ho bisogno di pensare a ciò che è meglio per lei, ed un padre che neppure la tocca, bhè questo non è di sicuro il meglio per Nalla."

Z aprì le sue mani e fissò i suoi palmi, tentando di immaginare di prendere in braccio la bambina. I nastri di schiavo gli sembrarono enormi. Enormi. . . e contagiosi, e le parole che passavano nella sua mente non erano “non voglio” Z pensò ma erano “non posso”. Se lui confortasse Nalla e giocasse con lei e leggesse per lei, vorrebbe dire lei l'aveva per padre, ed il suo lascito non era nulla che lui ha voluto dare alla bambina. La figlia nata da Bella meritò molto, molto di più di questo!

"Io ho bisogno che tu decida quello che vuoi fare", disse Bella. "Se tu non puoi essere suo padre, io ti sto lasciando. Io so che suona aspro, ma. . . io devo pensare a quello che è migliore per lei. Io ti amo ed io ti amerò sempre, ma non si tratta più di me."

Per un momento, pensò, che non aveva sentito bene. Lasciandolo?

Bella uscì nella sala delle statue. "Io sto andando a prendere qualcosa da mangiare. Non ti preoccupare di lei. Io ritornerò velocemente."

Lei chiuse la porta dietro a lei senza un suono.

Due ore più tardi, quella sera, Z stava ancora pensando al modo in cui la porta si era chiusa così quietamente.

Stando in piedi di fronte al suo armadio pieno di camicie nere e pantaloni di pelle ed anfibi, lui cercò di analizzare le sue intenzioni, inseguendole attraverso il labirinto delle sue emozioni.

Sicuramente, lui volle superare la confusione mentale con sua figlia. Indubbiamente lui voleva, il problema era che gli sembrava semplicemente insormontabile. Certamente quello che gli era stato fatto era nel passato, ma tutto quello che lui doveva fare, era guardare i suoi polsi per vedere che lui ancora ne era sporcato, che il passato non era chiuso dietro alle sue spalle. E lui non volle assolutamente qualsiasi cosa così sporco vicino a Nalla. Lui aveva avuto lo stesso problema all'inizio della relazione con Bella, ed era riuscito a venirne fuori con la sua shellan, ma le implicazioni erano più gravi con la bambina. Lui era, in qualche modo, l'incarnazione corporale di quanta crudeltà è esistita nel mondo e lui non volle che sua figlia conoscesse che tali profondità di depravazione esistessero e tanto meno che lei vedesse i loro effetti ritardati su suo padre.

Cazzo.

Cosa diamine farò quando lei sarà abbastanza grande per guardare il suo viso e chiedergli perché lui sfregiato e come gli era successo? Cosa le dirà quando lei vorrà sapere perché lui aveva dei nastri neri sulla sua pelle? Cosa le risponderà zio Phury quando lei gli chiederà perché lui non aveva una gamba?

Z tirò su una camicia ed un paio di pantaloni di cuoio, poi la sua fondina per i pugnali ed aprì l'armadio delle pistole. Tirò fuori un paio di SIG Sauer, le controllò rapidamente. Merda, lui lottava con null’altro che le sue mani nude. Sin da quando Bella era entrata nella sua vita, comunque, lui era stato più accurato.

E questa, chiaramente era l'altra parte che ingarbugliava il suo cervello: Lui uccise per vivere, Quello era il suo lavoro. Nalla stava per dovere crescere preoccupandosi per lui ogni notte, come faceva Bella.

Lui chiuse a chiave l'armadio contenenti le pistole, poi mise le pistole nella fondina sulle sue anche, controllò i suoi pugnali, e indossò la sua giacca di cuoio.

Dette uno sguardo alla culla dove Nalla ancora stava dormendo.

Pistole, lame, stelle da lancio. Cristo, la bimba ebbe bisogno di essere circondato da sonagli ed orsacchiotti di pezza di lusso non da questa roba.

Forse la verità era che lui non era tagliato per essere un padre. La biologia, comunque, l’aveva visto vincente in quel ruolo, ed ora loro erano tutti imprigionati al suo passato. Tanto quanto lui non poteva immaginare di vivere senza Bella, non c’era nessuno modo che lui potesse diventare il papà che Nalla meritò.

Con un cipiglio, lui si immaginò, Nalla al suo debutto in società, cosa che tutte le donne della glymera facevano un anno dopo la loro transizione. Le figlie avevano sempre il loro primo ballo con il proprio padre, e lui vide Nalla vestita in un meraviglioso vestito rosso, i suoi capelli multicolori elegantemente sistemati sopra la testa, dei rubini ad adornare il suo collo. . . e lui con la sua faccia sfregiata ed i suoi polsini di schiavo che sbirciano fuori dal suo smoking.

Vai, Grande ritratto!!.

Bestemmiando, Z si diresse verso il bagno, dove Bella si stava preparando per la sera.

Lui stava per dirle che lui stava andando fuori per seguire una pista della notte prima e che appena avesse finito, lui ritornerebbe a casa e loro parlerebbero. Come lui girò l’angolo tuttavia, lui si bloccò.

Nella nebbia attardata dal vapore della doccia, Bella si stava asciugando. I suoi capelli furono avvolti in un asciugamano, il suo collo lungo esposto, i muscoli delle sue spalle che si muovono in modo così armonioso come lei passava velocemente l’asciugamano attraverso la sua schiena.

I suoi seni ondeggiarono, rapendo i suoi occhi e.. indurendolo.

Mentre lui la guardò, tutto al quale lui potrebbe pensare era sesso. Dio, lei era bellissima. Le era piaciuta arrotondata dalla gravidanza ma le piaceva immensamente anche come lei era ora. Bella era dimagrita rapidamente dopo la nascita di Nalla, il suo stomaco era stretto come era stato prima e le sue anche avevano riguadagnano i loro contorni magri. Tuttavia i suoi seni erano più grandi e più pesanti ed i capezzoli un rosa più profondo.

Il suo membro diede una tirata nei suoi pantaloni, un criminale che voleva uscire dalla sua prigione.

Come cercò di riordinarsi, comprese che lui e Bella non erano stati insieme da prima della nascita di Nalla. La gravidanza era stata difficile, e dopo il parto Bella aveva giustamente, avuto bisogno di guarire e di riposo stancandosi parecchio per prendersi cura della sua bambina.

Cavolo, le mancò lei e peggio ancora lui veramente la desiderò. Dio, lei era la femmina più spettacolosamente erotica sulla faccia del pianeta.

Bella lasciò cadere il suo accappatoio di fronte allo specchio, e si fissò.

Con una smorfia, lei si inclinò in avanti, pungolò i suoi zigomi, la linea della sua mascella, sotto il suo mento. Drizzandosi, aggrottò le sue ciglia e si girò di lato, tirando dentro il suo stomaco.

Lui schiarì la sua gola per trovare la sua attenzione. "Io sto andando fuori."

Al suono della sua voce, Bella si tuffò sul suo accappatoio. Tirandolo su rapidamente, lei l’allacciò strettamente tirando sù i risvolti vicino alla sua gola. "Oh, non ti ho sentito arrivare."

"ok. . ." L’erezione sgonfiò. "Sono qui!"

"Stai andando via?" Bella chiese come liberò i capelli dall’asciugamano.

Z pensò che lei non aveva sentito neppure le sue parole. "Sì, io sto quasi per andare fuori. Come sempre però sarò raggiungibile."

"ok, noi staremo bene." Lei si curvò per prendere il phon e poi cominciò a strofinare i suoi capelli con l'asciugamano.

Anche se lei distava solo 3 metri, lui non poteva raggiungerla. Non poteva chiederle perché il suo primo istinto era stato nascondere il suo corpo da lui. Z aveva veramente troppa paura di quella che probabilmente, sarebbe stata la sua risposta.

"Buona serata", lui disse rudemente. Lui aspettò un momento, pregando che lei lo guardasse, gli desse un piccolo sorriso, lo saluti con un bacio.

"Anche a te" Lei liberò i suoi capelli e si piegò per prendere il phon. "Abbi cura di te."

"Certo."

Bella accese il phon e prese la sua spazzola per sembrare occupata mentre Z andò via. Quando lei era sicura che lui era andato, lei smise di recitare, spegnendo il phon e lasciandolo cadere sul piano di marmo del bagno.

Dio, il cuore le fece così male, lei era nauseata, e come lei fissò il suo riflesso, lei volle veramente fracassare in mille pezzi lo specchio di fronte lei.

Loro due non erano stati insieme, come “stato insieme”, da allora. . . Dio, dovevano essere quattro o cinque mesi, prima che lei cominciasse ad avere le perdite di sangue.

Lui non pensò sessualmente più a lei. Non da quando Nalla era nata. Era come se la nascita avesse spento quella parte della loro relazione. Quando lui la toccata, era con la gentilezza e compassione di un fratello, mai con passione.

Inizialmente, Bella aveva pensato che forse era perché lei non era magra come lei era stata prima, ma nelle ultime quattro settimane il suo corpo si era ripreso.

Almeno, lei pensò. Si stava prendendo in giro?

Sciogliendo il laccio dell'accappatoio, lei aprii le due metà, si mise di lato per misurare il suo stomaco. Si ricordò che durante la sua crescita, suo padre era ancora vivo, e lui le aveva stampato a fuoco nella sua mente con severa rigidità, l'importanza per tutte le donne della glymera di essere magre, per cui addirittura ora, dopo tanti anni dalla sua morte, quegli avvertimenti austeri riguardo ad essere magri riecheggiavano ancora nella sua mente.

Il dolore la colpì di nuovo e con un sospiro lei si riallacciò stretto l’accappatoio.

Sì, lei volle che Nalla avesse suo padre, e questa era la preoccupazione primaria. Ma a lei mancò il suo hellren. La gravidanza era venuta così rapidamente che loro non avevano avevo l'opportunità di godere il primo periodo insieme. Per essere semplicemente due piccioncini che si divertono nella compagnia l’uno dell’altro.

Come lei riprese il phon e lo riaccese, lei tentò di non contare il numero dei giorni da quando lui la aveva cercata come un uomo. Era stato così tanto tempo da quando lui aveva frugato attraverso le lenzuola con le sue grandi, calde mani e l’aveva svegliata con le sue labbra sul suo collo ed una stimolazione dura che preme sulla sua anca.

E’ vero, neanche lei lo aveva cercato. Ma lei non stava prendendo per concesso il genere di accoglienza che lei riceverebbe. L'ultima cosa di cui lei ora ebbe bisogno era che lui non fosse più attirato da lei. Lei già era emotivamente distrutta come madre; Grazie mille ma un fallimento anche sul fronte femminile era troppo da confrontare.

Quando i suoi capelli erano asciutti, lei gli diede una spazzolata rapida e poi andò fuori a controllare Nalla. Stando in piedi sulla culla, guardando loro figlia lei non poteva credere che le cose erano arrivate ad un ultimatum. Lei aveva saputo sempre che Z avrebbe avuto problemi dopo quello che lui aveva dovuto sopportare, ma non aveva mai pensato che loro non potessero fare un ponte sul suo passato.

Il loro amore era sembrato abbastanza forte per fargli superare tutto.

Forse non lo era.

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